Domenica, 21 Luglio 2024

Il rovescio della medaglia

Francesco Caremani

Editorialista

Scusi Spalletti, ma allora è tutta colpa dei giocatori?

L’equilibrio non è mai stato il nostro forte, in particolare nel calcio, soprattutto quando c’è di mezzo la nazionale italiana. Tutti fuoriclasse quando vince, tutti brocchi quando perde. Sappiamo benissimo che non è così e non è così che funziona, anzi. Proprio Roberto Mancini, vincendo Euro 2020, ha dimostrato che un gruppo si costruisce nel tempo e che una squadra si vede sia dentro che fuori del campo, capace, con questo legame, di arrivare oltre i propri meriti, conquistando una coppa vinta prima solo nel 1968 e con alle spalle due finali perse malamente negli anni Duemila, contro Francia e Spagna. L’Italia arrivata a Euro 2024 è una nazionale che zoppica da un po’, avendo mancato la qualificazione a Qatar 2022, venendo nuovamente sconfitta dalla Spagna in Nations League e perdendo il Ct per strada, diciamo così. Luciano Spalletti ha colto l’occasione al volo, perché per un allenatore, italiano, crediamo sia impossibile dire di no alla panchina azzurra. Forte di una gavetta, di una crescita e di una competenza che con il tempo hanno saputo e potuto apprezzare anche i suoi detrattori. In questo percorso c’è stata la ‘guerra’ con Totti, anzi con i Totti, le sue amnesie interiste – che i tifosi nerazzurri proprio in questi giorni hanno rimembrato con forza e un certo fastidio –, ma c’è anche il capolavoro napoletano, non solo perché vincere lo scudetto a Napoli è riuscito a pochissimi e con Maradona in campo, ma anche perché è stato uno spettacolo dentro e fuori, dallo stadio alla città e viceversa, con un gioco da stropicciarsi gli occhi, sia in Italia che in Europa.

Spalletti come Oronzo Canà

Spalletti ha preso la nazionale in corsa, non è nemmeno un anno che è il commissario tecnico, l’ha portata, con fatica, alla qualificazione e adesso agli ottavi di finale di Euro 2024. Ha perso per strada giocatori che hanno lasciato, giustamente, l’azzurro per età, è stato conservativo all’inizio, cercando poi d’inserire i giocatori preferiti e la propria idea di gioco. L’Italia vista in queste tre prime partite ci ha lasciato alcune immagini di sé. Impaurita e incapace di interrompere il possesso palla avversario, sia contro la Spagna che contro la Croazia, brava a reagire, un po’ anche contro gli spagnoli, con intelligenza contro l’Albania, con forza contro la Croazia, con seri problemi in attacco, qualche lacuna in difesa – non facciamo nomi perché sarebbe ingiusto – e poche idee in mezzo al campo. Eppure quando è stata messa con le spalle al muro ha tirato fuori qualcosa che solo noi italiani sappiamo riconoscere, grazie anche a individualità come Donnarumma – ma chi lo criticava che lavoro fa? –, Calafiori e Zaccagni. Siamo quelli dei secondi finali, siamo quelli del ‘fino alla fine’, siamo quelli che recuperano una partita e forse un intero torneo quando tutto e tutti ci danno per spacciati: in questo, più che in ogni altra cosa, riconosciamo il DNA azzurro. Poi c’è Spalletti che contro la Croazia, nell’ultima fase della partita, sembrava Oronzo Canà, capace di mettere in campo ‘la qualunque’ e dando l’impressione di non sapere più cosa fare, tanto che la rete del pareggio è solo merito della perseveranza di due giocatori, capaci di stare in partita fino all’ultimo secondo.

Detto di come Spalletti ha ereditato la Nazionale, con tutte le giustificazioni del caso, a noi sembra che, al di là delle scelte dei 26 da portare in Germania, non abbia mai avuto in mente una formazione preferita, un undici titolare, una scelta definitiva sul modulo, poiché, checché se ne dica, i giocatori dovranno pur avere dei parametri di riferimento. E come se non bastasse a critiche e domande, legittime, ha reagito malissimo: «Nel mezzo c’è sempre il comportamento che si ha. Quale prudenza? Se c’è il limite nel giocare la palla bisogna fare di più. Siamo sotto al nostro standard di livello. Nel primo tempo abbiamo perso dei palloni che non si possono perdere. Che c’entra la prudenza? Bisogna far meglio in ogni caso. Oggi siamo stati troppo timidi, ma non c’entra il modulo. Ci si accontenta del risultato». Oppure: «Come qualità di gioco siamo sotto livello, inutile girarci intorno. Se facciamo poco si realizza poco. Il nostro è un comportamento dove si vede che si pensa al risultato da portare in fondo senza credere di poterla vincere perché basta il pareggio, anche involontariamente succede. Ma mi aspetto più roba dai miei calciatori, perché a volte ce la fanno vedere. Bisogna trovare più equilibrio. Si vede che si può fare qualcosa di più, che sugli esterni si può fare male. Loro sui nostri esterni ci arrivavano sempre male. Noi però non siamo mai riusciti a portare a casa la possibilità che ci dava il sistema tattico». Sbottando letteralmente quando è arrivata una domanda su un patto che sarebbe stato fatto all’interno dello spogliatoio: «Mi parla di patto... Ma lei quanti anni ha? Io ho 65 anni, le mancano ancora 14 anni di pippe per arrivare alla mia esperienza... Lei lo dice perché è quello che le hanno detto. Io ci parlo coi calciatori, qual è il problema? È un patto per gli altri? Questa è una cosa che le hanno detto, però non si prenda delle licenze che non sono sue, sono debolezze di chi racconta le cose. C’è un ambiente interno e un altro esterno e se nell’ambiente interno c’è chi racconta le cose non vuol bene alla Nazionale».

Le iperboli stucchevoli

Un po’ Bearzot 1982, un po’ Lippi 2006, molto Spalletti, quello delle iperboli pre e durante il ritiro, quando parlare troppo di altro e non di calcio da sempre una brutta impressione: valori, comportamenti, attitudine e poi? Tante, stucchevoli, iperboli da farci venire in mente la frase di Stanis in Boris: «C’è un’altra cosa che voglio dirti, che credo sia il vero grande merito di questa fiction: è che non ci sono i toscani, capisci? Cioè nessuno che dice “la mi’ mamma”, “il mi’ babbo”, “passami la harne, la harta…” eh? Perché con quella c aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi i toscani hanno devastato questo Paese». Con una differenza fondamentale, Bearzot e Lippi – in Nazionale – non hanno mai scaricato le colpe sui giocatori, con Spalletti, invece, verrebbe da chiedergli: ma allora quanto conta l’allenatore in una squadra? È tutta colpa dei giocatori? Ecco, contro la Svizzera ci aspettiamo Zaccagni titolare, non perché vogliamo sostituirci al Ct – per carità – ma per un ragionamento semplice rispetto a chi da cosa e come, modulo permettendo. Se non sarà così, al di là del risultato – che nel calcio ha la sua importanza, altrimenti avrebbe regole diverse –, avremo una prima e importante risposta. E non ci piacerà.

Si parla di
Scusi Spalletti, ma allora è tutta colpa dei giocatori?
Today è in caricamento