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Sabato, 25 Maggio 2024

Sfruttati e poveri

Fabrizio Gatti

Direttore editoriale per gli approfondimenti

Pazzesco, giovani pagati come gli schiavi dei pomodori nel 2006

Le drammatiche inchieste di questi giorni di Christian Donelli, Charlotte Matteini e Chiara Tadini, che si sono finti disoccupati e hanno risposto alle offerte di lavoro di decine di proprietari di hotel e ristoranti, dovrebbero risvegliare l'attenzione del ministro del Turismo, Daniela Santanchè, che a lungo è stata anche un'imprenditrice del settore. Così come l'intervento delle organizzazioni di categoria. Invece silenzio. Come se fosse tutto normale. Come se il piano nazionale di ripresa e resilienza prevedesse lo sfruttamento dei dipendenti, obbligati a risarcire con il loro sudore i danni della pandemia. Ma che colpa hanno? Immaginare che questo sia un sintomo della crisi porta fuori strada. Bastano le testimonianze sul campo a smentirlo. Sono 800 euro al mese, scrive Chiara Tadini, ma in busta vanno soltanto 400. “Una parte del compenso verrà data fuori busta, sai come funzionano queste cose – dicono a Christian Donelli –. Conviene a entrambi”.

L'estate del 2006, dopo aver percorso la rotta del Sahara dall'Africa a Lampedusa, mi ero infiltrato tra i raccoglitori di pomodori in provincia di Foggia. Eravamo tutti schiavi, cioè proprietà dei caporali. Ci promettevano venti euro al giorno, quando pagavano, per lavorare dall'alba al tramonto: fanno più o meno un euro e cinquanta centesimi l'ora puliti, nel senso che trattandosi di paghe rigorosamente in nero questo era il salario netto. Diciassette anni dopo, però, è pazzesco vedere che questi sono oggi gli stessi soldi con cui gli imprenditori del turismo – uno dei settori più attivi dell'economia italiana – compensano i nostri giovani e meno giovani: i loro tre euro lordi l'ora sono infatti poco più della paga netta di uno schiavo del 2006.

Lavoratori prigionieri a 3 euro lordi l'ora

Quando, dopo la mia inchiesta giornalistica, scoppiò lo scandalo sullo sfruttamento dei braccianti nell'agricoltura, il governo di allora istituì una commissione d'indagine sul caporalato, si mobilitarono i sindacati e anche il Parlamento europeo dedicò molte sedute all'argomento. Sembrava dovessero finalmente prevalere i principi di uguaglianza tra i cittadini. E, a parte un discreto periodo di miglioramento, è andata proprio così. L'uguaglianza è stata rispettata. Al contrario, però: oggi quelle paghe da caporalato non riguardano più soltanto una minoranza di lavoratori più sfortunati, ma hanno infettato altre importanti filiere della nostra economia.

Io, cameriera, dieci ore al giorno per 3 euro - di Chiara Tadini

9 euro lordi l'ora diamoli ai parlamentari - di Charlotte Matteini

Bonus, ristori governativi. E adesso la ripresa dei pagamenti in nero: sembra tutto molto fiorente, se il personale conviene perfino pagarlo fuori busta, piuttosto che dichiararlo al fisco. Succede dalla Riviera romagnola all'Emilia parmense, dal Nord al Sud. Cosa vogliono di più? Vogliono la vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi? Vogliono il loro futuro? “Non c'è incubo peggiore che essere poveri, lavorando dodici ore al giorno: poiché sei prigioniero – racconta un nostro lettore – prigioniero del tuo contratto farlocco”.

L'avvocato Tambasco: "Colpa della flessibilità"

Come siamo finiti così in basso? “Le cause dei salari letteralmente da fame sono sia politiche che tecnologiche – risponde Domenico Tambasco, avvocato a Milano e autore del manuale “Il lavoro molesto” –. Da un lato, basterà pensare alle politiche del lavoro dell'ultimo trentennio: il dogma della flex-security, portato avanti a livello globale da Ocse e Fondo monetario internazionale, aveva promesso ai lavoratori flessibilità e sicurezza, attraverso il mito del lavoratore 'libero nel mercato del lavoro' di contrattare le condizioni migliori. Si è rivelato in realtà una astuta bugia. Le riforme degli ultimi decenni all'insegna della deregulation (estensione delle forme lavorative flessibili e a termine, depotenziamento della reintegra nei licenziamenti illegittimi, legittimazione del demansionamento per ragioni organizzative) hanno infatti portato a un crollo del potere contrattuale dei lavoratori e, coerentemente con le leggi di mercato, a una corrispondente caduta delle retribuzioni”.

Emergenza lavoro, ma la paga è da fame - di Christian Donelli 

Incredibile, chiedono quanto si guadagna - di Charlotte Matteini

La deregulation si è quindi trasferita alle sezioni Lavoro dei tribunali. “Sì, il cerchio si è chiuso con la perdita di potere della contrattazione collettiva nazionale, picconata dalla liberalizzazione operata a livello di contrattazione aziendale e con le politiche volte a disincentivare il ricorso alla tutela giudiziale – spiega Tambasco –. Pensiamo alla norma che ha reso molto più frequente la condanna al pagamento delle spese di lite a carico dei lavoratori. Dall'altro lato però la tecnologia, da ultimo nella forma estrema dell'intelligenza artificiale, sta erodendo sempre più ampie fasce di lavoro umano, diventato fungibile”.

Ho cercato lavoro: tutto quello che non si dice - di Chiara Tadini

Non tutti i lavori, però, possono essere sostituiti dall'intelligenza artificiale. Eppure proprio le mansioni più umane, come le attività di cuochi, camerieri, ma anche braccianti, sono quelle maggiormente sotto pressione: cosa si può fare? “Agire sulle cause – sostiene Domenico Tambasco – cambiando direzione politica e innestando la retromarcia rispetto alle politiche di flessibilizzazione del lavoro, da un lato. Dall'altro, guardare in faccia la realtà del futuro, che sarà sempre più automatizzato e, secondo la mia opinione, pensare seriamente alla soluzione di un reddito minimo universale".

"Se ci sono i soldi per finanziare guerre miliardarie – conclude l'autore di "Il lavoro molesto" – ci sono a maggior ragione per togliere dalla schiavitù del bisogno milioni di persone". A queste condizioni, intanto, anche la prossima estate mancherà personale. E quanti non potranno farne a meno, accetteranno le paghe da fame: prigionieri a dodici ore al giorno, per rimanere poveri.

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