Giovedì, 3 Dicembre 2020
L'opinione di Andrea Maggiolo

L'opinione di Andrea Maggiolo

A cura di Andrea Maggiolo

Le visite del San Raffaele a 450 euro e il vero problema della Lombardia

Una dottoressa dell'Usca, Unità speciali di guardia medica Covid, si appresta a effettuare una visita domiciliare per una persona malata, Brescia ANSA/FILIPPO VENEZIA

Incredibile, c'è chi si sorprende che la sanità privata si comporti da sanità privata: al San Raffaele di Milano è possibile richiedere da parte dei pazienti positivi al Covid e in isolamento domiciliare un consulto telefonico oppure anche in video tramite webcam o smartphone al costo di 90 euro. E se, solo se, i medici ritengano che ce ne sia bisogno si può, al costo di 450 euro, avere anche una visita a domicilio completa, con tanto prelievo ematico, radiografia toracica, misurazione della saturazione e altro ancora. "Il business sul Covid no, vi prego" hanno scritto alcuni medici sui social quando la notizia (non un segreto di Stato) è diventata di dominio pubblico sui social.

Le visite ai malati Covid al prezzo di 450 euro

Chiariamolo: non c'è nessuna novità. Il servizio di telemedicina dell'Irccs Ospedale San Raffaele è stato implementato da tempo, prima dell'emergenza sanitaria legata alla pandemia, "e nasce con l'obiettivo di portare l'ospedale a casa dei pazienti". Insomma, lo ripetiamo: la sanità privata fa la sanità privata. Il servizio, "mette a disposizione specialisti per 43 specialità cliniche", e dal mese scorso è stato esteso anche all'emergenza Covid. Il San Raffaele ha diramato una nota per far sapere che "con un costo inferiore rispetto a una normale visita a pagamento in ospedale, il paziente può richiedere una video visita con un medico specialista in Covid e in base alla valutazione, se lo ritiene, richiedere al proprio domicilio l'esecuzione degli esami diagnostici. Poi, se le sue condizioni necessitano un approfondimento clinico, il paziente viene indirizzato all'ambulatorio pauci sintomatici con il Servizio Sanitario Nazionale. Se invece il paziente è ritenuto in condizioni severe si avvisa il servizio 118. Nato come servizio dedicato inizialmente all'attività di solvenza, oggi la telemedicina è in fase di test per quanto riguarda l'integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale".

L'indignazione di consiglieri regionali, professionisti del settore e semplici cittadini è stata automatica, e sicuramente comprensibile, in una Regione che dopo aver fatto fronte a una prima crudele ondata epidemica a marzo e aprile, si ritrova a essere anche nella seconda ondata la zona d'Italia più colpita dal coronavirus. Il punto è un altro però: senza l'affanno totale in cui versa la medicina territoriale, ovvero della sanità pubblica, quella pagata da tutti noi, sul territorio, nessuno avrebbe bisogno di pagare così tanti soldi per farsi visitare dopo essere rimasto contagiato dal virus. E' la mancanza a monte a essere inaccettabile. Così il cittadino, malato, si sente abbandonato dall'assistenza domiciliare e ricorre al privato, costi quel che costi, se se lo può permettere. Altrimenti va nei pronto soccorso, già oberati di lavoro. 

Le Usca sono troppo poche

Sono poche le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale), stanno in giro per tutto il turno senza sosta: secondo alcuni numeri riportati dall'agenzia di stampa Agi a fine ottobre in Lombardia ne sono state attivate meno di 50 rispetto alle 200 preventivate. Sono gli avamposti territoriali, che in base a un decreto legge di marzo, avrebbero dovuto costituire la prima linea per evitare che gli ospedali esplodessero come nella prima ondata, per fornire una gestione domiciliare dei pazienti dimessi dalle strutture ospedaliere o mai ricoverati. E invece non è successo. O almeno, non è stato fatto abbastanza.

Se le Usca sono solo una manciata, la sorveglianza territoriale per tutti è utopia. L'assistenza a domicilio dei casi non gravi è stata realtà solo per pochi fortunati rispetto alle richieste. "Chi non può pagare può crepare, questa è la filosofia che domina nella nostra regione. Le Usca non funzionano? Nessun problema, ci pensano i privati" commenta amaramente Vittorio Agnoletto, medico e responsabile dell'Osservatorio Coronavirus che insegna Globalizzazione e politiche della salute alla Statale di Milano, noto ai più per essere stato il portavoce del Genoa Social Forum nei drammatici giorni del G8 del 2001.

Il concetto di fondo è chiaro: troppi malati vanno in ospedali che sono saturi, ci sono malati non gravi che si possono curare anche a casa. Le Usca fanno il possibile, ma non possono fare miracoli. A Milano e Lodi ce ne sono una decina, a Bergamo sei, a Brescia, dove sarebbero dovute essere 25, ne sono state attivate solo 4 con 9 medici in servizio (sono dati Agi di un paio di settimane fa, ora potrebbero essere poche di più). In provincia di Mantova, in tre mesi, hanno totalizzato appena 145 interventi, con una media di mezza visita al giorno per ogni unità. 

I bandi per costituire le Usca non sarebbero andati a buon fine per mancanza di medici in base agli obbiettivi prefissati. 

Ats Insubria ha attivato nelle province di Varese e Como 7 Usca, a Busto Arsizio, Saronno, Gallarate, Varese, Como, Erba e Cantù con 46 medici in servizio, due per turno. La provincia di Varese ha 891 mila abitanti quindi per la normativa nazionale, che prevede una Usca una ogni 50 mila abitanti, dovrebbero essere 18. Le Usca sono formate da medici specializzandi in Medicina Generale ma anche da neoabilitati, ovvero studenti di Medicina e Chirugia che hanno appena conseguito la laurea abilitante. 

Di solito le Usca  vengono attivate quando un paziente sospetto positivo o positivo ha bisogno di una visita a casa per sottoporsi al tampone e non è nelle condizioni di potersi recare in uno dei presidi predisposti. O ha bisogno di una visita di controllo. Il medico presente sul posto e quello di famiglia dal suo ambulatorio si coordinano per decidere il da farsi. In pratica, le Usca sono il braccio in più per riuscire a gestire l'epidemia sul territorio. Un braccio troppo debole, senza muscoli.

Se per decenni si smantella la sanità territoriale, succede proprio quello che è successo in Lombardia. Torniamo un secondo al San Raffaele. Oggi quando Alberto Zangrillo dice che "il malato va seguito a domicilio dall'esordio della prima sintomatologia", dice una cosa vera e ovvia. Nei mesi scorsi alcune dichiarazione di Zangrillo sono state terribilmente divisive, a partire da quella sul "virus che clinicamente non esiste più" fino al raffinatissimo "ne ho le palle piene, italiani riprendete a vivere". Ora c'è poco da dividersi invece: la sanità sul territorio non era pronta per la seconda ondata. Non bisognava arrivare a questo punto. 

E adesso 450 euro, in determinate situazioni, quando la paura è quella di non superare il Covid, li spenderebbe anche chi con quei soldi ci pagherebbe più volentieri una rata del mutuo o dell'auto. Chi può permettersi di giudicare? E' la sanità privata, bellezza. Se siamo arrivati a questo punto, è anche per il sistematico attacco alla sanità pubblica portato avanti negli ultimi decenni, nel disinteresse spesso generale. Di che cosa ci si sorprende?

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