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Martedì, 27 Febbraio 2024

L'alternativa

Ivan Compasso

Chi sono gli italiani che (davvero) riducono gli sbarchi

Settantacinque anni, bergamasca, ha passato gran parte della sua vita in Africa. La "sister", come chiamano tutti suor Rosaria, è un personaggio in Etiopia. La incontriamo a Gubrye, nella regione del Gurage, circa 175 chilometri a sud-ovest dalla capitale Addis Abeba. Qui fino a sette anni fa non c'era davvero nulla. "Neppure case attorno a noi. Niente", dice con una punta di orgoglio, quando ci riceve nella sua missione. Varcato il cancello sembra di entrare in un altro mondo. "Erano anni che sognavo di fare una cosa così, a un certo punto ho capito che era il momento. Ed eccoci qua".

Suor Rosaria mostra la panetteria, che dà da lavorare a diverse persone e quindi mantiene altrettante famiglie. E la sartoria, dove forma giovani sarti che poi possono andare a praticare un mestiere indispensabile. Se ne trovano tanti, armati di vecchie Singer, le mitiche macchine per cucire degli anni Settanta, lungo tutti i mercati, mentre riparano vestiti e pantaloni.

L'acqua gratis di sister Rosaria 

Moltissimi hanno imparato a lavorare proprio qui da sister Rosaria. Tra le prime cose che ha messo in piedi, un asilo, la scuola, una biblioteca, un ristorante, un piccolo negozio che vende patatine fritte fino allo splendido auditorium per i ragazzini, un campo da calcio attrezzato di docce, uno da basket, la scuola di musica e di sicuro tanto altro.

In Etiopia il modello italiano che ferma le partenze

Coinvolge direttamente la comunità, offrendo lavoro e servizi. Ha organizzato anche l’attività di riciclo della plastica, che viene raccolta dalle persone lungo le strade e portata nella missione dove viene imballata e venduta a un’azienda. E ha messo in piedi la filiera del recupero. "Un sistema per tenere pulito l’ambiente e allo stesso tempo un modo per far guadagnare dei soldi sia a chi la lavora qui, sia a chi ce la porta, la plastica". Sono tantissime persone. Ma il vero miracolo lo ha compiuto dando la possibilità di reperire l’acqua in maniera meno faticosa. Qui la gente è abituata a fare chilometri per riempire le taniche. Ogni giorno. Sister Rosaria ha provveduto a far installare alcuni rubinetti in una vera e propria fontana pubblica, allestita oltre il muro della missione.

Sister Rosaria in Etiopia (foto Ivan Compasso)

Sembra un progetto facile, ma scavare un pozzo, installare i container con annesso sistema di distribuzione, in Etiopia, dove l’acqua corrente non arriva nei villaggi, figuriamoci nelle case, è un grande risultato. "Quando l'anno scorso non pioveva, la gente si metteva in coda dalla notte. Alle sei e mezzo aprivamo il sistema che pompa l'acqua e ai rubinetti esterni, ad aspettare di riempire le taniche, c'erano migliaia di persone. Vedi che tutta l'area è recintata? Ci sono state delle volte che abbiamo avuto paura potesse succedere qualcosa di brutto. La calca tra le persone, per l'acqua. Per questo mettiamo un orario, dalla mattina presto fino a quando va giù il sole. Bisogna anche fare i conti con la disperazione".

Il cardiologo Franco Balsemin

Coloro che fanno certamente i conti, con la disperazione, sono i dottori del Cuamm, il Collegio universitario aspiranti medici fondato a Padova nel 1950. Ci sono diversi presidi sanitari da loro organizzati attorno alla capitale, che tutti qui chiamano Ababa. Ma è a Wolisso, oltre cento chilometri da Addis Abeba, che dal 2020 hanno aperto il St. Luke Catholic Hospital, con annessa scuola per la formazione di infermieri e ostetriche. Per vent’anni è stato l’unico presidio medico per un territorio vasto e popoloso.

