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Lunedì, 30 Gennaio 2023

Antonio Piccirilli

Giornalista

Due o tre cose che abbiamo capito del governo Meloni

Sono lontani i tempi in cui Giorgia Meloni pretendeva che le accise sulla benzina venissero abolite e prometteva la tassa unica al 15% per tutti, pensionati compresi. Sui conti pubblici, almeno in questo primo scorcio di legislatura, il governo si è mosso coi piedi felpati. Con l'inflazione ormai a due cifre e le imprese in difficoltà per il caro bollette, com'era ampiamente prevedibile la maggioranza ha rinviato a data da destinarsi l'approvazione delle promesse elettorali più succose. Con sommo sbigottimento di quegli elettori convinti che l'Italia sarebbe improvvisamente diventata il Bengodi.

Un bagno di realtà per la neo premier, ma anche una storia che si ripete secondo un copione collaudato, almeno nel nostro sciagurato Paese: si nasce incendiari (all'opposizione) e si muore pompieri (nella stanza dei bottoni).

Il bilancio di questi primi 50 e rotti giorni di governo però ci dice anche molto altro. Intanto, e non è poco, sui diritti civili e in politica estera non c'è stata la deriva "orbaniana" paventata da buona parte della classe dirigente di centro sinistra. Su Meloni dunque c'è stato un doppio abbaglio: se chi si aspettava deficit a go go e bonus a pioggia sarà rimasto deluso, ha avuto torto anche chi dipingeva la premier come una copia del presidente ungherese Orbán con una spolverata di sansepolcrismo. Almeno per ora non si può tacciare il governo di irresponsabilità, né risultano in atto pericolosi tentativi di riportarci al ventennio. 

Anche nei rapporti con l'Ue l'approccio è stato prudente: se è vero che qualche motivo di frizione esiste (le norme sul contante, ma anche la revisione del Pnrr chiesta proprio da Fdi), Meloni non ha palesato alcuna intenzione di andare allo scontro frontale con Bruxelles come qualcuno temeva. E come aveva fatto, almeno all'inizio, la maggioranza gialloverde.

Prova ne è il fatto che la Commissione europea ha definito "complessivamente positiva" la legge di bilancio, pur muovendo alcuni rilievi sui provvedimenti che favoriscono i pagamenti cash a scapito di quelli tracciabili. Un parere di cui c'è poco da stupirsi perché quella del governo Meloni non è una manovra "a tutta spesa": la maggior parte delle risorse stanziate - 21 miliardi su 35 - serviranno a rifinanziare le misure contro il caro energia, in continuità con la linea del governo Draghi. 

La famiglia al centro della società

Per quanto le misure varate fin qui non siano né rivoluzionarie né potenzialmente esiziali per i conti pubblici, nelle sue prime settimane a Palazzo Chigi Meloni non ha comunque rinunciato a mandare dei segnali su alcuni temi che evidentemente giudica cruciali. Su tutti quello della natalità. Oltre ad aver potenziato l'assegno unico per i figli, il governo ha introdotto il "quoziente familiare" nel calcolo del reddito Isee per ristrutturare le abitazioni unifamiliari con il superbonus. Un meccanismo che avvantaggia i nuclei familiari numerosi (ne abbiamo parlato diffusamente qui) e che la premier vorrebbe estendere - non nell'immediato - anche al prelievo fiscale per determinare l'importo dell'Irpef.  

L'attenzione alla famiglia sconfina anche in altri ambiti come quello pensionistico. Parliamo ad esempio di "Opzione donna", misura che già oggi consente alle lavoratrici di lasciare il lavoro in anticipo rispetto ai tempi della Fornero. La novità prevista nella manovra è che ci sarà (forse) uno "sconto" di un anno per ogni figlio, fino a un massimo di due anni.

Un modo per premiare le madri oppure, ribaltando la prospettiva, per penalizzare le donne senza figli. La misura verrà probabilmente modificata dal Parlamento, ma già il fatto che sia stata pensata e inserita nella legge di bilancio è sintomatico di come la maggioranza intenda affrontare il tema della natalità. Il cambio di paradigma è netto: il nucleo della società degli anni a venire non sarà più l'individuo, bensì la famiglia con prole. 

L'attenzione ai redditi bassi e il paradosso della flat tax

Un altro aspetto che andrebbe sottolineato è l'attenzione all'equità, almeno nella redistribuzione delle risorse. Per quanto gli importi siano molto modesti, il taglio del cuneo fiscale avvantaggerà i redditi fino a 20mila euro. Anche la rivalutazione delle pensioni all'inflazione è stata resa più corposa per le minime, ma meno conveniente per i trattamenti medio-alti. L'accesso al superbonus per i proprietari di villette ora viene legato all'Isee e la stessa ratio verrà adottata per il bonus da 500 euro destinata ai 18enni.

Peccato che sul fronte del prelievo fiscale il governo faccia esattamente l'opposto. Un esempio è quello della flat tax con aliquota al 15% che verrà estesa agli autonomi con ricavi fino agli 85mila euro. Insomma, se da una parte la maggioranza redistribuisce le risorse con un occhio ai redditi più bassi, dall'altro la progressività del sistema fiscale viene ritoccata a vantaggio di quelli più alti. Un po' il contrario di quanto predica il centro-sinistra (si pensi proprio al superbonus o al bonus 18enni, entrambi erogati senza limite di reddito). 

Su reddito di cittadinanza e lavoro la direzione è chiara

Ci sarebbe molto da dire anche sul tema del lavoro e della lotta alla povertà. Il reddito di cittadinanza, come ampiamente annunciato in campagna elettorale, sarà tolto a quei percettori che possono lavorare; allo stesso tempo Meloni ha definito (pur con qualche ragione) il salario minimo uno "specchietto per le allodole" e si appresta a reintrodurre i voucher per retribuire il lavoro saltuario nei settori dell'agricoltura, nel comparto horeca (hotellerie-restaurant-café) e nel lavoro domestico.

Sull'argomento Salvini è stato perentorio: "Non c'è bisogno di salario minimo o reddito di cittadinanza, c'è bisogno di gente che sa e vuole lavorare" perché "è meglio un buon lavoro a tempo, giustamente pagato, che un non lavoro o un lavoro in nero". Viene però un sospetto: e cioè che per la destra italiana un lavoro sia meglio di nulla a prescindere da retribuzione e tutele. 

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