Venerdì, 19 Luglio 2024

Grandangolo

Jacopo Tondelli

Editorialista

Meloni fase 2: ma chi ci mandiamo in Europa?

Si è chiusa con grande successo di pubblico e di critica la prima edizione del “Meloni international”. Potremmo ribattezzare così, sperando che l’anglicismo non offenda nessuno, una settimana iniziata con la vittoria alle elezioni europee di Fratelli d’Italia e conclusa dalla Presidente del Consiglio coordinando i lavori del G7 pugliese. È una settimana importante in sé, per il governo dell’Europa e per la politica italiana. Lo è, tanto più, se messa in prospettiva in prospettiva futura. I successi di un voto, di un giorno, sono tanto e nulla, se restano le storie di ieri senza diventare quelle di domani. È con questa consapevolezza, probabilmente, che Giorgia Meloni ha gettato le basi per il “nuovo” orientamento della destra di governo: dopo tante stentoree dichiarazioni di segno opposto, gli europarlamentari di Fratelli d’Italia si preparano infatti a sostenere una nuova commissione Ue ancora presieduta da Ursula Von del Layen, e ancora sostenuta da Popolari e, soprattutto, socialisti. Sono i compagni di viaggio coi quali Giorgia aveva promesso che mai avrebbe viaggiato. Ma – come ammonito a urne ancora calde dal direttore de Il Giornale Sallusti, voce che più di altre va letta per comprendere i veri intendimenti di Giorgia – Meloni è “troppo forte in Italia per non contare nulla in Europa”. E l’unico modo per contare è sedersi dal lato di chi sta in maggioranza, tanto più che i suoi voti risulteranno ragionevolmente decisivi per formare una maggioranza al parlamento europeo.

Le differenze con Giorgetti

Dopo le anticipazioni di cronisti ed editorialisti, non a caso, sono arrivate parole esplicite proprio da parte della presidente del Consiglio e proprio a conclusione del G7 di Borgo Egnatia. “Quando il Partito Popolare Europeo farà la sua proposta per la presidenza della commissione, noi faremo le nostre valutazioni”. L’importante è che all’Italia “sia riconosciuto il ruolo che le spetta”. Vuole dire un commissario di peso, e lo chiede con la chiarezza di chi sa che i suoi voti al parlamento europeo questa volta sono decisivi. L’obiettivo della trattativa appare scontato: un italiano/a di rito meloniano con in mano un commissariato di peso nella prossima commissione presieduta da Ursula Von Der Leyen. Già. Ma chi? Nei giorni scorsi è tornato a circolare il nome di Giancarlo Giorgetti, che però ha due problemi: il primo è che scoprirebbe la forse ambita ma certo spinosa casella del ministero dell’economia; il secondo, e più importante, è che Giorgetti non è di Meloni e non perché sia di Salvini, ma perché è essenzialmente di Giorgetti – e coltiva eccellenti rapporti con parte importante dell’establishment eurocrate, a cominciare da Draghi.

Di certo, al disegno degli equilibri della Commissione che verrà contribuirà in modo decisivo il voto francese del 30 giugno e del 7 luglio, l’ordalia chiamata da Emmanuel Macron dopo la vittoria dei lepenisti alle ultime europee. Una scelta, quella di Macron, tra l’affascinante e lo sfrontato, che può perfino ricordare il “dentro o fuori” proposto a suo tempo da Cameron agli inglesi alcuni anni fa, sulla permanenza nell’Unione Europea, che poi si concretizzò con la brexit. La posta in gioco qui è meno netta, la sua consegna sicuramente più diluita, e l’esito del voto francesi alle elezioni legislative non toccherà comunque direttamente la presidenza francese, che resterà a Macron fino al 2027, né la permanenza della Francia in Europa. In ogni caso vedremo una coabitazione tra Macron presidente e un premier molto diverso da lui, politicamente. E si capirà meglio se i francesi sono pronti a testare in ruoli di governo l’estrema destra, o se era un voto dettato dal carattere sempre un po’ eccentrico delle elezioni per il parlamento europeo. Di certo, quel risultato peserà, almeno psicologicamente, sugli equilibri della prossima Commissione Europea. Per chi tifi Giorgia, evidentemente, non è un mistero.

Urso Urss e la querela evitabile

La settimana che si conclude – per parlare anche di cose meno importanti – ha prodotto anche un triste siparietto nel rapporto tra governo e stampa. Il ministro del made in Italy Adolfo Urso ha querelato i quotidiani Il Foglio e Il Riformista perchè, con ironia legittima quanto invero modesta, a mio giudizio, l’hanno ribattezzato Urss per le sue pulsioni dirigiste e stataliste. Ovviamente, un ministro che querela due giornali per una battuta  denuncia in realtà se stesso, o rende un cattivo servizio al dovere di tutelare sempre la libertà di critica, che è il primo pilastro di ogni democrazia. Sembra però doveroso rilevare che molti opinionisti di destra e centrodestra che si sono schierati contro di lui non hanno mai detto una parola contro le conferenze stampa senza domande di Giorgia Meloni e non l’hanno invitata a prendere le distanze dai solertissimi servitori del servizio pubblico ai quali non piaceva il 25 Aprile. Forse perché Adolfo Urso, fin dall’inizio, è sempre stato in una lista di “serie b”, per molti motivi, ed esterno al cerchio magico. E insomma, a fare i forti con chi non è protetto sono capaci più o meno tutti.

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