Domenica, 7 Marzo 2021
L'opinione di Today

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A cura di Redazione

Verso la terza ondata, con consapevolezza ma senza paure

Una delle difficoltà della gestione di questa emergenza, che dura oramai da un anno, è la diffusa incapacità di comprendere l’evoluzione di fenomeni che, almeno nelle linee generali, sono prevedibili invece con un certo anticipo. Purtroppo, molto spesso, anche sedicenti esperti tendono ad osservare la dinamica dell’epidemia giorno per giorno, e focalizzandosi su quello che succede a livello regionale o nazionale. Invece, l’analisi dei numeri che ci vengono proposti giornalmente dovrebbe esser fatta in funzione dell’evoluzione, anche aiutandoci con le esperienze dei Paesi vicini. Se il tachimetro della nostra auto indica 100 Km/h, la vera informazione che stiamo avendo e’ che per arrivare a 0 Km/h occorrono 90 metri e 4 secondi. Se sappiamo di avere un muro a 150 metri, beh, il tachimetro è utile se iniziamo gia’ da subito a frenare. Ricordo bene come leggendo i giornali europei, nel Marzo dell’anno scorso, si diceva con un tono di sufficienza: ma noi non saremo come l’Italia, noi saremo preparati, noi saremo pronti, eccetera. Come siano andate le cose si è visto, e l’Italia non fece altro che anticipare un fenomeno che ha visto interessati, con dinamiche e tempi diversi, tutti i Paesi Europei.

Purtroppo, già alla fine di agosto erano chiari a molti i segnali prodromici di una nuova ondata autunnale che, ricordo, era già partita in maniera molto forte in Spagna e poi in Francia. E tutti ricordano i moti di scherno, sul fatto che si citava la Spagnola, o sul fatto che non sarebbe mai successo quello che successe a Marzo e Aprile – perche’ eravamo pronti. Molti dovrebbero anche ricordare che la lentezza nell’assumere alcune decisioni – sicuramente difficili e impopolari- ha di fatto costretto il nostro Paese a passare il mese di Dicembre e le festività natalizie in una sorta di lockdown generalizzato, proprio quando la socialità generale, le tradizioni e l’economia (negozi, hotel, ristoranti) avrebbe invece dovuto (e potuto!) godere di una condizione di normalità. Ora, in una fase di relativa apparente stabilità, continuiamo a fare gli stessi errori. Se i dati che vengono proposti sono corretti (prevalenza delle cosiddette varianti, e loro trasmissibilità) siamo di fronte ad una prossima ripresa dei contagi, in maniera del tutto speculare a quello che è successo ad esempio in Inghilterra tra metà Dicembre e metà Gennaio.

Purtroppo l’esasperazione di moltissimi di noi, in gravi difficoltà economiche, emotive, sociali, è comprensibile e giusta. Ma proprio l’esasperazione avrebbe bisogno di messaggi chiari, e di azioni non estemporanee. Non si tratta di infondere fiducia o negare o enfatizzare, si tratta di dire le cose come si possono raccontare al meglio delle nostre conoscenze. E quello che sappiamo oggi è che stiamo facendo uno sforzo notevole per le vaccinazioni, cui dovremo aderire tutti nei tempi possibili, e che questo sforzo puo’ esser vanificato solo da una circolazione eccessiva del virus, che a sua volta aumenta – secondo semplici regole- la probabilità che si selezionino varianti resistenti ai vaccini stessi. Anche in buona fede negli scorsi mesi è stata proposta una narrazione per cui le soluzioni erano dietro l’angolo, che eravamo di fronte ad una battaglia tra buoni e cattivi e i buoni vincono sempre, che il virus spariva con il caldo, e che se non fosse sparito si sarebbe adeguato a noi, come un animaletto da compagnia.  

Ci è stato detto che ci sarebbero state le cure (che non si sono viste), ma chi lo diceva nascondeva (o forse non capiva) che il problema non e’ la cura, perche’ questa è un’epidemia in cui più del 95% dei contagiati se la cava senza particolari problemi, ma sono i numeri. Il 5% di centinaia di milioni di persone è un numero elevatissimo, che rende impossibile la gestione globale e favorisce la replicazione di varianti sempre nuove. Quindi, l’unica, vera strategia che dovrebbe esser perseguita è il blocco dei contagi. La disponibilità di vaccini efficacissimi è stato un successo enorme, che non va disperso e che va aiutato con poche azioni preventive: aumentare il numero di test, tracciare, isolare i contagi. I lockdown non fanno parte di queste azioni: i lockdown sono il risultato dell’incapacità di seguire queste semplici azioni, e sono di fatto causati dai loro -apparentemente- piu’ strenui oppositori: da coloro che a furia di negare (il virus e’ morto, il virus e’ endemico, l’omoplasia rende il virus come il gatto di casa, il virus soffre il caldo, le scuole non contagiano, i bambini non si ammalano) rendono di fatto inaccettabile, nella percezione quotidiana, anche il ricorso alle semplici misure di contenimento e di tracciamento.

Purtroppo le cose son ben diverse, ma da un certo punto di vista anche più semplici. Dovremo convivere con questa presenza ancora per un po’, e convivere vuol dire ‘vivere con’. Ci sono, e lo sappiamo bene, una serie di accorgimenti relativamente semplici che consentono di gestire con ‘normalità’ un’epidemia respiratoria, l’uso di mascherine adeguate (è veramente difficile fare un piano di produzione e distribuzione di FFP2? E’ possibile non capire che anche situazioni di relativa densità possono esser gestite con queste attenzioni?). E’ il promettere di stare sempre dietro l’angolo della vittoria ciò che poi costringe a prendere decisioni dure e oramai insostenibili quali chiusure e lockdown. 

Purtroppo noi non siamo abituati a guardare molto al di là del nostro giardino di casa, ma metà del mondo ha 'convissuto' con il virus in maniera da attenuarne radicalmente gli effetti. Quasi tutto l’emisfero orientale è riuscito in questo. Adesso noi sappiamo che con elevata probabilità ci aspetta qualche settimana di aumento dei casi e dei ricoveri. Negarlo fino alla fine non aiuta nessuno, ed invece prepararci per tempo aiuterà tutti a subire le conseguenze sociali, economiche e sanitarie più piccole possibile.

Gabriele Costantino è direttore del Dipartimento di Food and Drugs presso l'Università di Parma e docente ordinario di chimica farmaceutica presso lo stesso ateneo.

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