"Questo è un ospedale generale, ha 240 dipendenti e circa 140 posti letto. È l'unico del Cuamm in Etiopia ma al confine del Sudan operiamo in due campi profughi, portiamo soccorso a gente che fugge da una guerra sanguinaria. Poi c'è la questione degli sfollati interni causati dagli scontri, anche recenti, che si sono consumati qui. Una miccia sempre accesa", spiega il dottor Franco Balsemin, cardiologo che da circa due anni ha fatto base a Wolisso, nella regione di Oromia.

Il mercato di Addis Abeba (foto Ivan Compasso)

Il conflitto cui fa riferimento è quello in corso nella regione del Tigray. Il cardiologo è qui con la moglie, la dottoressa Maddalena Miccio. Originari di Gorizia, sono tanti anni che lavorano negli ospedali africani e collaborano attivamente con il Cuamm. Da circa un anno, poco distante da Wolisso, ha aperto un nuovo ospedale statale. "L'atteggiamento del governo è incoraggiare l'autosufficienza e sta cercando di spingere sugli ospedali etiopi, come il General Hospital appena inaugurato. Con loro collaboriamo e probabilmente in futuro potremmo ridimensionare i numeri. Ci vorrà ancora parecchio tempo ma siamo su quella strada, sembrerebbe. Quello che vuole il Cuamm – sottolinea Franco Balsemin – è accompagnare i paesi africani verso un'altra sanità. Se noi non servissimo, Dio che sollievo, sarebbe bello". Intanto però continuano a curare migliaia di persone ogni anno, offrendo servizi di eccellenza e permettendo a studenti e ricercatori di specializzarsi.

L'Orto di Marco in cima al mondo 

Una delle parole d’ordine di chi si dà da fare da queste parti è quindi formazione. È quanto fa anche l’Orto di Marco, un’associazione di Abano Terme, sempre in provincia di Padova, che ha diversi progetti in Etiopia. Hanno contribuito alla crescita e allo sviluppo della missione di Maganasse, dove adesso c'è una farmacia con una persona che ci lavora e che proprio grazie al sostegno economico dell'associazione ha potuto studiare e diventare farmacista. Oggi nel villaggio è di fatto l'unico presidio medico presente, insieme alla clinica ostetrica. Anche le ostetriche e la clinica vivono grazie al contributo dell'Orto di Marco. Arrivano mamme da lontano per essere seguite prima, durante e dopo il parto. I piccoli una volta nati e accuditi vengono vaccinati e seguiti fino a che entrambi, genitore e figlio, non possono tornare nel loro tukul, la tipica abitazione etiope.

La bomba a orologeria africana - di Alberto Berlini

Il progetto più interessante riguarda però l’istruzione. A parte gli edifici, che aiutano a completare o addirittura a costruire, in zone assolutamente remote, l'associazione padovana garantisce agli insegnanti una retribuzione mensile. Hanno anche pensato a come attirare docenti in luoghi dove altrimenti nessuno andrebbe a insegnare. Per raggiungere ad esempio la scuola di Awerse, 2500 metri di quota nella regione del Gurage, bisogna percorrere inevitabilmente a piedi una salita sterrata alquanto difficoltosa. Se piove, è anche peggio.

Una delle scuole sostenute da L'Orto di Marco (foto Ivan Compasso)

La scuola l’ha aperta qualche anno fa Abba Frew, un ex eremita che ha scelto di dedicarsi ai più piccoli. I volontari dell’Orto di Marco sono sempre alla ricerca di realtà da seguire e sostenere. E Abba Frew, una volta raggiunto in cima al monte con i suoi bambini, è difficile lasciarlo. Le insegnanti che lavorano qui si fanno questa strada a piedi dopo un altro tratto in bajaj, una specie di Ape Piaggio, ma di fabbricazione indiana, che le persone utilizzano per muoversi da un villaggio all'altro.

"Due ore ogni giorno, dal mio villaggio a qui. Ma sono contenta di questo lavoro", dice Awa, una maestra della scuola. Per far sì che le insegnanti accettino di farsi due ore ad andare e due a tornare ogni giorno, l'associazione ha inserito un incentivo nelle buste paga e il rimedio ha funzionato. Aiutarli a casa loro: c’è chi usa questa espressione come slogan, declinato spesso in maniera denigratoria, e chi invece la pratica davvero. Come i tanti italiani che di questo motto hanno fatto una ragione di vita.

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