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Mercoledì, 8 Febbraio 2023

Paradossi

Alessandro Rovellini

Direttore responsabile

Pollo fritto Kfc e sushi nel menu dell'italianissimo Twiga

Una cosa è nota a chiunque bazzichi un po' Forte dei Marmi. Che al Twiga l'uomo comune guarda e basta. Innanzitutto per il costo: una tenda arriva a 1.000 euro al giorno. Poi, in alta stagione, c’è una mitologica lista d’attesa, come i palchi a teatro, dove non entra nessuno. Passando sul bagnasciuga, si osservano da lontano showgirl, imprenditori, calciatori, oligarchi. Sono in una teca. Perfino il retrostante parcheggio è terreno di caccia esclusivo di Lamborghini, Mercedes e inarrivabili Bentley. Come contorno, decine di nerboruti addetti alla sicurezza con auricolare.

Ora, assimilereste mai un luogo del genere all'ameno calore familiare dei bagni di Sapore di sale? Eppure qualcuno lo fa. E quel qualcuno, in un cortocircuito che ha dell'incredibile, è chi il Twiga in parte lo possedeva. Il ministro del Turismo Daniela Santanchè, dal palco di Confesercenti, ha lanciato ancora strali contro "le multinazionali", che vogliono privarci delle "spiagge libere" e il piacere degli "spaghetti alle vongole". Addirittura si "sentirebbe male" a sapere che "pezzi del nostro litorale" perderebbero "quelle che sono le nostre peculiarità, perché nei nostri stabilimenti balneari, a seconda della Regione, c'è un tipo di ospitalità, di cibo, di accoglienza". Le multinazionali, per i sovranisti, qualsiasi cosa intendano, sono un concetto flessibile e malleabile. Alla fine è sempre un po' colpa di questi colossi stranieri per tutto e di tutto, e sono un formidabile aggregatore di consenso. Pos, contanti, app: è più facile avere fiducia in chi ci difende da un nemico comune. Anche se il nemico non esiste. La retorica di Santanchè, tuttavia, è l'ennesimo mattoncino di questa narrazione stucchevole.

Il re del pollo fritto al Twiga

Luciano Capone ha scritto ironicamente che senza i patrioti nostrani "saremmo costretti a scegliere tra spiagge libere occupate da orde di drogati che fanno i rave party e lidi in mano alle multinazionali che ci farebbero mangiare pasta con gli insetti". Eppure, nel menu del Twiga compaiono (reggetevi) sushi & maki rolls, polpo teriyaki, guacamole espresso con chips di platano e alette di pollo fritte in salsa Kfc. Non propriamente specialità versiliane. Per i pochi che non lo sapessero, Kfc è una delle più grandi catene di fast food al mondo, 27 miliardi di dollari di fatturato e 750mila dipendenti. Sì, azzarderei a chiamarla 'multinazionale' senza remore. 

Il menu del Twiga

Le spiagge per diritto acquisito

Il nodo è molto semplice. E il folklore sui poteri forti cattivi è il classico fumo di scena del prestigiatore per oscurare la vera questione. L’Italia da anni finge che non esista una direttiva europea approvata nel 2006, la Bolkestein, secondo la quale la gestione dei beni pubblici va assegnata con una procedura di gara. Come scrive il nostro Cesare Treccarichi, nello Stivale, invece, le spiagge - beni pubblici che appartengono al demanio dello Stato - sono assegnate con concessioni decennali molto vantaggiose per i titolari dei bagni. Una sorta di diritto acquisito che si tramanda di generazione in generazione. In certi casi in qualche modo "meritato": ci sono aziende balneari serie che investono e migliorano i litorali, animando il tessuto economico locale. In altri casi, invece, i titolari ci sguazzano restituendo poco o nulla, tra sfruttamento e lavoratori in nero.

Lo stesso Flavio Briatore, ex socio di Santanchè del Twiga, aveva detto che "gli affitti delle concessioni balneari andrebbero rivisti tutti. E almeno triplicati. Parlo anche per me: per il Twiga, di concessione, dovrei pagare circa 100mila euro". I ricavi dello Stato sono pochi rapportati al settore. Dai numeri della Corte dei Conti, Roma nel 2020 ha incassato 92,5 milioni di euro da 12.166 concessioni "ad uso turistico" a fronte di un presunto giro d’affari quantificato in circa 15 miliardi di euro.

Secondo una stima di Legambiente, le spiagge occupate dagli stabilimenti tra Pietrasanta e Forte sono (reggetevi parte seconda) rispettivamente il 98,8% e il 93%. Un’enormità. Questo restituisce una costa ben tenuta. Ma di fatto non per tutti. E così dopo anni di apatia bipartisan, il governo Draghi, su pressione Ue, ha accelerato approvando un disegno di legge che chiede al parlamento una delega per riformare il sistema delle concessioni balneari con una serie di decreti attuativi, prevedendo uno slittamento fino al 31 dicembre 2024 in presenza di "ragioni oggettive" che impediscano lo svolgimento della gare.

Il governo Meloni, naturalmente, non ha alcuna intenzione di dare una spinta al processo. Anzi, l’impressione è che si voglia scivolare nell’inerzia con la classica pallonata oltre il centrocampo. Tanto che il ministro del Turismo ha messo le mani avanti affermando che le gare non potranno essere fatte prima di 8 mesi o un anno. Come a dire: gli stabilimenti balneari per ora non si preoccupino. Tanto si parte prima dalle spiagge libere rimaste, togliendo "tossicodipendenti e rifiuti".

Dimenticavo. Se vi capitasse di passare in Versilia, in questo periodo, vedreste a perdita d’occhio un’immensa distesa di sabbia abbracciata ai cavalloni del mare invernale. In certe giornate la schiuma delle onde si sfuma all’orizzonte, in una tavolozza mozzafiato. Niente eroinomani. Niente rifiuti. I bagni sono chiusi, quindi niente ombrelloni cafoni in paglia di plastica. Nemmeno l’ombra della trashissima giraffa del Twiga a torreggiare. Qualche folle, chissà, potrebbe perfino pensare che per qualche mese all'anno sia bellissimo così.

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