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Giovedì, 28 Settembre 2023

La nuova crisi

Fabrizio Gatti

Direttore editoriale per gli approfondimenti

Perché Giorgia Meloni deve restare in Niger: ecco cosa sta accadendo

La settimana in cui Giorgia Meloni riporta con successo l'Italia sulla scena internazionale (dal vertice sul Mediterraneo a Roma alla visita negli Stati Uniti), il colpo di Stato in Niger complica i piani del governo italiano. Ma, nonostante le difficoltà, è estremamente importante mantenere buoni rapporti con la nuova giunta militare. Anche in alternativa a Unione Europea e Francia, che pagano i gravi errori commessi. Vediamo quali sono.

Da anni il Niger fornisce oltre un terzo dell'uranio con cui la Francia produce la sua elettricità: grosso modo un terzo delle città, delle industrie e di tutta l'economia francese è alimentata dal sottosuolo nigerino. Ma ancora oggi soltanto il 18 per cento della popolazione nigerina ha accesso all'energia elettrica (fonte Banca mondiale). Nel 2005 era appena il 7 per cento.

Un militare dell'esercito del Niger al confine con la Libia (foto Fabrizio Gatti)-2

La costruzione di infrastrutture negli ultimi quindici anni è infatti strettamente legata, come accade in gran parte delle ex colonie europee in Africa, agli investimenti cinesi. Una storia esemplare riguarda l'attraversamento nella capitale Niamey del grande fiume Niger, che dà il nome al Paese. In oltre un secolo di presenza francese, dalla seconda metà dell'Ottocento, esisteva fino al 2011 soltanto un ponte a due corsie, talmente strette da essere percorribili lentamente: il Pont Kennedy, finanziato dagli Stati Uniti e aperto nel 1970.

Negli ultimi undici anni Pechino ha invece pagato e costruito due moderni viadotti. Nel 2012 è stato inaugurato il ponte dell'Amicizia Cina-Niger. E nel 2021 il maestoso Pont Seyni Kountché, quattro corsie percorribili anche dai grandi camion.

La Francia come partner

Nell'immaginario popolare l'idea che le democrazie europee abbiano sottratto risorse naturali, e il regime cinese abbia invece migliorato l'economia nigerina, ha quindi il suo fondamento. E accanto alla Cina, negli anni si sono aggiunte negli investimenti Turchia e India. Una strada che anche la Russia è pronta a percorrere, a cominciare dall'invio di forniture alimentari. Questo avrà sicuramente un peso nel consenso al golpe del 26 luglio messo a segno dall'anonimo generale Abdourahamane Tchiani.

Da fonti nigerine consultate da Today.it a Niamey, il colpo di Stato sarebbe comunque una questione interna tra la lobby dell'ex presidente Mahamadou Issoufou, 71 anni, ingegnere minerario un tempo molto vicino alla Francia, e il suo delfino e successore, Mohamed Bazoum, 63 anni. La deposizione del presidente Bazoum, che risulta tuttora agli arresti nella sua residenza, non sarebbe stata quindi organizzata dalla Russia e dalla famigerata compagnia di mercenari russofoni Wagner, non presente ufficialmente (finora) in Niger.

Il gran numero di bandiere russe – apparse durante le manifestazioni davanti al Parlamento e, in parte, all'ambasciata francese – è un segnale preoccupante. Qualcuno quelle bandiere le ha effettivamente distribuite ai manifestanti. Ma, forse, è per ora soltanto un avvertimento dell'intelligence nigerina agli alleati occidentali.

Un camion carico di migranti nel deserto in Niger (foto Fabrizio Gatti)

Il segnale più importante arriva invece dalla tv. Poche ore dopo il golpe, un Airbus da trasporto militare francese ha forzato la chiusura dello spazio aereo decisa dalla giunta militare ed è atterrato a Niamey. Nel successivo comunicato di protesta letto in televisione, il colonnello maggiore Abdramane Amadou, portavoce dell'autoproclamato Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria, si riferisce a Parigi con l'espressione di “partner francesi”. Un messaggio chiaro: il Niger vuole restare, almeno per ora, partner della Francia.

