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Martedì, 25 Giugno 2024

Riforma fiscale, edizione illusione 2023

Pare che nei prossimi giorni arriverà in consiglio dei ministri l’ennesima “riforma del fisco”, elaborata stavolta dal viceministro dell’Economia, Maurizio Leo (FdI). Ennesima perché, come per l’esame di maturità e le pensioni, non c’è esecutivo che non ambisca a mettere la propria firma su un provvedimento “epocale”, e cercare di restare nei libri di storia economica patria. O almeno a sfuggire ai cestini della spazzatura. L’opera fiscale non è semplice. Così come non è semplice vendere l’ideuzza che sia possibile ridurre la pressione fiscale in un paese con crescita esangue malgrado l’ultimo anomalo biennio, il 144% di debito-Pil e i tassi d’interesse in volo verso le alte quote. Ma tant’è.

L’idea di Leo pare essere quella di riformare prima la fiscalità sulle aziende e poi, con la necessaria gradualità, quella sulle persone fisiche. Sulle aziende, puntando alla cancellazione dell’Irap, si parte dall’Ires. Aliquota base ferma al 24% ma possibilità di riduzione per reinvestimento degli utili in investimenti innovativi, brevetti o assunzioni di disoccupati ai margini, come i percettori di reddito di cittadinanza, donne e altre categorie svantaggiate. Quest’ultimo punto soddisferebbe un claim elettorale di Giorgia Meloni, quell’assurdo “più assumi, meno paghi di tasse“. Ora, anche un non addetto ai lavori arriva a intuire che una cosa sono gli investimenti e altra cosa sono i costi del personale; e non solo sul piano contabile, anche se qualcuno parlerà di “investimenti in capitale umano”. Resta il problema di condotte elusive da parte delle aziende, e dei controlli sulla genuinità di questi investimenti, con e senza virgolette. Altro lavoro per l’Agenzia delle Entrate? Servirà trovare i soldini, ovviamente. Si parla di cancellazione dell’ACE, l’agevolazione per la ricapitalizzazione aziendale. Dubito possa bastare, da sola. Ed ecco quindi che si apre il capitolo del “dialogo” e della semplificazione tra fisco e aziende, per produrre gettito. Per le piccole e medie imprese, si parla di un concordato preventivo. Di che si tratta? Di stimare gli utili del biennio successivo, e pagare le tasse sulla base di quelli. Avendo in cambio mano leggera su tutto quello che eccede la stima degli utili, e niente rischi di accertamento. Ma, aspetta: dove ho già letto questa cosa? Pensa che ti ripensa, ecco la lampadina accendersi. Il concordato preventivo su base triennale era un’idea di Giulio Tremonti di una ventina di anni addietro! Non si butta nulla, no?

Ecco cosa si leggeva sul Corriere nel dicembre 2005:

Oltre alla garanzia di non subire accertamenti, oltre alla possibilità di adeguare i redditi 2003 e 2004 pagando un’imposta sostitutiva del 23%, per le imprese e i professionisti che aderiscono al concordato triennale ci saranno una serie di benefici fiscali sull’”extrareddito”, ovvero sui redditi dichiarati eccedenti quelli programmati. Su questa quota di reddito non si pagherà l’Irap, ci sarà uno sconto del 4% sull’Ire o sull’Ires e non si applicheranno i contributi previdenziali. In primo luogo, l’Irap si pagherà solo sulla parte programmata, non su quella eventualmente dichiarata in eccesso. In secondo luogo, per la parte dichiarata eccedente quella programmata, “ferma restando l’aliquota del 23%” sotto la quale quindi non si potrà scendere, ci sarà uno sconto del 4% sull’Ire o sull’Ires. L’Ires sull’extrareddito scenderà quindi al 29%, mentre le aliquote marginali applicabili al reddito Ire sono ridotte di 4 punti percentuali. Infine, i contributi previdenziali si applicano esclusivamente per la parte programmata, fatto salvo il minimale.

