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Martedì, 25 Giugno 2024

La zona grigia

Yasmina Pani

Editorialista

Smettiamola con queste indecenti gogne pubbliche su Instagram

Su Instagram, regno dell’attivismo finto e delle battaglie sul niente, esiste una pagina che si chiama Report your abuser. La persona che la gestisce invita le utenti di sesso femminile a “denunciare” (termine curioso) i loro “abuser”, cioè le persone che le hanno molestate o violentate (atti che vengono considerati equivalenti, tra l’altro): persone significa uomini e denunciare significa diffamare. Infatti si dà per scontato che una donna possa subire angherie e violenze solo da parte di un uomo (care amiche omosessuali, attaccatevi al c***); e si ritiene che sbattere su Instagram nomi e cognomi sulla base della testimonianza di una persona equivalga a denunciare.

Non c'è modo di sapere se gli uomini menzionati sulla pagina siano realmente colpevoli di qualcosa: non pende sul loro capo alcuna denuncia reale (cioè depositata presso la Polizia), non c'è nessun processo in corso. Ci sono soltanto le accuse fatte online da ragazze anonime. Evidentemente, a chi gestisce la pagina non è che importi molto di verificare se sta sputtanando una persona innocente. Queste sono le conseguenze del movimento me too, nato con l'intento nobile di scardinare il potere di certi uomini che amministravano i corpi delle donne attorno a loro a loro piacimento, in virtù della loro posizione e del loro potere economico; ma rapidamente trasformatosi in una condanna aprioristica del maschio, necessariamente e inevitabilmente maniaco, violento e maschilista.

E attenzione: il fatto rimarrebbe inaccettabile anche se in seguito si accertasse che si tratta davvero di molestatori e stupratori. Non sta al singolo cittadino amministrare la giustizia, ma allo Stato, che la affida a organi competenti, non a ragazzine in preda a un delirio di onnipotenza.

Ho denunciato questa cosa sulla pagina Coscienza DeGenere in cui mi occupo, insieme a Luiza Munteanu, di problemi maschili e femminili; in seguito al nostro appello, e alle molte segnalazioni che sono seguite, Instagram ha in un primo momento rimosso la pagina, che però ora si trova di nuovo online e continua a guadagnare iscritti. Agire per vie legali è possibile solo per le persone che la pagina ha diffamato, alcune delle quali ci hanno riferito di aver querelato o di essere in procinto di farlo. Tuttavia sappiamo tutti quanto siano lunghi i tempi della giustizia, e chissà se queste persone avranno mai un risarcimento per il danno che è stato loro arrecato. Nel frattempo, in ogni caso, altri uomini finiscono sulla pubblica gogna, a decine ogni giorno.

Il mondo femminista tace… oppure fa lo stesso

Nessuna delle associazioni e influencer più in vista del femminismo italiano ha avuto il minimo interesse a occuparsi della faccenda. Del resto, sono loro per prime a seguire il medesimo modus operandi: basti guardare cosa sta succedendo in queste ore a Serena Mazzini (su Instagram Serena Doe), analista dei social media che da anni si occupa di denunciare l’uso dei minori sui social, le truffe, e anche l’attivismo performativo, praticato ampiamente da molte di queste guru dell’inclusione, che tra un libro misandrico e l’altro vendono borsette a tema Palestina. L’attacco portato avanti contro Mazzini ha le inquietanti caratteristiche di un’operazione premeditata di aggressione di gruppo: alla stessa ora, diverse influencer femministe notissime (parliamo di canali che vanno dai 70.000 ai 300.000 iscritti) hanno iniziato una dopo l’altra a gridare nelle loro storie che Serena Mazzini fa parte di un gruppo Telegram in cui si praticano revenge porn e bullismo di gruppo. Ciascuna di queste influencer ha affermato che sono state pubblicate loro fotografie private senza il loro consenso, screenshot di conversazioni e di post privati, e che Serena le insultava insieme agli altri membri. Travestita non troppo abilmente con il nobilitante anglismo “call out” (critica pubblica), la gogna mediatica ha preso piede come un incendio, come sempre accade. Nessuna di queste influencer ha ritenuto di dover motivare le sue accuse con almeno uno straccio di prova: “gli screenshot ce li ho, ma non li pubblico, perché io non sono come lei”, dove lei sarebbe Serena, che tra l’altro ha sempre coperto i nomi delle persone coinvolte. Ma soprattutto: pubblicare uno screenshot sarebbe moralmente deprecabile, mentre sputtanare il nome di una persona ai quattro venti con accuse infamanti va bene? Un codice etico quantomeno bizzarro, col quale certo non concordano i principi del nostro ordinamento democratico. Ed è proprio questo il problema: la gogna sui social è diventata normale. Se hai potere mediatico (e queste persone ne hanno molto), ciò che dici su una persona viene preso automaticamente per vero: ora decine di migliaia di persone sono convinte che Serena Mazzini sia una persona violenta e disgustosa, e non si sono nemmeno sognate di domandarsi quale sia la sua versione dei fatti. Sbatti il mostro in prima pagina, senza nemmeno verificare che un mostro sia.

