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Lunedì, 22 Aprile 2024

La recensione

Chiara Tadini

Responsabile redazione

Se amate Zerocalcare non potete perdervi la sua mostra a Milano

Qualche settimana fa, proprio durante il Festival di Sanremo, è stato diffuso il trailer della nuova serie di Zerocalcare 'Questo mondo non mi renderà cattivo', in uscita su Netflix dopo l'enorme successo di 'Strappare lungo i bordi'. Per tutti i fan del fumettista di Rebibbia che è riuscito a portare la categoria dei fumetti in testa alle classifiche dei libri più venduti, in attesa dell'annuncio della data di uscita della nuova serie, è possibile visitare la mostra dedicata a lui e alle sue opere negli spazi della Fabbrica del Vapore a Milano, allestita fino al prossimo 23 aprile.

Qualche giorno fa abbiamo visitato la mostra dedicata a Michele Rech, e vi assicuriamo che se avete letto i suoi libri - o anche se avete semplicemente visto la prima serie - vale la pena farci un salto. La mostra - ideata da Silvia Barbagallo, prodotta da Arthemisia, organizzata da Minimondi Eventi e Arthemisia in collaborazione con Piuma e curata da Giulia Ferracci - è già stata visitata da decine di migliaia di visitatori, e girando tra gli spazi della Fabbrica del Vapore si incontrano persone di tutte le età: dal "regazzino", come direbbe Zero, a persone over 60. Tutti hanno una cosa in comune: non riescono a guardare le tavole esposte o i filmati proiettati senza farsi scappare una risata o quantomeno un sorriso.

La mostra porta l'emblematico nome "Dopo il botto". Emblematico in quanto si è portati a pensare che il "botto" sia riferito all'enorme successo avuto dal fumettista dopo (ma anche prima) la serie Netflix; ma in realtà l'autore a scanso di equivoci spiega che il "botto" è dovuto all'enorme meteorite della pandemia e alla frammentazione sociale creatasi in seguito al Covid. Perchè "dovevamo uscirne migliori" e invece, come dice il saggio Armadillo in una vignetta esposta sulle pareti della mostra, "tempo tre anni e rimpiangiamo pure 'sto 2020".

Il meteorite non sta cadendo. È caduto. Il covid ci ha dato la possibilità di ripensare la società, di tirare fuori uno spirito diverso, più attento agli altri e alla collettività, ma non è accaduto. La mostra riflette anche su questo, guardando i lavori che sono stati realizzati a servizio delle lotte e delle vertenze collettive degli ultimi 20 anni fino ad oggi, si può scorgere un pezzo – parziale ma significativo – di quelle tensioni che attraversano le strade di questo paese.

La frammentazione sociale all’indomani della pandemia; l’accrescimento delle paure all’epoca di una crisi globale e di un conflitto nel cuore dell’Europa; il forzato isolamento e la solitudine che hanno inevitabilmente generato disgregazione e causato la perdita di contatto con la realtà; la politica e le resistenze. Attraverso oltre 500 tavole originali, video, bozzetti, illustrazioni e un’opera site specific: sono solamente alcuni dei temi al centro di questa importante esposizione milanese. La mostra accoglie in sé due anime, due facce delle stessa medaglia: da un lato i suoi protagonisti, ciascuno emblema di un portato simbolico esistenziale e collettivo di valori legati alla sopravvivenza della propria pelle in un contesto ormai sempre più difficile da vivere; dall’altra ricorda al visitatore che ancora è possibile fare “un pezzo di strada insieme” a chi ha gli stessi obiettivi, nutrire una passione collettiva connessa all’ideale di resistenza politica, ai grandi temi dell’uomo comune di fronte alle prove della vita. Se, infatti, il frantumarsi di una comunità – come raccontato dall’autore in Macerie prime (2017) e Macerie prime sei mesi dopo (2018) – è una reazione di sopravvivenza legata alla condizione di incertezza che si vive, per Zerocalcare la vera soluzione passa attraverso un’azione collettiva che ogni giorno viene messa in campo.

La mostra di Zerocalcare a Milano

Sin da subito, l’allestimento di mostra proietta il visitatore all’interno di una città immaginifica e post-apocalittica dove, al centro della scena, è posta una strada circondata da palazzi disegnati dall’autore. Le facciate degli edifici colpiti da un cataclisma planetario portano inevitabilmente a una riflessione su quanto le nostre vite private e il nostro contribuito nella dimensione collettiva siano cambiate a seguito della pandemia: dietro le porte tombate delle case s’intravedono gli occhi di chi cerca fughe di sopravvivenza e tentacoli di animali mostruosi tentano il largo.

A partire da questo scenario, tra teche espositive contenenti alcune delle tavole realizzate dall’autore durante i mesi del lockdown, si snodano le varie sezioni che articolano la mostra seguendo i temi più cari a Zerocalcare: dalle forme di resistenza incarnate dal popolo curdo, ai lavoratori che protestano per condizioni di vita più dignitose; dal ruolo delle donne alle molte altre battaglie condotte da gente comune come espressione di quotidiana resistenza. Questi uomini e gli storici protagonisti "zerocalcareschi" – dagli amici Cinghiale e Secco fino alla mamma Lady Cocca (presenti anche sotto forma di statuine colorate) – sono gli abitanti di questa città apparentemente disastrata ma che, invece, mantiene fuochi di vitale resistenza, emblematicamente rappresentata da una fiammella sorretta da alcuni di loro che, come un’apparizione, si stagliano lungo il percorso.

L’esposizione si sviluppa poi nelle due aree retrostanti gli edifici, pensate come due differenti “mondi”: quello interno e quello esterno all’autore. Se, infatti, da una parte trovano spazio i contenuti riferiti alle relazioni e alle ingiustizie sociali – Strati (L’Essenziale n. 15, 2022), La memoria è un ingranaggio collettivo (La nostra storia alla sbarra, 2004) e tavole come La Rabbia (2016) tratte dal mondo punk da cui proviene l’autore e che corrisponde alla sua tribù d’appartenenza -, dall’altra si accede al mondo biografico, alla vita interiore di Zerocalcare, a quella di tutti i giorni dove le angosce e le paure dell’artista raccontano in realtà la vita di tanti di noi, con il filo dell’ironia a legare tutta la sua produzione.

Chiudono il percorso i Santi protettori, ritratti su tela e foglie d’oro provenienti dall’immaginario mitico dell’autore che rappresentano i tipici personaggi del suo repertorio, alcuni famosi, altri meno noti: dal T-rex al mitico cantante dei Nirvana, Kurt Cobain all’anarchico italiano Gaetano Bresci, fino alla coraggiosa difensora dei diritti umani Nasrin. I santi hanno un ruolo simbolico all’interno del percorso espositivo sia come segno di protezione che come combattenti contro l’inequità e l’ingiustizia del nostro presente. Icone centrali per la nostra contemporaneità che raccontano, in maniera scanzonata, che i santi e gli eroi di oggi non sono solo quelli che sacrificano la propria vita con gesta memorabili ma sono – anche e soprattutto – quelli che combattono quotidianamente per avere un posto nel mondo.

Questa mostra esiste grazie a chi l'ha curata, montata, installata , imbullonata e a chi ha animato le esperienze collettive che io ho potuto disegnare. Fuori dalla collettività c'è solo la mitomania.

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