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Martedì, 29 Novembre 2022

La sentenza

Charlotte Matteini

Opinionista

Ecco perché i rider no, non sono liberi

Nuova tegola per le società di food delivery. Il tribunale di Torino nei giorni scorsi ha riconosciuto la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra Foodinho Srl, in sostanza Glovo, e un rider che ha lavorato con l’azienda in qualità, formalmente, di collaboratore autonomo occasionale. In realtà, secondo il giudice, questo tipo di rapporto non è assolutamente di tipo autonomo, come le piattaforme di delivery cercano di sostenere da anni, ma avrebbe tutti i connotati del lavoro dipendente.  

Non è la prima volta che un tribunale riconosce le ragioni dei “collaboratori” di Glovo e Deliveroo, già in passato sono state pronunciate varie sentenze molto simili, che hanno obbligato alla riqualificazione del rapporto di lavoro in subordinato e al versamento delle differenze retributive. Il dibattito sulla cosiddetta Gig Economy va ormai avanti da anni, non senza polemiche. Numerosi economisti, imprenditori, giornalisti e chi più ne ha più ne metta tessono le lodi di questo sistema perché considerato una modalità imprenditoriale che permette a tutti di poter guadagnare qualche soldo in più facendo dei “lavoretti” che non hanno le classiche restrizioni del lavoro. Insomma, una gran bella opportunità. Perché lamentarsi? 

La gig economy si basa su una falsità

Ecco, il perché è molto semplice: il motivo è che la tesi dei fan della Gig Economy si fonda su un assunto piuttosto contraddittorio. O meglio ancora, su una vera e propria falsità. Questi “lavoretti” che sarebbero così utili a tutti coloro che vorrebbero integrare i propri stipendi facendo un secondo “lavoretto” per potersi permettere qualche sfizio in più non sono nella realtà dei fatti veramente autonomi. Se da un lato le società di delivery hanno a disposizione una forza lavoro potenzialmente infinita grazie al modello di collaborazione autonomo che propongono, il sistema che gestisce i collaboratori di fatto è progettato per spingere ognuno di loro a dover essere presente il più possibile, soprattutto negli orari di picco di lavoro come quelli del week-end.  

Infatti, l’algoritmo che governa i collaboratori che ogni giorno sfrecciano in bici o in motorino per consegnare cibi su e giù per vie cittadine non solo assegna un punteggio che di fatto condiziona la libertà di scelta degli orari operativi del rider, ma organizza anche la prestazione andando a incidere sulle modalità di esecuzione, sulle tempistiche e sui luoghi. E a dirlo non sono io, ma le sentenze di vari tribunali. I rider, inoltre, si vedono penalizzati in questo punteggio essenziale ogni qualvolta dovessero fare ritardo oppure non dovessero rendersi disponibili per l’esecuzione del turno per qualsiasi ragione, di malattia, di infortunio, di imprevisto.  

Ma non è solo il rapporto di lavoro autonomo a presentare non poche problematiche, ma anche la gestione dei rapporti sindacali e con i lavoratori. Nel 2020, Assodelivery, insieme al sindacato Ugl, ha siglato un cosiddetto “contratto pirata” da sottoporre ai collaboratori. Un contratto che presenta numerose storture e imposto ai rider da regolarizzare pena il licenziamento immediato. Anche questa condotta è stata considerata illegittima da qualche tribunale, per esempio quello di Bologna, che in una sentenza, per esempio, ha evidenziato ordinato a Deliveroo “di astenersi dall’applicare detto accordo ai propri riders”. Per il giudice del lavoro, infatti, “il tentativo della Deliveroo di subordinare la prosecuzione del contratto con i riders all’accettazione dei termini previsti dal Ccnl, a pena di risoluzione del rapporto, appare evidentemente illegittima. E conseguentemente, la risoluzione dei rapporti per il rifiuto di adesione appare parimenti illegittima”. 

Insomma, per l’ennesima volta, e non la prima, un tribunale del lavoro scrive nero su bianco che questi “lavoretti” comandati da un algoritmo, il cuore della Gig Economy, non sono così liberi come le società di delivery hanno voluto far credere ma, al contrario, sono sostanzialmente eterodiretti e lasciano ben poca autonomia ai rider, a meno di subire forti penalizzazioni di punteggio, che comunque porterebbero il rider a non poter selezionare una serie di fasce orarie e quindi a non poter praticamente lavorare. Insomma, di innovativo sembra esserci ben poco. Anzi, sembra più un salto all’indietro di cent’anni. 

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