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Venerdì, 24 Maggio 2024

Charlotte Matteini

Opinionista

Ogni anno si suicidano 500 ragazzi: stop ai "modelli inimitabili"

Adele (nome di fantasia, ndr) era una studentessa universitaria di 19 anni che frequentava la Iulm di Milano. Non sappiamo ancora chi era davvero, quali fossero le sue passioni e i suoi desideri per il futuro. Sappiamo solo che ha deciso di togliersi la vita nel bagno della sua università, scusandosi "per i suoi fallimenti". 

Quasi 2 giovani al giorno si uccidono in Italia

Il suicidio di Adele, purtroppo, è solo l’ultimo di una lunga serie. Ogni anno in Italia, secondo i più recenti dati Istat disponibili, aggiornati al 2019, si contano circa 4.000 suicidi all’anno, il 13% dei quali – circa 500 – fra gli under 34. Di questi 500, si contano circa 200 casi tra gli under 24, che in altissima percentuale risultano essere proprio studenti universitari. La situazione è drammatica ed è divenuta ancor più drammatica con la pandemia, che ha di fatto avuto un ruolo da detonatore di problematiche già latenti soprattutto tra i giovanissimi. Sempre secondo l’Istat, infatti, nel 2021 in Italia 220mila ragazzi tra i 14 e i 19 anni si dichiaravano insoddisfatti della propria vita e in una condizione di scarso benessere psicologico.  

Numeri impressionanti, che però sembrano non sconvolgere più di tanto chi dovrebbe occuparsi di trovare soluzioni a questi disagi, frutto di una società che non tollera il fallimento, fondata sulla competizione estrema, alla perenne ricerca del successo e che arriva a bullizzare chi non è in grado di rispettare determinati standard e aspettative. Una società che, soprattutto, considera i giovani non il futuro e una leva per la crescita del Paese, ma carne da macello utile solamente ad alimentare un modello di vita, professionale e personale, ancora arroccato a logiche anni ’50. 

Sono passati pochi mesi dalla morte di Riccardo Faggin, studente universitario di 26 anni che ha deciso di togliersi la vita simulando un incidente stradale. Anche in quel caso, tutta Italia ha parlato della drammatica vicenda per giorni. E poi? Finita nel dimenticatoio. Il sipario è calato velocemente sia sulla storia di Riccardo che soprattutto sull’analisi di un fenomeno in preoccupante ascesa e che nessuno sembra aver intenzione analizzare e comprendere per trovare delle soluzioni. 

Il bombardamento dei "supereroi"

Di contro, i media, un giorno sì e un giorno no, ci bombardano di storie di laureati prodigio che finiscono il proprio percorso di studi con anni di anticipo, che discutono la tesi di laurea durante il travaglio e di superuomini  e superdonne che vivono esclusivamente per lavorare e che esaltano lo spirito di sacrificio dove per sacrificio si intende l’essere disposti a qualsiasi cosa pur di lavorare, anche 12 ore al giorno per un tozzo di pane senza avere alcuna vita al di fuori della propria professione.  

Storie raccontate a tambur battente come se in qualche modo si volesse instillare nella mente dei ragazzi che basta volerlo per farcela, è solo questione di volontà, dimenticando però che in particolare l’Italia è uno dei Paesi Ocse con i peggiori indicatori per quanto riguarda il benessere economico e professionale dei giovani under 34, che vivono una condizione di precariato e stipendi risibili molto peggiore di quella vissuta dai propri genitori alla stessa età.  

In questa narrazione nulla contano le difficoltà, i disagi, i disturbi. Di quelli nessuno tiene conto, anzi sono elementi di disturbo che è bene nascondere sotto il tappeto. “Guarda, questa ragazza è riuscita a laurearsi scalando le montagne e studiando 18 ore al giorno, perché tu non puoi farcela?”. E via oggi, via domani, questi messaggi tossici iniziano a insinuarsi nelle menti delle persone più fragili, che continuano a sentirsi completamente inadeguate alle aspettative che la società impone loro. E a volte, capita che qualcuno non riesca più a resistere a questa continua pressione psicologica e soccomba. Com’è capitato ad Adele, a Riccardo e alle centinaia di ragazzi che negli ultimi anni sono arrivati a togliersi la vita scusandosi per i propri fallimenti universitari e professionali. 

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