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Martedì, 25 Giugno 2024

L'editoriale

Chiara Tadini

Responsabile redazione

Ministra Roccella, non ci spieghi come si fanno i figli. Ci spieghi come mantenerli

In Italia si fanno sempre meno figli? È perché ci siamo dimenticati come si fanno. E allora ci pensa lei a ricordarlo ai 60 milioni di italiani che amministra: "I figli si fanno nel modo classico, con un uomo e una donna". Parola della ministra per le Pari opportunità, famiglia e natalità Eugenia Roccella, intervenuta agli Stati generali della Basilicata Summer School di Fratelli d'Italia. Dopo aver ricordato alla platea come funziona l'accoppiamento - vuoi mai che qualcuno pensi che ci riproduciamo per mitosi o creda ancora alla favola della cicogna -, la ministra ha rincarato la dose: "C'è una cultura da molti decenni ormai dell''anti-famiglia', non soltanto una disattenzione sicuramente politica. C'è stato certamente un attacco alla famiglia e, in particolare, alla natalità. C'è un attacco dagli anni '60 alla stessa idea di famiglia, sembra che tutti i mali nascano in famiglia, che sia un luogo di oppressione, di cattiveria, di sofferenza".

"Se non si fanno figli c'è un problema di sostenibilità", tuona Roccella. Ma sa una cosa, ministra? A volte il problema di sostenibilità c'è anche se i figli si fanno, anzi, proprio perché si fanno. Lei parla di "capacità di guardare al futuro" assente, se non si fanno figli. È il contrario: spesso non si fanno figli proprio perché non si riesce a vedere un futuro. Per una serie di ragioni lunghissime: precariato, lavoro sottopagato, scarsità di accesso ai servizi, congedi parentali non paritari, scarsità di posti negli asili nido, scarse politiche volte a distribuire il carico di cura dei figli, donne sempre più spesso messe di fronte al bivio 'carriera o famiglia', caro vita, caro benzina, caro affitti. E l'elenco potrebbe andare avanti a lungo. Altro che cultura anti-famiglia.

Oltre a questo, poi, le parole della ministra - che collega la denatalità alla maggior presenza di famiglie omogenitoriali - suonano come uno schiaffo in faccia a tutte quelle famiglie arcobaleno, monogenitoriali, allargate, ai genitori single, a chiunque non rientri nel classico binomio uomo-donna. Perché se oggi in Italia si fanno meno figli, la colpa non è certo delle famiglie Lgbti+.

Del resto c'è poco da stupirsi. La ministra Roccella è la stessa che a marzo difese la circolare di un altro collega, il ministro Piantedosi, che vietava ai sindaci di operare le trascrizioni anagrafiche degli atti di nascita dei figli di coppie omosessuali nati all'estero (circolare poi condannata dal Parlamento Europeo), rifiutando a nome del governo la richiesta di confronto sul tema da parte di alcuni sindaci di centrosinistra. La stessa che a gennaio si disse contraria all'adozione di bambini da parte di coppie omoaffettive sostenendo che, pur potendo esistere ottimi genitori omosessuali, i bambini avrebbero diritto a una madre e un padre, portando a proprio sostegno un supposto consenso scientifico sul tema da parte degli psicologi (affermazione poi refutata dal presidente del consiglio dell'Ordine degli psicologi e da altri suoi colleghi, che hanno sottolineato come non vi siano differenze sostanziali tra quelle omogenitoriali e le altre famiglie). È la stessa donna che, nel 2018, ha dichiarato che si sarebbe adoperata per abrogare il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in Italia, che era stato legalizzato due anni prima. La stessa che si è opposta alle leggi Scalfarotto e Zan per sostenere i diritti Lgbti+ in Italia definendole "un freno alla libertà di espressione". La stessa che ha definito il matrimonio come "il momento cruciale che dà valore alla differenza sessuale, l'incontro di due diversi che producono la continuità delle generazioni". La stessa Roccella che nel 2006 ha definito la pillola abortiva RU486 "un enorme inganno" e che, nel 2010, è intervenuta nel dibattito sulla diagnosi genetica preimpianto dichiarando che "il desiderio di maternità non può trasformarsi in un diritto e in particolare un diritto al figlio sano" e che “la diagnosi preimpianto non è una terapia, ma una pura forma di selezione genetica, spesso su semplice base probabilistica”. 

Come si fanno i figli lo sappiamo, cara ministra. Quello che troppo spesso invece non sappiamo - e che, visto il ruolo che ricopre, starebbe a lei provare a risolvere, o almeno proporci qualche tentativo di soluzione - è come si mantengono. E se la sua idea per aumentare la natalità è quella di reprimere i diritti delle famiglie Lgbti+, le assicuro che non risolverà proprio nulla. Anzi.

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