Martedì, 16 Luglio 2024

Fabio Campanella

Direttore Responsabile

Vi porto dove finalmente sta riprendendo la vita

Chi si attende un silenzio irreale, dopo un'altra giornata di lotta contro il fango, tra le case devastate del quartiere Romiti, l'epicentro dell'alluvione a Forlì, si sbaglia di grosso. Tra i cumuli in strada degli arredi inservibili coperti di mota, ormai più alti di una persona, di sera torna a brulicare la vita che si riprende dopo lo choc, e recupera, come può, le sue abitudini. 

I mucchi di rifiuti per le vie dei Romiti

Ci si saluta a testa in su dalla strada alle finestre del primo piano, si parla di quanto accaduto coi toni lievi di chi racconta una giornata qualsiasi, ma mostrando le mani gonfie di chi ha spostato oggetti pesanti tutto il giorno. Si sente il chiacchiericcio della città alluvionata che pulsa con porte e finestre aperte, dal momento che il diradarsi delle nubi, che hanno riversato sulla Romagna 350 milioni di metri cubi d'acqua, ha lasciato spazio a un inatteso sole estivo  che in pochi giorni ha fossilizzato le impronte dei primi scarponi che avevano calpestato il fango. Mentre la "bassa", la pianura, si è trasformata in una palude dove l'acqua stenta a defluire, a Forlì è già in corso la "fase 2", quella animata dai "chi burdel de paciug" (i "ragazzi del fango", in dialetto).

Più che un quartiere, è una paese a sé stante nella città, i “Romiti”, un borgo storico appena fuori le mura, da sempre abbarbicato sull'argine del Montone, un sobborgo che nei secoli si è sviluppato in modo irregolare assecondando i capricci delle curve del fiume, e difeso da questo da una pieve costruita, forse un po' furbescamente, a ridosso del terrapieno che segna il confine con l'alveo del Montone, e da argini sempre più alti e moderni e, fino alla scorsa settimana, apparentemente insuperabili.

Il borgo vecchio dei Romiti

In via Consolare, nella parte più vecchia del borgo, si vede una tavolata da una porta aperta che getta luce e allegria sull'asfalto. Si mangia tutti assieme in un locale al piano terra che sulle pareti porta ben visibile il livello raggiunto dall'acqua. La padrona di casa, spiega, ha imbandito la tavola per gli studenti universitari che le hanno dato una mano in questi giorni, e si ride col bicchiere pieno. Oltre le inferriate del cancello è come se non ci fossero i segni dello sfacelo in strada. E non c'è neanche problema a posare un istante per una foto. 

Cena con gli universitari 1

Cena con gli universitari 2

In via Sapinia c'è ancora chi non si è arreso al fango e con un tubo per innaffiare è nel cortile del condominio a cercare di ripulire i piccoli oggetti di una vita normale. Vicino, nonostante il sole già tramontato, una donna anziana fa su e giù da un garage per dare una mano in quest'impresa di “salvataggio” che pare titanica se confrontata con le due alte ali di detriti che circondano il cortile. Un'altra anziana, poco lontano, sempre in via Consolare, ha steso all'aria su un asse le foto di famiglia, ma pare siano irrecuperabili. “Ho detto alla mamma che il babbo, che è scomparso qualche anno fa, è comunque con noi e non tramite delle foto”, spiega il figlio Stefano Valmori.

I cortili condominiali pieni di detriti

La casa della mamma, come centinaia di altre case qui, non si è riempita dal basso poco alla volta come un lavandino con lo scarico otturato. La piena qui è arrivata come un'onda che ha travolto tutti i mobili, scaraventandoli e ammassandoli uno sull'altro contro una parete del cortile. E mentre tutti se l'aspettavano da monte – analizza Valmori – dagli Appennini che questo quartiere vede appena oltre i campi, la “fiumana” – come in Romagna viene comunemente chiamata la piena del fiume – è giunta invece da valle, da una rottura dell'argine circa 300 metri dopo la parte antica dell'abitato. Ed è arrivata come un'onda impetuosa marrone, che in mezzora è giunta al soffitto dei piani terra, in una serata resa ancora più tetra dal blackout di mezza città. In questo quartiere, in quelle ore  drammatiche, sono morte tre persone, tutte e tre intrappolate in un piano basso di un edificio, un ambiente domestico che si è trasformato all'improvviso di una trappola letale di acqua e fango.

Valmori, già nell'orario dopo la cena, è fuori casa a mezze maniche – come si fa nelle sere d'estate – a parlare con la gente che si ferma in macchina e abbassa il finestrino per scambiare aneddoti e informazioni. “Siamo un quartiere unito, ci conosciamo tutti e tutti ci siamo rimboccati le maniche. Siamo i Romiti”, aggiunge Valmori che è anche presidente del comitato di quartiere, anima unificante e memoria della storia e del folklore di questa parte di città “oltre il ponte”. E per ribadire l'orgoglio di questa comunità di forlivesi che più di altri in città non hanno mai perso i legami tra le persone, Valmori ha piantato anche la bandiera del quartiere in mezzo alla strada. Ovviamente infangata anch'essa.

Stefano Valmori bandiera Romiti

In via Plinio il Vecchio i Romiti vanno ancora più giù di qualche metro. Qui durante l'alluvione si era formato un fiume che attraversava trasversalmente la via Emilia e che ha formato un vero e proprio lago nel parcheggio di un supermercato costruito appena pochi anni fa,  là dove i vecchi una volta andavano a pescare le rane perché si formava sempre un acquitrino. Decine e decine di auto sono state “inghiottite” dal lago. A distanza di una settimana l'acqua si è ritirata, ma le macchine sono ancora lì, l'unica differenza è che qualcuno ha voluto imprimere sui finestrini sporchi messaggi di speranza. 'Life' si legge nel primo vetro, 'Hope' nel secondo, 'Love' nel terzo.

life hope love

Le auto alluvionate in via Plinio il Vecchio

Si torna, infine, sull'asse principale che attraversa il quartiere, la via Emilia - un rettilineo largo e sopraelevato rispetto al piano della campagna – dove il transito è interdetto ormai da dieci giorni: quel rettilineo è diventato il quartiere generale dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e dell'Esercito. Proprio sul ponte di Schiavonia, in un camper rosso con una tenda parasole c'è sempre un gruppo di pompieri che riceve ogni tipo di richiesta dai cittadini. Quel camper e quel ponte sono anche una linea immaginaria di demarcazione tra la città che non ha subito danni e l'altra che è affondata nelle sabbie mobili (quattro quartieri e numerose frazioni fuori città, 11mila famiglie secondo un primo conteggio del Comune). Far sì che una parte della città non si dimentichi dell'altra più sfortunata sarà presto la sfida che avranno di fronte città come Forlì, Faenza, Cesena e Ravenna (Le foto sono di Roberta Invidia per ForlìToday).

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