Domenica, 21 Luglio 2024

Psicologia e società

Marco Crepaldi

Editorialista

Quanto ci spaventa l'Intelligenza artificiale

Dall’esplosione di ChatGPT, nel mondo e anche in Italia si è cominciato a parlare sempre più di Ingelligenza Artificiale e delle sue enormi potenzialità che potrebbero rivoluzionare la nostra vita, di nuovo. Di nuovo perché non abbiamo ancora metabolizzato del tutto i profondi sconquassi generati da internet e dai social network, che già si parla di altri cambiamenti radicali. E se da una parte c’è chi vede tutto questo come un’opportunità, dall’altra ci sono sempre più persone che la vivono con apprensione.

Secondo i dati raccolti dal Pew Research Center infatti, gli statunitensi che si dichiarano più preoccupati che eccitati dall’Intelligenza artificiale sono passati dal 37% nel 2021 al 52% nel 2023. Si potrebbe pensare che si tratti di persone scarsamente informate e impaurite dall’ignoto, ma in realtà non è così, perché anche tra chi ha familiarità con l’AI la preoccupazione è in netta crescita. Persino in Italia, secondo un indagine del Politecnico di Milano, ben il 77% dei lavoratori è timoroso riguardo questa nuova tecnologia. Ma cosa ci preoccupa di più?

Le tre paure

Potremmo dividere le paure in tre macroaeree e la prima riguarda sicuramente la privacy. L’intellingenza Artificiale potrebbe diventare un nuovo e terribile strumento per il controllo di massa, soprattutto nelle nazioni meno democratiche. Le numerose e preziose informazioni che lasciamo online, ogni volta che interagiamo con il mondo ditigale, potranno ora essere elaborate dalle AI con delle potenzialità di utilizzo difficili anche solo da immaginare. C’è poi la questione più pragmatica del lavoro. Le persone hanno paura che l’Ingelligenza Artificiale possa “rubargli il mestiere”, rendendo di fatto le loro competenze apprese finora del tutto obsolete. Lo stesso Elon Musk, uno dei primi grandi investitori nel settore dell’AI, ha recentemente dichiarato che “l’umanità non avrà più bisogno di lavorare e che saremo costretti a dare un nuovo significato alla nostra esistenza”. La nostra intera struttura sociale si basa infatti sul lavoro, e perfino nella nostra tanto amata Costituzione l’Italia viene definita come “una Repubblica fondata sul lavoro”. Dunque, a prescindere che ci piaccia o meno lavorare, il nostro senso esistenziale ed evolutivo si è sempre ancorato alla produzione e allo scambio di valore. Appare però difficile, almeno in un immediato futuro, immaginare una società dove le qualità dell’essere umano risultino essere completamente inutili. Sicuramente lo diventeranno alcune competenze specifiche, ma come è sempre stato nella storia dell’uomo, ritroveremo un nuovo adattamento.

L’unica domanda è quanto questo sarà doloroso, soprattutto psicologicamente, perché più la tecnologia è rivoluzionaria e più richiederà uno sforzo. L’ultima grande paura legata all’Intelligenza Artificiale, forse quella più irrazionale e distopica, è relativa alla minaccia fisica. Le AI prenderanno coscienza di esistere esattamente come gli essere umani? E se sì, si ribelleranno al nostro controllo? In fondo, se saranno in grado di fare tutto meglio di noi, perché accettare una condizione di subalternità, di schiavismo. In quanto psicologo non ho risposte da un punto di vista informatico e ingegneristico, ma sono estremamente interessato a osservare come le persone reagiranno a questa ennesima rivoluzione. L’ansia da intelligenza artificiale è principalmente un ansia dell’ignoto, perché rende il nostro futuro ancora più incerto. Come se non lo fosse già abbastanza, tra il cambiamento climatico e lo spauracchio sempre presente di una guerra atomica mondiale. Ma chissà se la minaccia di una nuova razza aliena, che non viene dallo spazio ma nasce dalle nostre stesse mani, non ci spinga a coalizzarci e a superare le divergenze tra popoli. In fondo è questo che accade nei film, no?

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