La violazione dello Stato di diritto pare non preoccuparci troppo

Delle persone la cui immagine e probabilmente la vita viene rovinata non importa, naturalmente, niente a nessuno, che si tratti degli uomini accusati di violenza o di una professionista tacciata di bullismo e revenge porn. Nessuno ha voglia di parlare del problema delle denunce false, più volte inutilmente ricordato da avvocati, psicologi e sostituti procuratori, perché mette in crisi l’ideologia attualmente prevalente: la donna è sempre vittima. Rimando ancora al caso di Napoli per chi volesse fare obiezioni. Nessuno ha voglia di contraddire un branco di femministe intoccabili: believe women, sì, ma comunque sempre le women che vogliamo noi.

Ma forse ancor più grave della misandria – di cui, purtroppo, abbiamo esempi ogni giorno – e dell’ipocrisia femminista è l’idea che sia giusto ignorare il funzionamento di un Paese civile e decidere di sostituirsi alla giustizia; l’idea che sia giusto gridare in piazza nomi e cognomi, diffondere fotografie, dare in pasto al pubblico un essere umano. Per difendersi, l’amministratrice di Report your abuser risponde che “loro” (tutti gli esseri umani eterosessuali dotati di pene che si riconoscono nel genere maschile) frequentano i gruppi Telegram in cui vengono diffusi foto e video di donne senza il loro consenso. Non riesce evidentemente a capire che poiché ha modo di sapere se l’uomo che sta diffamando ne fa davvero parte questa punizione non ha il minimo senso; quindi figuriamoci se riesce a capire che non viviamo più, e da molto, sotto la legge del taglione.

Anche l’uso delle parole è indicativo e merita attenzione (soprattutto perché queste sono le paladine del linguaggio inclusivo e della lingua magica che modifica il pensiero): parlano di “denuncia”, quando la parola corretta è “diffamazione”; parlano di “bullismo”, quando l’espressione corretta è “critiche spinte e impietose”. Parlano di “violenza” anche quando magari si è trattato di un fischio e un commento volgare per strada. Dipingono insomma un quadro rielaborato a piacimento, in cui i contorni della realtà vengono di molto alterati. Lo scopo è dipingersi sempre come vittime (status di cui, ricordiamo, hanno acquisito legalmente i diritti, hanno proprio il marchio registrato). La verità, come sempre, si perde sotto il cumulo di storie martellanti, di lamenti da tragedia greca, di accuse pompose e drammatiche che nemmeno nelle Catilinarie. Il contraddittorio non esiste, il carnefice (già condannato) non ha diritto di replica: il tribunale di internet ha già deciso.

Questo revival di idee preistoriche che mettono in pericolo l’ordine sociale dovrebbe preoccuparci enormemente, e indurci a nette e rumorose prese di posizione. Invece, come sempre, non solo tutto tace, ma persone come queste sono ogni giorno in televisione, in radio, ai festival letterari (non si capisce perché), intervistate come eroine dei diritti femminili, senza che mai un singolo giornalista si degni di domandare loro come fanno a dormire la notte.

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