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Martedì, 28 Maggio 2024

Lavoro e naufragi

Fabrizio Gatti

Direttore editoriale per gli approfondimenti

Migranti, cosa c'è di buono nel decreto di Giorgia Meloni

Il decreto del governo di Giorgia Meloni, presentato a Cutro in Calabria – nel paese dove il 26 febbraio sono annegate 78 persone, tra le quali 33 minorenni – contiene qualcosa di buono. Alcune proposte potrebbero infatti migliorare la strategia italiana per contrastare l'immigrazione irregolare e trasferire gli ingressi su percorsi legali. Non è molto. E sarà necessario l'impegno coordinato di quattro ministeri (Lavoro, Istruzione, Esteri e Interno). Così come delle associazioni di categoria che riuniscono industriali, artigiani e agricoltori. Ma è il punto di partenza di un piano necessario e urgente, che riguarda tutto il prossimo decennio.

Secondo le previsioni occupazionali pubblicate da Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro), per mantenere la sua posizione tra le democrazie avanzate, l'Italia entro il 2026 deve trovare tra i 4,1 e i 4,5 milioni di nuovi lavoratori: fino a 1,7 milioni di persone per rispondere alla domanda espansiva della nostra economia e fino a 2,8 milioni per sostituire quanti andranno in pensione o sospenderanno temporaneamente l'attività. Ma poiché il nostro Paese, così come l'Unione Europea, è alle prese con una drammatica crisi demografica, gran parte di questi lavoratori dovrà essere trovata all'estero. Altrimenti ci dovremo rassegnare a una contrazione del Prodotto interno lordo e al collasso del sistema sanitario pubblico e di quello previdenziale: perché, anche con una doverosa caccia all'evasione fiscale, in futuro non avremmo abbastanza contribuenti.

Dove trovare il personale che manca

Il nuovo decreto, annunciato al termine del Consiglio dei ministri in trasferta a Cutro, prevede alcune novità, tra le quali:

- articolo 1) "saranno assegnate quote ai lavoratori di Stati che promuovono, per i propri cittadini, campagne mediatiche sui rischi per l'incolumità personale derivanti dall'inserimento in traffici migratori irregolari" (comma 5);

- articolo 3) "sono consentiti ingressi fuori quota per gli stranieri che hanno superato, nel Paese d'origine, i corsi di formazione riconosciuti dall'Italia, che saranno promossi dal ministero del Lavoro".

L'articolo 1 pecca sicuramente di ingenuità. I passeggeri del barcone affondato a Cutro provenivano da Siria (guerra e conseguenze degli ultimi terremoti), Iran (repressione) e Afghanistan (guerra e repressione). È pura fantasia immaginare, ad esempio, che il regime afghano dei talebani promuova campagne, magari nelle moschee, su quanto sia pericoloso salire sui barconi che partono dalla Turchia: anche perché i rischi immediati per le donne libere e i dissidenti sotto la dittatura talebana, o il regime iraniano, sono molto più gravi di qualsiasi viaggio lungo le rotte clandestine.

PERCHÉ SBARCANO IN CALABRIA - di Fabrizio Gatti

Immagini lungo la rotta che parte dalla Turchia (foto Fabrizio Gatti)

Di fronte alle conseguenze della guerra o della repressione, ci sarà sempre una quota di popolazione in fuga. E la fuga, per evitare l'arresto alle frontiere, non potrà che essere clandestina. Più che lo spot del mullah che ti dice “non partire, pensa a noi”, i governi europei dovrebbero decidere come autorizzare gli ingressi, istituendo valide alternative alle mafie dei trafficanti, che oggi detengono il monopolio su questo genere di viaggi. Andrebbero concessi permessi a favore delle famiglie con bambini, delle donne, dei più fragili e delle persone veramente in pericolo. 

Senza protezione speciale, cosa succede?