Il generale a scuola in Italia

Da anni il Paese è terra di conquista per i terroristi di Al Qaeda, Boko Haram, ma anche di predoni e criminali comuni. Così come lo sono i vicini Mali e Burkina Faso, dove la parentesi democratica (mal)guidata dall'Europa si è conclusa rispettivamente con i golpe del 2021 e 2022. Ma sotto la presidenza di Mohamed Bazoum, in carica dall'aprile di due anni fa, la situazione in Niger è perfino peggiorata. E da allora la minaccia non riguarda più soltanto i cittadini stranieri che escono da Niamey: assalti armati, rapimenti, omicidi, combattimenti improvvisi con l'esercito regolare colpiscono ogni mese la vita di migliaia di nigerini. Il Paese – venticinque milioni di abitanti tra la Libia e la Nigeria – è anche il crocevia delle principali rotte del Sahara che portano cocaina dal Sud America e migranti verso l'Europa. Migliaia di chilometri di dune e sabbia da sempre al di fuori di ogni controllo.

Il Niger, tra Algeria, Libia e Nigeria

La mancanza di sicurezza è la giustificazione al golpe fornita dal generale Tchiani, 62 anni, comandante della guardia presidenziale che si è autoproclamato alla guida del Paese. Ma dietro di lui nella capitale danno per certa la presenza del generale Salifou Modi, il carismatico ex capo di stato maggiore delle forze armate che, senza dissensi, hanno subito riconosciuto la nuova giunta militare. Sia Tchiani sia Modi sono ufficiali molto vicini al precedente presidente Issoufou, che li aveva nominati. Per Tchiani era imminente la sostituzione. Modi era invece stato già rimosso senza preavviso da Bazoum in aprile.

Un mese prima del suo avvicendamento, Modi era andato in Mali per avviare una cooperazione antiterrorismo con il regime filo russo di Bamako. Al suo posto è stato nominato il generale Abdou Sidikou Issa, addestrato nelle scuole militari in Francia e in Italia. Con l'annunciata rimozione di Tchiani, l'ex presidente Issoufou e il suo fidato generale Modi avrebbero quindi perso qualsiasi controllo diretto sul presidente Bazoum. Così il generale Tchiani si è mosso per primo e ha destituito Bazoum.

Se Putin si prende l'uranio

“Il golpe non è stato fatto dai filorussi – conferma una fonte nigerina che conosce gli uomini al potere a Niamey – ma se come in Mali e in Burkina Faso l'Europa si fa da parte, arriveranno i filorussi”. La ritorsione dell'Unione Europea e, almeno a parole, della Francia di sospendere ogni forma di aiuto e di collaborazione con il Niger, creerebbe il vuoto che Mosca è pronta a colmare con i suoi mercenari. E con gli aiuti alimentari.

Migranti nel deserto in Niger (foto Fabrizio Gatti)

Sarebbe l'ennesimo suicidio della strategia europea in Africa che ci priverebbe di un fedelissimo alleato e consegnerebbe alla Cina e alla Russia una pedina in più nel lento accerchiamento dell'Occidente. La severa condanna europea non ha infatti cambiato gli eventi, né ha fermato lo sbarco della Wagner in Mali. Lo stesso potrebbe accadere nel Niger ricco di uranio: nel 2022 sono state estratte 2.020 tonnellate, secondo i dati dell'Associazione nucleare mondiale, e il Paese ha una ulteriore disponibilità di circa 2.500 tonnellate l'anno nel nuovo giacimento di Imouraren. Sono quantità che, unite alla produzione russa di 2.508 tonnellate l'anno, permetterebbero a Vladimir Putin di controllare un terzo delle forniture al mondo, dietro a Kazakistan (21mila tonnellate) e Canada (7.351). Un possibile allarme per la stabilità dei prezzi dell'energia e per tutti i governi occidentali che intendono sostituire l'elettricità da combustibili fossili con nuove centrali nucleari.

L'eventualità sarebbe disastrosa per la Francia e la sua economia. E porterebbe molto probabilmente a un intervento armato di Parigi. Prima che tutto questo accada, l'Italia può ancora contare sull'ottima rete di relazioni costruita nel tempo dagli ambasciatori in Niger, Marco Prencipe ed Emilia Gatto. E mantenere aperti, nonostante tutto, quei canali diplomatici e solidali che oggi Bruxelles minaccia di chiudere. Altrimenti prepariamoci al peggio: con ondate di sbarchi verso l'Italia e gli inevitabili, nuovi aumenti del prezzo dell'energia per il prossimo inverno.

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