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Sabato, 13 Aprile 2024

Antonio Piccirilli

Giornalista

Perché sul superbonus M5s e Pd hanno torto

Il "blitz" del governo Meloni sul superbonus ha ricompattato M5s e Pd che accusano la maggioranza di voler dare un "colpo mortale" al settore edile mettendo a rischio decine di migliaia di imprese e posti di lavoro con lo stop alla cessione dei crediti. Un'unità di intenti che non deve stupire più di tanto. L'agevolazione per rendere più efficienti gli edifici, come pure il bonus facciate al 90%, venne infatti approvata ai tempi del governo Conte bis quando al ministero dell'Economia c'era l'attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri (Pd).

Oltre a protestare però dem e 5 Stelle avrebbero il dovere di avanzare delle proposte concrete (e sensate) per uscire dall'impasse in cui oggettivamente ci troviamo. Per intenderci: non basta dire che per sbloccare i "crediti incagliati" devono intervenire le Regioni se poi, presto o tardi, a pagare è sempre lo Stato. Inutile girarci attorno: i costi dei bonus edilizi sono diventati insostenibili. Come ha denunciato la premier Giorgia Meloni, la spesa ha superato di slancio i 100 miliardi euro e gli interventi asseverati per il solo superbonus valgono oltre 65 miliardi. L'esborso totale è dunque pari a quello di 3 o 4 manovre finanziarie, un costo che in assenza di interventi avrebbe continuato a crescere in maniera smisurata.

Non c'è bisogno di essere fini economisti per capire che in qualche modo era necessario intervenire. Il primo a metterci una pezza è stato il governo Draghi che ha depotenziato le due agevolazioni più esose (superbonus e bonus facciate) e ha introdotto dei limiti alla cessione dei crediti fiscali allo scopo di arginare le truffe. L'esecutivo in carica, spaventato dai conti, ha fatto il resto.

Si poteva agire diversamente? E in che modo? L'obiezione è nota: cancellando la possibilità di cedere i crediti alle banche, i bonus saranno appannaggio solo di chi ha i soldi per anticipare il costo dei lavori. Il che è in parte vero.

Ma se siamo arrivati a questo punto la colpa non può essere addebitata né a Meloni né a Draghi, bensì a chi ha concepito e approvato queste misure senza avere un'idea precisa dell'impatto sui conti pubblici soprattutto nel lungo periodo. Per tenere sotto controllo la spesa Pd e M5s avrebbero potuto (e dovuto) scegliere altre strade: ad esempio pensando sin dall'inizio a un'agevolazione più bassa del 110% così da ridurre gli oneri per lo Stato; oppure limitandosi a potenziare il bonus per la ristrutturazione dei singoli immobili aumentando lo sconto al diminuire del reddito.

Così non è stato: si è invece deciso di erogare il bonus (e che bonus!) a tutti, indistintamente, poveri e ricchi, mettendo in moto un meccanismo - quello della cessione dei crediti - che in poco tempo ha mostrato tutti i suoi limiti. Non solo per le truffe (circa 4 miliardi di euro quelle accertate), quanto piuttosto perché il sistema si è ingolfato da solo. Il motivo è evidente: l'opportunità di ristrutturare casa gratis ha fatto gola a molti, le banche hanno comprato i crediti finché hanno potuto, ma una volta esaurito il proprio plafond hanno dovuto alzare bandiera bianca. Mettendo nei guai quelle imprese che si sono ritrovate col cerino in mano. Un bel pasticciaccio. E non certamente l'unico se pensiamo ad esempio all'aumento senza precedenti dei costi nell'edilizia (con buona pace di chi ha dovuto ad esempio comprare un immobile nuovo pagandolo di più). 

Certo, il bicchiere non è del tutto vuoto. E a questo punto gli "ottimisti" sollevano un'altra obiezione. È vero, dicono, che il superbonus ha creato alcuni problemi, ma il suo impatto su Pil e occupazione è tale che le entrate aggiuntive per lo Stato stanno compensando in buona parte le maggiori uscite. In sostanza l'agevolazione si ripagherebbe quasi da sola. È davvero così? Di studi ne sono stati fatti molti con risultati assai diversi tra loro, ma va anche detto per completezza che molte delle stime più ottimistiche, di sovente citate dai 5 Stelle, sono realizzate da associazioni che operano o hanno interessi nell'edilizia. 

Che degli effetti benefici ci siano stati è comunque indubbio: secondo un ente indipendente come l'Istat ad esempio nel secondo trimestre 2022 solo il settore delle costruzioni ha contribuito per il 16% alla crescita dell'economia, ovvero per circa un sesto del totale. Un dato, è vero, che non comprende le attività immobiliari e dunque potrebbe essere anche più alto, ma va anche osservato che l'economia del settore edile non dipende (per fortuna) esclusivamente dai bonus edilizi. 

Se dunque è incontestabile che il superbonus abbia contribuito alla crescita dell'economia (con l'effetto collaterale però di "drogare" il settore), la tesi che "si ripagherà da solo" o che avrà un costo tutto sommato marginale è quanto meno azzardata e comunque tutta da dimostrare. Tant'è che al ministero dell'Economia ci sono serie preoccupazioni per la tenuta dei conti nei prossimi anni quando lo Stato dovrà ripagare quei crediti comprati dalle banche. Oltre ai cento e rotti miliardi già messi in conto, senza un intervento del governo nel 2023  "avrebbero preso forma altri 40 miliardi di costi" ha detto Giorgia Meloni, con il pericolo concreto di non avere "i soldi per fare la finanziaria".

Chi siede a Palazzo Chigi, guarda caso, tende a essere pessimista. Già l'ex premier Mario Draghi in effetti aveva criticato duramente gli incentivi e nella fattispecie i meccanismi di cessione dei crediti: "Chi li ha disegnati senza discrimine o discernimento? Sono loro i colpevoli di questa situazione per cui migliaia di imprese stanno aspettando i crediti". Un'accusa molto poco velata a chi ha scritto la legge. Che ancora oggi continua a fare spallucce. 

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