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Venerdì, 12 Aprile 2024

Serena Console

Giornalista

Ecco perché Meloni dovrebbe uscire dalla Via della Seta cinese

La sbandierata visione atlantista di Giorgia Meloni mette nell'angolo la premier italiana, chiamata a decidere se rinnovare o meno il memorandum della Via della Seta cinese, il progetto infrastrutturale con respiro globale lanciato dal presidente Xi Jinping nel 2013. 

L'idea di un possibile ritiro dell'Italia dall'iniziativa cinese è diventata più concreta da quando Meloni è entrata a Palazzo Chigi. Dalle voci di corridoio si è passati alle rassicurazioni. La leader di Fratelli d'Italia, scrive il quotidiano Bloomberg, avrebbe tranquillizzato lo speaker della Camera degli Stati Uniti, Kevin McCarthy, sulla volontà dell'esecutivo di Roma di recidere l'accordo con la Cina. Nulla di ufficiale, al momento, ma secondo la testata finanziaria il governo starebbe favorendo un'uscita dall'intesa della Via della Seta. Probabilmente come risultato delle pressioni statunitensi.  Washington, infatti, non vede di buon occhio che un membro della Nato abbia aderito al progetto politico ed economico cinese. Pechino, invece, esercita un pressing su Roma affinché il memorandum venga rinnovato e resti quindi in vigore.

Con l'Italia stretta tra i fuochi delle due superpotenze, la premier Meloni dovrebbe pensare a una exit strategy per portare il nostro paese fuori dal progetto cinese e, allo stesso tempo, non soccombere alle ritorsioni del gigante cinese. Il caso della Lituania (scoppiato quando Vilnius approfondì i rapporti con Taipei) è la dimostrazione di quanto Pechino utilizzi armi commerciali e diplomatiche per scelte che non gradisce. 

La Lituania sta interpretando il ruolo di Davide contro (i) Golia

Prima dello strappo, la Cina vorrebbe a salvare il salvabile. La scorsa settimana ha fatto notizia l'arrivo a Roma del capo del dipartimento Affari europei del ministero degli Esteri cinese Wang Lutong, che ha incontrato il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, e alcuni funzionari della Farnesina, tra cui l'ambasciatrice Vincenza Lomonaco. Durante il faccia a faccia tra gli altri funzionari non ci sarebbe stato "alcun colloquio ufficiale e soprattutto alcun accenno al memorandum sulla Via della Seta", ha commentato Cirielli ad Agenzia Nova, smentendo così alcune indiscrezioni comparse su diversi media italiani. Indiscrezioni che ponevano alla base dell'incontro uno scambio di battute per portare avanti il discorso sul Via della Seta.

D’altronde, ha proseguito Cirielli all'agenzia di stampa, sarebbe fuori luogo e forse anche controproducente per Pechino affrontare un tema del genere in questo modo. "I cinesi non vengono a parlare di un tema del genere in questo modo, ne parlano in occasione di visite di alto livello e non vengono a metterci sotto pressione, anche perché rischiano di determinare una risposta negativa visto che mancano ancora sette-otto mesi" alla scadenza relativa al memorandum, ha concluso il viceministro degli Esteri.

Tuttavia, Roma non si tirerebbe indietro dall'avere un dialogo con Pechino, secondo quanto scrive il Financial Times. L'Italia prevede di tenere colloqui con la Cina su una potenziale uscita dal programma di investimenti infrastrutturali di punta di Pechino, cercando allo stesso tempo di mantenere relazioni amichevoli e solidi legami commerciali con il gigante asiatico. Da Praga, durante la trasferta in cui ha incontrato l'omologo della Repubblica ceca, Pietr Fiala, Meloni ha dichiarato di non aver ancora deciso se interrompere la partecipazione dell'Italia alla Via della Seta. "Il dibattito è aperto", ha affermato la premier italiana.

La Via della Seta, la trappola del debito e la scelta di Meloni

È ancora tutto da decidere, quindi, mentre gli occhi restano puntati sul calendario. Il rinnovo dell’accordo firmato nel marzo 2019 dal governo gialloverde di Giuseppe Conte è automatico dopo cinque anni a meno che una delle due parti non comunichi all’altra il suo strappo tre mesi prima, cioè entro fine anno. Ma negli ultimi cinque anni le cose sono cambiate, così come i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi.

