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Lunedì, 6 Febbraio 2023

I forzati dell’Irpef che reggono un intero paese

Nella nona edizione della “Indagine sulle dichiarazioni di redditi a fini Irpef“, realizzata dal centro studi Itinerari previdenziali, dietro il titolo lievemente criptico dell’indagine, si cela l’analisi delle modalità di finanziamento del nostro welfare. Le evidenze confermano quello che sappiamo da tempo: in Italia esiste una piccola quota di contribuenti che si carica sulle spalle il peso delle prestazioni sociali, mentre un numero crescente di cittadini esce, in un modo o nell’altro, dagli obblighi tributari.

L’indagine è relativa ai redditi 2020 dichiarati nel 2021; soffre, quindi delle distorsioni legate all’anno della pandemia e delle straordinarie erogazioni a sostegno di famiglie e imprese. Tuttavia, la tendenza di fondo, confermata dalle stime per il 2021 e 2022, non viene alterata. A livello di numeri, nel 2020 sono stati impiegati 122,72 miliardi per la spesa sanitaria, 144,76 per assistenza sociale e altri 11,3 per il welfare degli enti locali. In totale, 278,78 miliardi coperti dalla fiscalità generale. A queste tre voci di spesa è stato destinato l’intero gettito Irpef più addizionali, Ires, Irap e imposte sostitutive e pure una cinquantina di miliardi di imposte indirette. Va da sé che, se il gettito finisce a welfare, mancano risorse per tutto il resto, ad esempio scuola e ricerca e investimenti. Ci sono altri dati che indicano la pericolosa deriva di questo paese, e li riassume il presidente di Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla:

Negli ultimi 13 anni i redditi dichiarati sono cresciuti del 10% circa, meno dell’inflazione ed enormemente meno della spesa pubblica e, in particolare, di quella assistenziale aumentata del 98% e arrivata a toccare già nel 2020 un valore pericolosamente vicino a quello del gettito dell’IRPEF ordinaria. Bastano questi pochi dati per capire come si sia davanti a un onere molto gravoso da sostenere.

Bisogna -retoricamente- chiedersi: ma questo è un paese che sta rapidamente scendendo la china della povertà, o c’è dell’altro? Possiamo scontare il fatto che la disastrosa situazione demografica italiana sia una rilevante concausa della lievitazione della spesa per prestazioni sociali. E che la produttività stagni da troppo tempo e quindi la torta si restringa. Ma c’è dell’altro. Come che sia, il problema è la piramide dei paganti. E qui si scoprono i numeri. Ad esempio, che

più di 5 milioni di versanti con redditi superiori ai 35mila euro […], nella sostanza, sostengono il peso del finanziamento del nostro welfare state. Più precisamente, esaminando le dichiarazioni a partire dagli scaglioni di reddito più elevato, sopra i 100mila euro, l’Osservatorio individua solo l’1,21% dei contribuenti che, tuttavia, versa il 19,91% delle imposte. Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi da 55.000 a 100mila euro (che sono 1.385.974, il 3,37% del totale, e pagano il 18,14% del totale delle imposte), si ottiene che il 4,58% paga il 38,05% dell’IRPEF. Includendo infine anche i redditi dai 35.000 ai 55mila euro lordi, risulta infine che il 12,99% paga il 59,95% dell’imposta sui redditi delle persone fisiche.

Su quasi 60 milioni di residenti in Italia all’1 gennaio 2020, sono stati circa 41 milioni quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi nel 2021 (con riferimento all’anno di imposta precedente). A versare almeno 1 euro di IRPEF sono stati però solo 30.327.388 residenti, vale a dire poco più della metà degli italiani: a ogni contribuente corrispondono quindi 1,448 abitanti. Un tasso di dipendenza fiscale insostenibile. Circa il 79% degli italiani dichiara redditi fino a 29 mila euro e paga solo il 27,57% di tutta l’IRPEF: un gettito insufficiente a coprire la spesa per le principali funzioni di welfare. La politica passa il tempo a disegnare tax expenditures per erodere il gettito Irpef e comprare voti a caro prezzo, e tali benefici si accumulano sui redditi fino a 35 mila euro, divenuta ormai la fatale soglia oltre la quale albergano i ricchi da incatramare e additare al pubblico ludibrio, meglio se durante pensose assise dedicate a “rifondare la sinistra” e spesso animate da gente che mai ha lavorato in vita propria perché impegnata a tempo pieno a riscattare gli ultimi.

