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Domenica, 21 Aprile 2024

Instagram e Facebook vogliono liberarsi della politica: quali sono le conseguenze?

“Non vogliamo più consigliare contenuti politici da account che non segui”. È questa una delle frasi con cui Meta ha annunciato, qualche giorno fa, una notizia importante, destinata ad avere un certo impatto nella maniera in cui, come utenti, ci relazioniamo ai social media.

Per farla breve: Instagram, Facebook e Threads fanno un passo indietro dalla politica. Questo vuol dire che sulle tre piattaforme sarà sempre più difficile trovare contenuti su temi sociali, leggi o elezioni. È un percorso iniziato da qualche tempo ma che arriva, adesso, a un punto di svolta. Le piattaforme smetteranno di suggerire contenuti politici da account che l’utente non segue: non se ne vedranno nella sezione Reels, né in quella Esplora, né nella homepage di Threads.

Per vedere contenuti politici, gli utenti dovranno spuntare un’opzione nelle impostazioni, in cui dichiarano la propria volontà di ricevere quel genere di post. O, in alternativa, dovranno seguire gli account a cui sono interessati, i cui contenuti dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – continuare ad arrivare ai follower.

Spieghiamola meglio. Oggi, quando scrolliamo nella sezione Reels di Instagram siamo esposti a contenuti che vengono proposti da un algoritmo che analizza i nostri interessi e seleziona i video più adatti a noi. I video possono provenire anche da account che non seguiamo: conta quanto sono coincidenti con gli interessi che abbiamo dimostrato di avere. E quindi, se mi piacciono il basket, i cani e la politica americana, magari vedrò un video di cagnolini, poi una schiacciata, poi un estratto di un intervento di Biden, poi magari un’azione di calcio, un gattino e un intervento al Parlamento Europeo, perché sono temi correlati.

Ecco, tra qualche tempo la politica uscirà da questa equazione. E, di conseguenza, smetteremo di ricevere contenuti di quel genere come suggerimenti.

È una mossa politica, come spesso accade alle mosse che politiche non vogliono essere. È anche una strategia di pubbliche relazioni, se vogliamo: il 2024 sarà un anno di elezioni (europee e presidenziali americane, per citarne un paio) e Meta non ha alcun interesse a essere ancora associata – ancora – a risultati elettorali, rivolte e radicalizzazioni del dibattito pubblico. E, quindi, visto che non è in grado di controllare in modo capillare la piattaforma, taglia la testa al toro: via tutta la politica, di qualunque genere.

Bene, non sappiamo cosa succederà: è presto e Meta non ha ancora spiegato nel dettaglio cosa intende fare. Ci sono però tre domande che è fondamentale porsi per capire la portata di questa decisione.

Cosa succede a chi si informa sui social network?

Secondo l’ultimo rapporto Censis, gli utenti di social network in Italia rappresentano l’82,4% della popolazione. Sono percentuali che calano drasticamente se andiamo a guardare ai lettori di quotidiani cartacei (25,4%), online (33%) e siti di informazione (58,1%). Sono numeri che raccontano uno scenario: nel corso degli anni, una quota importante (quasi 2 ore al giorno in media, secondo i dati di We Are Social e Hootsuite) del tempo che trascorriamo sul web è stata fagocitata dai social network. Piattaforme che, con il tempo, sono diventate porte di accesso all’intero mondo: dalla ricerca di lavoro all’intrattenimento, fino all’informazione e alla definizione di una coscienza politica e sociale.

Assecondando questa tendenza, anche l’offerta si è ampliata: Instagram, ma anche TikTok, sono ormai piattaforme onnicomprensive, senza una vera specificità di temi trattati. Ci si trova di tutto, a prescindere dall’argomento. E una parte consistente del dibattito pubblico avviene all’interno di quegli spazi digitali, soprattutto – ma non solo – per una certa quota demografica della popolazione.

Ecco, cosa succede se un pezzo scompare? Cosa succede se l’offerta si riduce in modo così netto e violento? È chiaro, si può – e sarebbe anche giusto – uscire dai social network. Ma non è così facile rimpiazzare un’abitudine: è più facile abituarsi a restare dentro quello spazio, riducendo il peso e l’attenzione dedicate a determinati temi.

Che cos’è politico?

In un bell’articolo su Medium, il creative strategist Claudio Riccio si fa un’altra domanda importante: come si decide che cos’è politica? Meta non lo dice, parla di generici contenuti che riguardano “temi come leggi, elezioni e temi sociali”.

Scrive Riccio: “Un reel di approfondimento sulle elezioni europee è politica? Un post di informazione su Gaza è politico? Un video con un parlamentare di opposizione che denuncia una scelta del governo potrà circolare liberamente se ripreso da account non di partito? E perché i contenuti di un partito politico o di un sindacato dovrebbero essere penalizzati?”.

Non lo sappiamo, non abbiamo risposte a questa domanda. Certo è che uno strumento definito in modo così poco chiaro, ha il potenziale per essere utilizzato anche in modo arbitrario, per depotenziare determinati discorsi, magari in favore di altri.

E i temi sociali?

Un passo in più. Togliere peso alla politica, in particolare su Instagram, significa togliere, in particolare a persone più giovani, la possibilità di accedere anche a determinati tipi di rappresentazioni del mondo. In un articolo comparso sul Washington Post, Taylor Lorenz e Naomi Nix hanno raccolto le opinioni e le preoccupazioni di una serie di creator e giornalisti. “Se pubblico qualcosa sui diritti della comunità LGBTQ+ - si chiede Ashton Pittman, del Mississippi Free Press – è politica?”.

Sono politici contenuti sui Disturbi del Comportamento Alimentare, sul femminicidio, sul cyberbullismo, sulla diffusione di materiale intimo non consensuale? Oltre quale soglia un tema sociale diventa politico?

Affidare a Meta la risposta a queste domande non è la migliore delle soluzioni possibili.

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