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Martedì, 18 Giugno 2024

Yasmina Pani

Editorialista

La violenza sugli uomini esiste e non nega quella sulle donne

A Napoli sono stati affissi negli ultimi giorni dei manifesti che raffigurano un uomo seduto con la testa tra le mani, con la scritta “la violenza ha sempre lo stesso sesso?”. Sotto c’è l’indicazione di un indirizzo email a cui scrivere se si è vittime maschili di violenza, con il riferimento al numero 1523, istituito dallo Studio Pisani di Napoli per affiancarlo al 1522 dedicato alle vittime femminili. La notizia è stata riportata da diversi giornali ormai, o meglio: non è stata riportata la notizia dell’affissione dei manifesti o dell’istituzione del numero per gli uomini, ma la notizia delle polemiche che sono sorte attorno a questi due eventi. Nessun giornale ha trovato interessante la notizia di un servizio di assistenza per le vittime maschili; a nessuno è parso opportuno pubblicizzare l’iniziativa, sensibilizzando i lettori e incoraggiando le vittime a denunciare e cercare aiuto, come sempre andrebbe fatto. Tutti i giornali che hanno parlato della vicenda lo hanno fatto per riportare le parole di alcune associazioni ed esponenti femministe, che con grande indignazione hanno richiesto la rimozione dei manifesti. Probabilmente, se non ci fosse stata questa richiesta, dei manifesti non avrebbe parlato mai nessuno. Perché si vorrebbe impedire di parlare di violenza sugli uomini? Immagino che alcuni di voi siano perplessi: chi mai chiederebbe di rimuovere dei manifesti pensati per aiutare persone vittime di violenza? Ma la risposta è semplice: qui non parliamo di persone, ma di uomini.

Perché si vorrebbe impedire di parlare di violenza su uomini

E di violenza sugli uomini noi proprio non ne vogliamo parlare. Le motivazioni addotte per la richiesta di rimozione sono molto fantasiose: si sostiene che si tratti di propaganda mascolinista volta ad attaccare chi tutela le vittime di violenza; si ribadisce che la violenza sulle donne sarebbe un fenomeno “sistemico”, quindi non paragonabile alla sporadica e tutto sommato dimenticabile violenza sugli uomini (che infatti viene scritta tra virgolette sui titoli di alcuni giornali). Eppure nel manifesto non si menziona in alcun modo la violenza sulle donne. Non c’è alcun paragone tra le vittime maschili e quelle femminili, alcun tentativo visibile o anche solo immaginabile di sminuire gli operatori dei centri antiviolenza femminili e le lotte femministe contro la violenza. C’è soltanto una frase che invita a riflettere sulla possibilità che ci siano anche vittime di sesso maschile – possibilità che sappiamo essere reale, come attestato dai pochi centri antiviolenza maschili presenti in Italia, come Perseo e Ankyra. Per quale motivo allora opporsi? Perché nel momento in cui si parla di violenza sugli uomini deve scattare l’atteggiamento benaltrista della difesa delle donne? Alcuni hanno cercato di motivare questi attacchi sostenendo che il numero istituito (1523) sarebbe stato scelto apposta per invisibilizzare (parola molto di moda, ultimamente) il numero per le vittime femminili (1522): avessero scelto il numero 1234, insomma, non avremmo avuto niente da ridire! Troppo difficile in effetti immaginare che il numero sia contiguo a quello per le vittime femminili proprio per favorirne la memorizzazione, insegnando alle persone che c’è un numero per le donne e uno simile per gli uomini.

L’uomo costantemente carnefice e la donna costantemente vittima sono funzionali a un progetto

Ma in fondo è proprio questo che dà fastidio a certo femminismo: il numero per gli uomini non dovrebbe proprio esserci. Lo status di vittima va riconosciuto unicamente alla donna: guai estenderlo anche ai maschi! Chi può dire a cosa spianeremmo la strada? Finiremmo forse con l’ammettere che anche gli uomini hanno problemi, che non sono poi così privilegiati come abbiamo sempre voluto far credere. Inaccettabile! Oltretutto, ci dimentichiamo che un uomo può essere vittima di violenza anche da parte di un altro uomo. Sembra che, quando parliamo di violenza nel nostro orizzonte non esistano le coppie omosessuali; visione miope che danneggia anche molte donne, visto che i centri antiviolenza femminili accolgono solo donne vittime di uomini, escludendo quindi le donne omosessuali. È insomma evidente che questa visione delle cose lascia fuori troppe persone, cozzando quindi violentemente con la favoletta dell’egualitarismo. La macchina da soldi del femminismo social è stata costruita interamente sulla rappresentazione di un mondo diviso tra maschi carnefici e privilegiati e femmine oppresse e schiacciate. Qualsiasi apertura verso interpretazioni della realtà più articolate, più complesse e più sfumate metterebbe in crisi questa delicata architettura, tenuta in piedi ogni giorno con grande impegno: non è mica tutti i giorni che spunta un nuovo caso di femminicidio da rilanciare! Il più delle volte bisogna lambiccarsi per creare contenuti martellanti, per esempio denunciando il maschilismo dell’urbanistica (esempio reale, ne parlarono su Domani). Il risultato è che persone reali, con problemi reali, che si trovano in situazioni di sofferenza e pericolo, vengono lasciate sole; e coloro che provano ad aiutarle, come i centri antiviolenza menzionati prima (che non accolgono solo uomini, ma persone di ogni genere), non ricevono fondi pubblici e vengono ostacolate nel loro lavoro da campagne mediatiche ignobili come questa. Egualitarismo, sì, ma sempre con qualcuno più uguale degli altri.

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