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Martedì, 23 Aprile 2024

Il commento

Sandra Figliuolo

Giornalista Palermo

Qual è la vera questione del caso di Ilaria Salis

"Gli Stati membri adottano misure appropriate per garantire che indagati e imputati non siano presentati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso il ricorso a misure di costrizione fisica". Questo recita il primo comma dell'articolo 5 della direttiva dell'Unione europea 343 del 2016 sul "rafforzamento della presunzione di innocenza". E basta leggere le premesse al testo per sapere che per "misure di costrizione fisica" ci si riferisce a "manette, gabbie di vetro o di altro tipo e ferri alle gambe". Tutti i Paesi dell'Ue avrebbero dovuto conformarsi a questa prescrizione entro aprile 2018. L'Ungheria, evidentemente, dopo quasi 6 anni, non ha ancora provveduto e può così permettersi di portare in un'aula di giustizia una nostra concittadina, Ilaria Salis, in catene e al guinzaglio.

Il trattamento disumano per Ilaria Salis

Fa rabbia che di fronte a violazioni così gravi, che ledono non solo la direttiva ma anche gli standard definiti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, si accampino complesse questioni di giurisdizione e limiti insormontabili alle sovrane normative ungheresi per giustificare una colpevole (e non presunta) inerzia, permettendo che un'italiana accusata di lesioni (non di strage), che in quel Paese rischia più di 20 anni di carcere e che è innocente fino a sentenza definitiva, venga trattata in modo disumano.

Va detto che noi in Italia siamo stati molto più bravi dell'Ungheria: nel novembre 2021, con soli 3 anni e mezzo di ritardo, abbiamo infatti recepito quella direttiva e – anche se la presunzione di innocenza era già prevista dall'articolo 27 della Costituzione – l'abbiamo ulteriormente"rafforzata". Ma con la creatività che ci è propria: nonostante all'articolo 4 del provvedimento sia infatti espressamente previsto che non si doveva in nessun modo impedire "alle autorità pubbliche di divulgare informazioni sui procedimenti penali" (e, di conseguenza, di comprimere altri diritti fondamentali come quello all'informazione), abbiamo deciso semplicemente che per garantire la presunzione d'innocenza i magistrati e le forze dell'ordine non debbano più parlare con i giornalisti.

Messina Denaro senza le manette

Da noi – a dispetto di ciò che sostengono in questi giorni alcuni politici – ferri ai piedi non se ne usano e quando catturiamo un mafioso, stragista, come Matteo Messina Denaro, non gli mettiamo neppure le manette. Per il nostro Paese ciò che conta – e lo dimostra anche la così detta legge bavaglio che vorrebbe impedire la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelari – è che la stampa taccia e non disturbi il potere.

Non che a queste latitudini le condizioni di detenzione siano paradisiache (il numero impressionante di suicidi in carcere e il sovraffollamento degli istituti di pena ne sono prove evidenti), ma noi siamo civili e democratici: le persone, anche se si macchiano dei crimini più efferati, non le incateniamo e non le portiamo a passeggio in tribunale come cani, come fa invece l'Ungheria. Per noi l'importante è che venga limitato il diritto di cronaca e che la gente non sappia cosa succede, che non venga a conoscenza di cose scomode per chi comanda.

Non si pensi quindi che le catene imposte a quella donna a Budapest siano tanto diverse da quelle che in Italia si impongono subdolamente alla stampa e ai giornalisti. A dispetto di norme democratiche e civilissime, la verità resta sempre – qui come in Ungheria - che chi detiene il potere fa fatica a digerire il dissenso e non vuole essere disturbato. Né da manifestanti stranieri, né da cronisti liberi.

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