Proprio su questo argomento, invece, l'articolo 7 del nuovo decreto taglia drasticamente l'applicazione delle protezioni speciali, come ha voluto Matteo Salvini. Ma così facendo, trasformerà da un giorno all'altro migliaia di stranieri già in Italia in immigrati irregolari. Persone che si sarebbero potute inserire in percorsi scolastici o di avviamento al lavoro. Il nuovo decreto rischia insomma di favorire ulteriori condizioni di clandestinità, anziché ridurle. Con una prevedibile ricaduta sul popolo dei senzatetto che già crea disagi in molte città. Inutile sperare nei rimpatri promessi dal governo, visto che non si riesce a espellere nemmeno gli autori di gravi reati.

CHI ABITERA' L'ITALIA DOPO DI NOI? - di Fabrizio Gatti

Concentriamoci, quindi, sull'articolo 3 che è sicuramente il più promettente, se verrà accompagnato da gemellaggi e collaborazioni internazionali. Il grosso problema nell'inserimento di cittadini appena sbarcati in Italia è il loro grado di scolarizzazione: il livello di specializzazione dei ragazzi e delle ragazze che transitano irregolarmente dalla Libia, ma anche dalla Turchia, è molto basso o pressoché nullo rispetto alle esigenze. E le previsioni occupazionali stimano, fino al 2026, un fabbisogno di appena 450mila persone non qualificate sul totale di 4,5 milioni. Le necessità sono invece ben altre: dai 71.600 dirigenti agli 850mila tecnici, fino ai 3.500 dipendenti delle forze armate (tabella sotto). Oltre ai settori pubblici come istruzione (255.700 posti da occupare), sanità (194.800) e amministrazione (319.500).

Fabbisogno occupazionale in Italia nel settore privato

La Fondazione studi dei consulenti del lavoro calcolava lo scorso anno che, sempre entro il 2026, un milione e 350mila posti resteranno vacanti. A fronte di questi numeri, secondo l'Istat, nei dodici mesi fino al primo gennaio 2022 (ultimi dati disponibili), sono stati rilasciati (soltanto) 187.664 nuovi permessi di soggiorno. Mentre, nello stesso periodo, gli ingressi irregolari registrati sono stati 67.477 nel 2021 e addirittura 105.129 nel 2022. Da questa situazione complessiva ricaviamo la convinzione che l'immigrazione illegale e quindi il mondo criminale che la trasporta in Italia siano ormai strutturali al funzionamento della nostra economia.

Nuove relazioni in Asia, Africa e America Latina

La sfida, contenuta nel nuovo decreto, è far diventare ingressi regolari i numeri dell'illegalità. Ma per arrivare a questo obiettivo, il ministro dell'Interno e quindi Matteo Salvini dovranno farsi da parte e lasciare la scena ai ministeri di Esteri, Lavoro e Istruzione. Toccherà al ministro Antonio Tajani aprire nuove relazioni con i Paesi d'origine, magari dando la precedenza agli Stati che già contano su un maggior numero di connazionali in Italia. Anni di chiusure (Salvini) o di accordi con la Libia (governi di centrosinistra) hanno infatti dimostrato i loro limiti.

Servirà molto tempo per avviare percorsi formativi che coinvolgano scuole e università. E ovviamente sarà difficile che questo accada in Siria, Iran e Afghanistan, se non cambieranno le condizioni interne. Ma dall'Asia all'Africa all'America Latina, bisogna cominciare a costruire un'alternativa al commercio di persone che, anche attraverso inevitabili sanatorie o regolarizzazioni individuali, in questi ultimi anni ha sostenuto la nostra economia. Che Giorgia Meloni e Antonio Tajani siano in grado di raggiungere traguardi tanto ambiziosi è un'altra questione. Ma almeno ci provino. Promuovere percorsi formativi per l'ingresso in Italia, e in Europa, è la migliore campagna mediatica contro le mafie dei trafficanti.

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