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Lunedì, 20 Maggio 2024

L'editoriale

Claudio Pizzigallo

Giornalista

In Italia non facciamo più figli, ma chi li fa viene pure deriso se chiede l’ovvio

Se avete figli di un’età inferiore ai 14 anni e non avete la fortuna di disporre di genitori o suoceri che possano occuparsene come e quando volete voi, probabilmente in questo periodo state programmando non solo le vostre ferie, ma - forse ancora più importante - anche le vacanze della vostra prole. 

Centri estivi, estate ragazzi, GREST, colonie (esistono ancora? Personalmente non siamo ancora arrivati a quella fase), campeggi, ritiri sportivi o spirituali: a seconda dei casi, e soprattutto delle tasche, non mancano le opzioni. 

Che però non sono affatto gratis, anzi. Infatti, oltre a pianificare mete e durate delle vacanze vostre e delle vostre famiglie, starete sicuramente anche facendo i conti con quanto vi costerà mandare i vostri figli in quei luoghi. Sempre sperando che abbiano orari compatibili con i vostri orari lavorativi, altrimenti è possibile che sia necessario anche assumere qualche babysitter. 

Se non avete figli in quell’età, fate conto che tutte queste soluzioni costano in genere circa mezzo stipendio a bambino/a: a volte se si è fortunati un po’ di meno, a volte se si è sfortunati, o se si sceglie il cosiddetto "top di gamma", anche parecchio di più. 

Ebbene, che abbiate figli o meno, è secondo voi sensata una società che da un lato registra un tasso di natalità in costante calo e dall’altro costringe i genitori a sborsare ogni estate parecchie centinaia se non migliaia di euro per mandare i propri figli nei centri estivi durante le vacanze scolastiche? 

Sì, in effetti ci sarebbe un senso, se l’obiettivo dell’Italia fosse l’estinzione. Ma dato che non è così, siamo di fronte a una palese mancanza delle istituzioni, dello Stato. E non da oggi, eh, almeno da qualche decennio. Perché è evidente anche ai sassi che il calendario scolastico tuttora in piedi sia ormai irrimediabilmente obsoleto.

Perché è doveroso riformare il calendario scolastico 

Del resto stiamo parlando di un qualcosa che è rimasto pressoché immutato da oltre un secolo. Da quando, per intenderci, quasi nessuna donna lavorava, e d’estate i bambini delle famiglie non abbienti (cioè quasi tutte) aiutavano l'economia domestica con il lavoro nei campi. 

Nel frattempo per fortuna la società è cambiata profondamente, ma il calendario scolastico è ancora impostato su ciò che eravamo, con tre mesi di vacanze estive a cui le famiglie attuali - con genitori entrambi occupati, o nonni molto anziani, o al contrario ancora occupati, o anche solo distanti, o famiglie monogenitoriali - devono far fronte mettendo pesantemente mano al portafogli.

Per non parlare poi della mancanza del tempo pieno in tantissime scuole, un vero miraggio in molte regioni, o degli orari di ingresso e uscita, anch’essi ereditati da una società a vocazione prettamente contadina e patriarcale.

La petizione di Mammadimerda e We World

In uno scenario del genere, è dunque fisiologico che si levi qualche richiesta di aiuto, o almeno di cambiamento, . E nei giorni scorsi ha fatto parlare di sé una petizione online, lanciata dal duo di mamme blogger Mammadimerda e dall’associazione We World. 

La petizione chiede di riformare il calendario scolastico rimodulando i giorni di presenza per far sì che non ci siano più questi tre mesi di chiusura estiva, qualcosa che in Europa c’è solo da noi, a Malta e in Lettonia. E chiede anche di rendere obbligatoria in ogni scuola primaria la possibilità di iscrivere i figli al tempo pieno.

Le derisioni e gli insulti contro la richiesta di riforma

Insomma, "costruire un nuovo tempo scuola, un tempo che possa garantire educazione di qualità per tutte e tutti, senza interruzioni, a prescindere dal contesto di provenienza": richieste tutto sommato basilari, per chiunque conosca la situazione.