La vedete, la struttura? Ripeto, non si inventa nulla. Non solo: all’epoca, come si legge, Tremonti pare puntasse anche ad un simil-condono: un’imposta sostitutiva per gli anni 2003 e 2004. Come è finita? In nulla, perché le imprese hanno sentito puzza di minimum tax e quindi nulla di fatto. Ora andrà diversamente? Nel frattempo, ha già iniziato a girare la parolina magica, “patto”. Che poi sarebbe “tu mi dai i soldi che concordiamo, io ti lascio tranquillo”. Emersione concordata di imponibile suona brutto? E, poiché il viceministro Leo sostiene da sempre (non avendo tutti i torti) che l’impianto sanzionatorio fiscale italiano è spesso tanto draconiano quanto impotente, ecco che pare arrivi anche l’idea di depenalizzare le dichiarazioni infedeli sopra 150 mila euro e l’omesso versamento. Ti rimetti in pari, magari con ampi sconti e rateizzazioni “perché c’è grossa crisi”, e a posto. Anche qui, vedremo cosa prevarrà tra l’esigenza di recupero di imponibile con certezza del diritto e incentivi non detti all’evasione. Il mondo è fatto di tradeoff.

A parte ciò, l’idea del concordato fiscale (mettiamoci d’accordo per i tuoi utili del prossimo biennio, e quello che eccede resta generosamente a te), è il prodotto strutturato e rinverdito della cosiddetta flat tax incrementale presente nella legge di bilancio di quest’anno. Ricordate? Quello che fai emergere sopra i livelli del periodo precedente te lo tasso solo al 15%. Una sorta di premio di produzione per l’emersione del nero senza emicranie da accertamenti, come ho segnalato dal basso del mio cinismo.

Veniamo all’Irpef. Ipotesi di tre aliquote, il testo è tutto da scrivere. Accorpamento delle due centrali, per favorire il leggendario ceto medio, che ormai si annida sotto la soglia del 35 mila euro lordi annui, e chi è sopra muoia con tutti i filistei. Ancora una volta, nessuna traccia dell’indicizzazione di scaglioni di imposta e detrazioni/deduzioni, così il fiscal drag potrà agire indisturbato e produrre “tesoretti” nominali. Quali coperture? Leo ha parlato di sfoltimento delle tax expenditures, affermando che ce ne sono oltre 600 “che cubano 156 miliardi”. Ora, a parte l’uso di un verbo che mi provoca reazioni anafilattiche, abbiamo scoperto l’acqua calda. Lo scrivo da tre lustri circa, su vent’anni di vita di questo inutile sito. Ma le tax expenditures sono porzioni di elettorato ritagliato e diventano diritti acquisiti. Inoltre, le principali sono intoccabili. Volete tagliare sanità, interessi su mutui prima casa, lavoro dipendente? No, vero? E invece, tagliare palestra e veterinario quanto boom di gettito vi porta?

Non fraintendetemi: l’idea è in astratto buona. Del resto, sappiamo da sempre che meno tax expenditures dovrebbe significare aliquote più basse. È il concetto originario della flat tax vera, non di quella sghemba della propaganda italiana. Ma proprio per quello non porta da nessuna parte. “Diritti” acquisiti. Lo stesso Mauro Maré, economista alla guida della commissione che cerca di non perdere il conto delle nuove mance fiscali, stima recuperi non superiori a 5 miliardi. Non pochissimo ma neppure molto. Ovviamente, c’è un ineliminabile aspetto redistributivo. Se leghiamo, ad esempio, la detrazione per spese sanitarie al reddito, magari col tetto a 35 mila euro e un décalage conseguente, possiamo irripidire la curva Irpef, e non di poco. Già il governo Draghi aveva percorso una strada simile, con décalage alle detrazioni su redditi superiori a 120 mila lordi annui e azzeramento a 240 mila, ma escludendo le grandi spese quali appunto sanità e interessi su mutui prima casa. Volere è potere e i kulaki ancora resistono, dopo tutto.

La via dell’inferno e delle leggi delega è lastricata di decreti attuativi. Resta il punto: mi pare molto difficile credere e far credere che si possano “tagliare le tasse” e crescere alla vecchia maniera del vecchio Laffer. Le tasse verranno tagliate ai soliti noti e sino alla soglia di 35 mila (creando legioni di incapienti, di questo passo), e a gettito invariato si produrrà l’esito redistributivo. Se questo possa indurre incentivi offertisti, lo si valuterà. Se invece si tratta del solito mulinello treccartaro dei tempi che furono per far passare condoni, avremo i soliti problemi. Non trattenete il respiro nell’attesa.

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