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Domenica, 26 Maggio 2024

La fake news che continua a fare stragi nel Mediterraneo

Il 14 febbraio, a San Valentino, un barcone con a bordo circa 80 persone è naufragato a poca distanza della costa della Libia: solo sette migranti sono sopravvissuti. Dall'inizio dell'anno, lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono morte in media tre persone al giorno. Non è chiaro se il naufragio sia avvenuto in acque internazionali, quindi in una zona di mare dove sarebbe potuta intervenire una nave delle ong. Ma nonostante questo, i teorici del "pull factor", ossia la teoria (mai verificata da nessuno studio) secondo cui siano tali navi, con la loro sola presenza, a favorire l'emigrazione verso l'Europa, hanno subito puntato il dito contro le organizzazioni che soccorrono i migranti.

Secondo i siti sorvanisti italiani, il barcone affondato a San Valentino, stava cercando di raggiungere la Ocean viking, nave umanitaria battente bandiera norvegese. Tali siti, subito ripresi da migliaia di profili su Facebook, non citano alcuna fonte, ma danno per assodato che la strage sia da attribuire al "pull factor". Peccato che, stando a quanto riportano diverse fonti, tra cui la stessa Ocean viking (tra l'altro facilmente verificabili dai tracciati di navigazione), proprio la mattina di San Valentino la nave norvegese aveva soccorso un altro barcone con 84 migranti. Avrebbe potuto salvare anche le persone a bordo di quello affondato? No. E il motivo è perché la nuova legge sulle ong varata dal governo Meloni vieta espressamente i salvataggi multipli: se si soccorre una barca, bisogna subito andare via. Anche se lì vicino ci sono donne, uomini e bambini che muoiono.

Ecco perché la ricostruzione che circola sui siti sovranisti è quantomeno inverosimile: il barcone affondato non avrebbe potuto raggiungere l'Ocean viking perché i soccorritori di questa ong avevano già effettuato un salvataggio, e si stavano dirigendo verso l'Italia, in direzione di Ravenna, porto lontanissimo assegnato dalle autorità italiane nel tentativo palese di ridurre le loro operazioni nel Mediterraneo. È la strategia del governo Meloni, è chiaro a tutti. Ed è una strategia che proprio in questi giorni l'Onu ha duramente criticato, perché sta "causando ulteriori morti in mare". 

Questo è l'unico dato certo di cui disponiamo. Chi opera sul campo, come l'Oim, ente delle Nazioni unite che si occupa di migrazioni, ha più volte smentito l'esistenza di un "pull factor", un termine introdotto in documento di Frontex, l'agenzia Ue di guardia costiera, ma mai confermato dalla stessa agenzia. Per i sovranisti e anti-migranti, sempre pronti ad accusare l'Europa cattiva, un'ipotesi scritta da un oscuro funzionario Ue è diventata vangelo. E poco importa che Frontex sia finita nelle polemiche per aver speso 2,1 milioni di euro (soldi dei contribuenti anche italiani) per una serie di cene in ristoranti di lusso e feste, e per aver favorito i respingimenti di migranti in mare, anziché soccorrerli.

La posizione ufficiale dell'Europa, se proprio si vuole fare affidamento sull'Ue in tema di migrazione, è che le persone in mare vanno salvate, senza se, e senza ma. "Nel Mediterraneo centrale vogliamo rafforzare la gestione delle frontiere e le capacità di soccorso in Libia, Tunisia ed Egitto lavorando in stretta collaborazione con l'Alto commissariato Onu" per i diritti umani, ha detto la Commissione europea questa settimana a Strasburgo. Per inciso, l'Alto commissariato Onu per i diritti umani è quello che non solo critica aspramente le nuove norme italiane sulle ong, ma anche il memorandum di intesa con la Libia da poco rinnovato dalla premier Meloni.  

E qui torniamo al barcone affondato nel giorno di San Valentino. Il memorandum, attivo dal 2017, prevede in sostanza fondi alla Libia e mezzi per la sua guardia costiera in cambio di una migliore gestione da parte di Tripoli dei flussi in partenza, ossia il contrasto ai trafficanti e il soccorso dei barconi (da riportare in Libia). Mettendo da parte lo stato dei centri d'accoglienza libici (le cui violenze nei confronti dei migranti sono ampiamente documentate), e il fatto che nella guardia costiera libica ci siano personaggi legati al traffico dei migranti (accusa anche questa documentata), dopo 5 anni si può affermare con una certa sicurezza che il memorandum è stato un fallimento.

È stato un fallimento nel fermare i flussi: nel 2022, dei 100mila e passa migranti arrivati illegalmente in Italia, ben la metà provenivano dalla Libia. Ed è stato un fallimento nel fermare le morti: come emerge da diversi studi, la guardia costiera libica non è adatta a sostituire le ong nel salvataggio dei migranti. Lo si è visto con la stretta sulle navi di soccorso operata dall'allora ministro degli Interni Matteo Salvini: senza ong in mare (e senza neanche la Marina italiana e l'operazione Ue Sophia operante), i morti sono aumentati del 19%. E questo nonostante il calo dichiarato delle partenze. 

Di contro, sempre gli stessi studi hanno concluso che l'effetto di attrazione delle navi di soccorso è pressoché irrisorio: "Le persone continuano a partire dalla Libia perché la situazione è così instabile, le violenze sono così forti che decidono di farlo a prescindere dalla presenza o meno di salvataggi in mare", spiega Flavio Di Giacomo, portavoce dell'Oim. In un Paese del genere, lacerato da conflitti interni e più prossimo all'anarchia che a una parvenza di Stato, l'Italia ha comunque trovato il modo di fare affari: insieme al memorandum, l'Eni ha siglato un accordo da 8 miliardi per lo sfruttamento dei giacimenti di gas libici. Evidentemente le trivelle e i gasdotti funzionano meglio della guardia costiera libica. 

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