E invece no, perché se è vero che la petizione ha già raccolto quasi 40.000 firme, è anche vero che le richieste in essa contenute hanno scatenato anche un'ondata di odio, disprezzo e sarcasmo, che può essere sintetizzata da questo commento scritto da Roberto Parodi (giornalista e scrittore fratello di Cristina e Benedetta) sotto un post Instagram de La Stampa sulla vicenda.

Roberto Parodi commenta un post Instagram de La Stampa sulla petizione per la riforma del calendario scolastico

"Le 'Mammedimerda' non potevano che avere un'idea del cazzo". Una battuta oggettivamente offensiva e fuori luogo, scritta da qualcuno che probabilmente non ha dovuto fare grossi sacrifici economici o professionali durante le lunghe estati dei suoi tre figli, e che si sente in diritto (e forse si sente anche simpatico?) di liquidare in questo modo una questione che rappresenta un grave problema per milioni di famiglie italiane. 

E purtroppo la battuta inopportuna di Parodi non è l'unica, perché sotto a quel post si è scatenata una vera tempesta di insulti e odio contro la petizione e chi l'ha promossa. Si va dal classico "la scuola non è un posteggio per i vostri figli" a "dovevate pensarci prima di farli, i figli", passando dal nostalgico "ci siamo passati tutti e siamo sopravvissuti" e dal ribelle "uniamoci tutti per mandare a quel paese queste esaltate".

E purtroppo è pieno anche di insegnanti che evidentemente non hanno nemmeno letto la petizione prima di scrivere cose come "ci vai tu in aula con 40°", "i ragazzi sono già stanchi a maggio" o "guardate che non è vero che abbiamo 3 mesi di vacanza": tutte cose ben chiare nella petizione. E c'è persino un'insegnante secondo cui il problema è che "a parlare di scuola sono persone che non ne fanno parte e non conoscono assolutamente le dinamiche interne", a cui diversi genitori fanno notare che a far parte delle scuole non ci sono solo gli insegnanti, ma anche quegli esseri chiamati studenti, con le loro esigenze e i loro problemi.

Insomma, chiunque non patisca in prima persona le difficoltà derivanti da questa situazione non solo dimostra totale mancanza di empatia, ma si permette anche di prendere in giro o di insultare chi quelle difficoltà le vive. E queste persone, insegnanti o meno, si credono anche intelligenti. 

Perché vorremo mica pensare di installare dei condizionatori in classe? O studiare, appunto, soluzioni alternative rispetto alla classica lezione in aula? O men che meno assumere altri insegnanti e personale di supporto? No, quello è escluso, infatti tra i commenti c'è anche chi scrive "e i soldi per quello che chiedete li mettete voi?". 

Non stupiamoci poi se i dati indicano che gli italiani se la cavano male in matematica e sono finanziariamente semi-analfabeti... Forse perché viviamo in un Paese di persone che vogliono la pensione ma non vogliono né gli immigrati né aiutare chi ancora è così folle da fare figli? Eppure non serve una laurea in economia per capire che se ci sono sempre più pensionati e sempre meno persone che lavorano prima o poi il sistema collassa. E quindi forse bisognerebbe investire davvero sulle nuove generazioni, aiutando chi fa figli per provare a invertire la rotta del calo demografico, se vogliamo ancora le pensioni, la sanità e, appunto, la scuola pubblica. 

E poi, chissà come fanno all'estero, in tutti quei posti che non sono la Lettonia o Malta e che non hanno tre mesi di vacanze estive. Gli insegnanti spagnoli non patiscono il caldo? I ragazzi francesi non possono godere del "valore educativo della pausa estiva"? I bimbi tedeschi lo sanno che "la crescita della persona si svolge a scuola e anche fuori scuola"? E tutti i giovani studenti europei che non hanno tre mesi di vacanza estiva lo sanno che la loro sfortuna è che i loro "genitori sono più preoccupati dalle proprie esigenze che dalla crescita culturale dei figli"? 

Temiamo di no, perché evidentemente solo in Italia, Lettonia e Malta abbiamo capito tutto: che con tre mesi di vacanza estiva lo Stato risparmia, che i bambini così crescono meglio (e le famiglie sono sempre più numerose), e che quindi non bisogna assolutamente toccare un calendario scolastico ultracentenario. Che fortuna noi italiani, maltesi e lettoni, vero? 

In Italia non facciamo più figli, ma chi li fa viene pure deriso se chiede l’ovvio

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