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Chi si trova nella condizione peggiore possibile, e lo ribadisco ad nauseam, sono i contribuenti al giogo della dittatura del sostituto d’imposta: i dipendenti. Ma non tutti, sia chiaro: se capita che costoro rivestano ruoli dirigenziali o di quadri intermedi, il danno si amplifica: sono “ricchi”, sopra la fatale soglia di 35 mila euro, quindi devono redimersi sotto il peso della colpa e il sostituto d’imposta deve fungere da esecutore della sentenza contro i kulaki. Ovviamente, sopra tale fascia di reddito alloggiano confortevolmente anche evasori. Parlando di erosione dell’Irpef, la soglia dell’agiatezza all’italiana dei 35 mila lordi annui -per i dipendenti- viene agevolmente e da tempo derogata dalla flat tax per gli autonomi, con tutte le sue distorsioni anti-produttive, destinata a salire a 85 mila euro annui di ricavi. In sintesi, i numeri della iniqua e feroce redistribuzione a mezzo Irpef parlano chiaro, anzi urlano. Se dovessimo guardare la sola distribuzione dei redditi Irpef avremmo il quadro di un paese devastato come appena uscito da una guerra. O meglio, che continua a combattere una guerra. Le diseguaglianze esistono ma esiste anche una abnorme area di sottrazione ed erosione di materia imponibile, che alla fine deve trovare copertura da qualche parte. Nel deficit, di solito, malgrado gli strepiti contro l’implacabile “austerità” e neoliberismo che piagano la penisola alla deriva nel Mediterraneo e in viaggio verso il Sudamerica. Oppure nel prelievo ai danni di chi non può “difendersi”, sia in forma monetaria diretta che di progressiva esclusione dalla fornitura di servizi pubblici (cioè di aumento di compartecipazione alla spesa). Se è vero che il 2020 è stato un anno eccezionale a causa della pandemia, le stime realizzate da Itinerari previdenziali per il 2021 e 2022 indicano ancora un forte sbilancio tra imposte dirette e spesa sociale, che in prospettiva depaupera la dotazione di capitale (umano, tangibile e immateriale) del paese:

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Che fare, quindi? Se la struttura dell’economia italiana agevola la sottrazione di imponibile, col suo fallimentare mantra del “piccolo è bello”; se il sistema partitico erode sistematicamente l’Irpef con continui bonus e imposte sostitutive (per gli amici, flat tax) che alla fine causano l’innalzamento delle aliquote nominali e incentivano l’evasione; se la situazione demografica del paese è una catastrofe non mitigata in cui il tasso di dipendenza aumenta, e con esso la spesa sociale, possiamo dire che nel breve-medio termine c’è poco da fare. Di certo, scrivere una legge di bilancio che eroga sussidi “al nero” a soggetti il cui contributo alla produttività è spesso nullo quando non negativo, non appare la strada da percorrere, con buona pace del framing libbbertario con cui gli interessati accolgono il sussidio all’evasione. Del resto, questo è un paese in cui si è confermato alla nausea che il famoso “pagare tutti per pagare meno” è una bufala di proporzioni bibliche, e che vale solo la regola aurea del “pagare tutti per spendere di più”. Dopo questa meritoria opera di demistificazione, debbo purtroppo constatare che Itinerari previdenziali e il suo animatore e leader insistono con proposte di scarso senso. Ad esempio, la lotta all’evasione fiscale a mezzo del famigerato “contrasto d’interessi”, altro piatto forte di molte stagioni della politica illusionistica, oggi in sonno ma sempre pronto a esser rimesso nel microonde elettorale. Contrasto d’interessi che, in realtà, incenerirebbe il gettito. O ancora, sostenere a spada tratta che sia possibile, oltre che proficuo, separare assistenza e previdenza. Cosa che servirebbe solo a mettere a nudo che le due sono inscindibilmente connesse, e che la prima puntella la seconda per evitare che la gente letteralmente muoia di fame.

Sono certamente limitato ma non capisco come sia possibile denunciare la redistribuzione patologica che viene fatta devastando l’Irpef con crescente spesa sociale, e poi chiedere che previdenza e assistenza siano separate per mostrare -immagino- che la prima costa relativamente poco e quindi possiamo “permetterci” di pompare la seconda.

Al di là di ciò, i dati confermano quello che sostengo da almeno un decennio: che questo paese sta divorando se stesso. Lentamente, inesorabilmente.

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