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Lunedì, 15 Aprile 2024

Primarie Pd, incubo affluenza: e se fosse un nuovo flop?

Esiste ancora un popolo di sinistra disposto a mettersi in fila ai gazebo per scegliere il proprio leader? Ci sono ancora dei cittadini pronti a sacrificare il proprio tempo per una classe dirigente che li ha ripetutamente delusi e che pare incapace di regalare una speranza a quello che per decenni è stato un elettorato fedele e sempre pronto a sostenere i leader di sinistra alle elezioni ?

Paradossalmente è questa la domanda più importante a cui dovranno rispondere le primarie del Pd di domenica 26 febbraio. Una risposta che, dopo l’elevato astensionismo delle regionali, e la conseguente netta sconfitta del Pd e del centrosinistra, assume ancora più valore. Primarie, tra le altre cose, di cui si è parlato molto poco, e di cui, probabilmente, in pochi sono a conoscenza.

Perché queste elezioni primarie ancor prima del nuovo leader del Pd devono dirci se questo progetto politico, nato con le primarie del 14 ottobre 2007, ha ancora senso.  E se ai gazebo dovessero presentarsi meno di un milione di persone, sarebbe difficile negare che "questa storia un senso non ce l'ha". Dal trionfo di Veltroni fino alla vittoria di Zingaretti del 2019 i votanti alle primarie sono costantemente diminuiti. Si è passati dai 3 milioni e mezzo che incoronarono l'ex sindaco di Roma al milione e mezzo di elettori che scelsero il governatore del Lazio. Se il prossimo segretario del Pd dovesse essere scelto da meno di un milione di elettori, ci troveremmo davanti a un segretario sì vittorioso, magari anche in maniera netta, ma che in qualche modo inizierebbe la sua avventura in salita. Comunque vada l'affluenza, certamente il primo compito del nuovo segretario sarà quello di recuperare i tanti, tantissimi elettori di centrosinistra che in questi ultimi anni, nonostante l'alternarsi dei segretari, sono "scappati" dal Pd. 

Certo, poi le primarie dovranno anche eleggere il nuovo segretario tra Elly Schlein e Stefano Bonaccini. Due politici estremamente diversi, più differenti rispetto a quello che è apparso in questa campagna elettorale.

Proprio questa campagna elettorale ha messo in luce altri due grandi problemi del Pd. Il primo è storico: quello di parlare soprattutto di se stessi. Il Pd, dal discorso del Lingotto con il quale Veltroni si candidò a segretario dei democratici a oggi, parla soprattutto di se stesso, dei propri leader, delle proprie faide interne e delle primarie stesse. Quindici anni di assoluto solipsismo che, alla lunga, ha stancato anche gli elettori più fedeli come dimostrano le sconfitte del PD. Il secondo riguarda i tempi del congresso: una "corsa" talmente lunga che probabilmente avrebbe messo in difficoltà anche Abebe Bikila, il maratoneta più iconico della storia dell'atletica leggera. 

I due difetti hanno trasformato quello che doveva essere un congresso-(ri)fondativo del Partito Democratico in una discussione prolungata e annacquata che non ha saputo in alcun modo attirare l'attenzione dei cittadini dei media, pur essendo, almeno sulla carta, uno dei congressi dall'esito più incerto degli ultimi anni. Addirittura, recentemente i due candidati principali si sono persi in un'assurda discussione sulle capacità del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, forse deludendo le attese di tanti cittadini che aspettano ricette chiare per i loro timori e le loro paure. Una parte di cittadini, in un momento particolarmente critico della vita del Paese, che esce ancora fragile da una lunga pandemia mentre un'inflazione impetuosa stringe d'assedio i conti correnti degli elettori, che una volta avremmo da un punto di vista sociale etichettato come "di sinistra", oggi non si sente rappresentata dal quel Pd che pur avendo governato quasi sempre negli ultimi dieci anni, poco ha fatto, ai loro occhi, per migliorare concretamente la loro situazione economica e sociale. 

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