L'adesione al più importante progetto geopolitico della Cina da parte dell'Italia, un paese membro del G7 e fondatore dell'Unione Europea, aveva provocato una profonda indignazione di Washington e Bruxelles per la scelta di Roma di affidarsi a Pechino (proprio nel periodo in cui montava lo scontro tra Cina e Usa sulla minaccia alla sicurezza rappresentata da Huawei e 5g). Nonostante le critiche, che sottolineavano la caduta di credibilità e affidabilità del nostro paese, l'allora governo di Conte aveva promosso i vantaggi derivanti dall'adesione alla Via della Seta: incremento dell'interscambio commerciale e conseguente miglioramento delle relazioni bilaterali, così da creare opportunità per le imprese italiane nell'economia del gigante cinese.

Quella che è stata presentata come una vittoria del "made in Italy" si è dimostrata una sconfitta. Per l'Italia, ovviamente. Per la Cina, invece, la decisione dell'Italia di aderire al progetto cinese è stata una vittoria diplomatica, perché ha dato forza alla sua influenza nel mondo in contrapposizione a quella degli Stati Uniti. 

L'Italia infatti non ha ottenuto alcuno ritorno economico. E lo dimostrano i dati. La sbandierata commercializzazione delle arance rosse italiane (per cui era stato istituito anche un tavolo tecnico alla Farnesina nel 2019 per discutere le modalità di export degli agrumi dalla Sicilia) si è rivelato un fallimento: negli ultimi tre anni, l'Italia ha registrato un volume pari allo 0 per le esportazioni delle arance rosse in Cina.

Anche i flussi commerciali hanno registrato un flop. Secondo i dati dell'Osservatorio Economico della Farnesina, nei dodici mesi del 2022 l'export italiano si è fermato a 16,4 miliardi di euro, mentre l'import dalla Cina è più del triplo con 57,5 miliardi di dollari. 

osservatorio economico cina italia

Basti pensare che le imprese italiane hanno conosciuto maggiori vantaggi presentandosi su altri canali. Attraverso i marketplace di Alibaba, nel 2022, il giro d'affari sviluppato complessivamente dalle oltre 500 aziende italiane sulle piattaforme rivolte al mercato cinese ha raggiunto i 5,4 miliardi di euro, un dato equivalente a circa un terzo del valore dell'export italiano in Cina, secondo un'analisi condotta da Sda Bocconi. 

Che fine ha fatto la Nuova Via della Seta cinese

C'è poi il tema degli Ide. Gli investimenti diretti esteri cinesi in Italia sono scesi da 650 milioni di dollari nel 2019 a 20 milioni di dollari nel 2020 e 33 milioni di dollari nel 2021, secondo i dati del Rhodium Group. Lo stesso think tank sottolinea come Finlandia, Germania, Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi siano stati tra i paesi europei che hanno ricevuto la maggior parte degli investimenti cinesi tra il 2019 e il 2021, nonostante non abbiano aderito all'iniziativa della Via della Seta.

Meloni si trova davanti a una scelta difficile. E non è solo una questione di contenuti, ma anche di faccia. Perché la premier parteciperà al prossimo summit del G7, quello che si svolgerà dal 19 al 21 maggio a Hiroshima e che si concentrerà molto anche sulla Cina (in particolare sulle sue pratiche commerciali "sleali" e sulla sua assertività nello Stretto di Taiwan e nel Mar cinese meridionale), prima di prendere in mano la presidenza dell'organizzazione.

L'Italia vorrebbe scambiare la Via della Seta con i microchip di Taiwan

Il dibattito sul rinnovo di Roma al memorandum della Via della Seta si è intensificato proprio alla vigilia dell'appuntamento internazionale. Qui l'Italia si presenterà come unico paese del G7 che sostiene ancora il progetto politico cinese oppure avrà già comunicato alla sua controparte l'intenzione di recidere l'accordo?

Un probabile strappo con la Cina potrebbe affermare certamente le posizioni atlantiste del governo Meloni ma, allo stesso tempo, potrebbe spingere l'Italia nel mirino delle ritorsioni cinesi. L'esecutivo del centrodestra italiano potrebbe quindi valutare l'idea di firmare un accordo ex-novo che confermi l'impegno dell'Italia nel portare avanti un interscambio commerciale (probabilmente più favorevole del memorandum della Via della Seta), senza scontentare Pechino. La premier Meloni ha tempo fino a dicembre per dimostrare la sua abilità nel sciogliere l'intricato nodo della politica estera italiana: un tempo necessario per preparare Roma a proteggersi da ritorsioni diplomatiche ed economiche di Pechino. 

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