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Sabato, 28 Gennaio 2023

L'editoriale

Anna Dazzan

Giornalista

Un altro (post) parto è possibile

Ma anche un pre, diciamocela tutta. Gravidanza, travaglio, puerperio, allattamento. Per anni (secoli?) si è ritenuto che fosse tutto una faccenda individuale, se non ghettizzante. Le donne da una parte, il mondo dall’altra. La morte del piccolo Carlo Mattia ci schiaffeggia ancora una volta su una questione che dovrebbe essere prioritaria e che continuiamo a lasciare in disparte. Ma davvero crediamo ancora che mettere al mondo una vita sia una faccenda che si risolve con un fiocco colorato su una stanza di ospedale e un messaggio di congratulazioni?

C’è in tutto ciò che riguarda una vita che nasce una sorta di responsabilità collettiva che viene costantemente ignorata. Certo, l’utero è mio e me lo gestisco io, ma una vita è una vita e la salute di ognuno di noi è imprescindibile e visto che ci piacciono tanto i numeri, secondo gli ultimi dati raccolti dall’Organizzazione mondiale della sanità, di violenza ostetrica (due parole che indicano tutti gli abusi psicologici, fisici o verbali subiti durante il travaglio e il parto) in Italia ne è vittima una donna su quattro. “Delle quasi 5mila donne intervistate, quasi il 40% non si è sentito coinvolto nelle scelte mediche, una su tre ha rilevato una comunicazione poco chiara da parte del personale, una su quattro non ha ricevuto un trattamento dignitoso, mentre il 12,7% ha denunciato abusi”, cita un dossier di RomaToday sul tema.

Peccato che i numeri del silenzio non siano quantificabili. Questo accade per una pluralità di fattori: su tutti, una certa banalizzazione della cultura della gravidanza e una sempre meno adeguata struttura medica. In questo secondo caso possiamo generalizzare allargando lo spettro del commento su tutta la sanità italiana, per il resto rimane imprescindibile cominciare a pensare a un altro modo di affrontare il tema del parto. E la banalizzazione riguarda anche il fatto che sia scontato associare l’argomento nascita a una questione squisitamente medica. Vi assicuro che così non è: per cominciare è indispensabile includere il benessere psicologico nella cura sanitaria legata alla gravidanza. Poi, ogni donna dovrebbe poter godere di un’approvazione e di un sostegno sociale nella sua complessità. Una sorta di protezione e inclusione comunitaria che non dia mai nulla per scontato. Una gravidanza, un parto e un post parto non fanno sconti in quanto a spossatezza, dolori, alterazioni ormonali, nemmeno in quanto alla presa di coscienza di un’inedita dimensione esistenziale né a uno stato psicologico nuovo e spesso difficile da gestire. L’estasi che si mischia alla paura, come la debolezza alla forza. “Gioia e dolore hanno il confine incerto” e solo chi ci è passata può annuire e sentire nel profondo cosa significa: non lo si dice certo per spocchia, è un qualcosa che si prova solo e soltanto in quegli istanti. E allora dateci la possibilità di stare bene, prima durante e dopo.

Dateci la possibilità di scegliere, diteci che non è obbligatorio sentirci sole, né sentirci sbagliate perché abbiamo paura, perché a volte ci siamo dette “chi ce l’ha fatto fare”, perché a volte abbiamo creduto di non essere abbastanza forti, abbastanza pronte, abbastanza indipendenti. Diteci che, se lo volessimo, ci sono strutture alternative all’ospedale, che ci sono figure come quella della doula, che c’è il parto in acqua, ma anche quello sedute, chiedeteci come stiamo, regalateci delle lasagne e non solo pannolini, prendetevi cura anche di noi, che stiamo imparando a prenderci cura di un essere che da noi dipenderà per sempre. Aiutateci a imparare e a impararci di nuovo, perché non siamo più le stesse di prima né lo saremo mai più. Non fate la guerra sui nostri corpi, non lottate su quelli ancora caldi dei nostri figli appena venuti al mondo perché a questo mondo abbiamo diritto di starci tutti il meglio possibile, sempre.

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