Lavoro: Isnet, 23% imprese sociali prevede occupazione in crescita nel 2020


Roma, 10 dic. (Labitalia) - Per il 2020, il 67,5% delle imprese sociali prevede una stabilità e il 23% ha un sentiment occupazionale in crescita. Emerge dal XIII Rapporto dell'Osservatorio Isnet sull'impresa sociale in Italia, presentato oggi alla Camera alla presenza di Celeste D’Arrando, componente della commissione Affari Sociali della Camera. A illustrare i dati, Laura Bongiovanni, presidente di Associazione Isnet, che ha evidenziato come nelle ultime due edizioni l’Osservatorio Isnet abbia registrato uno scenario contraddistinto da sbalzi anche significativi degli indicatori economici, con variazioni percentuali importanti nei valori di crescita, stabilità e diminuzione. Uno scenario mutevole che non ha riguardato i valori legati all’occupazione, che si confermano invece, per quasi 7 imprese su 10, nel segno di una progressiva stabilità, con un incremento di ben 17 punti percentuali nelle ultimi 3 anni.


All'interno di questo scenario generale, una lettura per cluster di impresa rivela che le organizzazioni di inserimento lavorativo che hanno realizzato partnership aziendali presentano valori di andamento economico e propensione all’innovazione superiori alla media (il 54,5% ha indici di innovazione medio alti, +14,5% rispetto al campione generale; l'84,6% delle imprese ha previsioni di stabilità e crescita economica contro il 76% del campione generale). Oltre alle cooperative di tipo B che hanno avviato relazioni con le aziende, tra le imprese del Panel con i migliori indicatori, risultano le cooperative sociali di tipo A di medio-grandi dimensioni.


I dati sull’occupazione sono stati arricchiti in questa XIII edizione dell’Osservatorio, da un focus sul lavoro, dedicato alle partnership tra aziende e imprese sociali e alle loro ricadute, anche con riferimento all’utilizzo delle convenzioni previste dall’ex art. 14 del dlgs 276/03 (le convenzioni ex-art. 14 dlgs. 276/2003 sono uno strumento per l’inserimento lavorativo; attraverso queste convenzioni le aziende assolvono gli obblighi della legge 68/99 affidando commesse di lavoro a cooperative sociali di inserimento lavorativo).


Le cooperative di tipo B e A+B che utilizzano queste convenzioni (il 14,9% della porzione di campione di cooperative sociali B e A+B) prevedono una crescita delle risorse inserite del 27,3% (superiore di 4,3 punti percentuali rispetto al campione generale) e una buona dinamicità interna: nessuna di queste organizzazioni dichiara di non aver potuto fare innovazione nell’ultimo anno a causa di resistenze interne al cambiamento (indicatore che pesa l’11,5% nel campione generale). "Sono dati -spiega l'Osservatorio- che confermano l’impatto positivo delle partnership aziendali non solo da un punto di vista economico e occupazionale ma anche per la ricaduta sociale delle collaborazioni. Nonostante questi positivi risvolti sono ancora poche le imprese sociali e le aziende che utilizzano le convenzioni ex art 14".


"Tra le motivazioni, il 52,8 % di cooperative sociali di tipo A+B e B che ha relazioni con le aziende senza l’utilizzo di convenzioni, lamenta la mancanza di relazioni sufficienti con aziende che potrebbero essere interessate, l’8,3% soffre la mancanza di una forza vendita commerciale dedicata, il 22,2% dichiara una scarsa conoscenza. Sono dati che suggeriscono l’esistenza di ampi spazi di miglioramento nell’utilizzo dello strumento legislativo", aggiunge.


La creazione di luoghi di conoscenza e ambiti di lavoro comuni tra le differenti tipologie di imprese, è uno degli obiettivi che emergono dall’indagine. "E’ un effetto certificato dalle analisi di impatto sociale realizzate negli ultimi 6 mesi, un approfondimento tematico che l'Osservatorio ha sviluppato", ha affermato Bongiovanni. "Si sono verificati percorsi di apprendimento inter-organizzativo - ha spiegato - caratterizzati da relazioni di reciprocità: le aziende imparano l'impegno sociale concreto, restituendo una prospettiva di senso ai lavoratori coinvolti e le imprese sociali crescono in performance ed efficienza organizzativa consolidando una percezione di se che va oltre il valore aggiunto sociale. L’oggettività delle analisi condotte travalica il buonismo di una narrativa sul sociale, e rivela un modello di apprendimento, azienda e impresa sociale insieme, interconnesso e ad elevata innovatività".


L'incontro è stato arricchito dalle testimonianze di Aurora Iandolo, risorse umane di Humana, azienda impegnata nella di produzione di alimenti per la prima infanzia che da tempo si avvale dei servizi della cooperativa sociale Spazio Aperto, di cui era presente il presidente, Andrea Ripamonti. Entrambi hanno confermato come la collaborazione tra azienda e impresa sociale si sia trasformata in breve tempo, in conoscenza e apprendimento reciproci dando vita anche ad iniziative di impegno sociale comunitario sul territorio. "Le convergenze si sono sviluppate - ha detto Ripamonti - su tantissimi fronti inizialmente divergenti, a partire dal dialogo e dalle terminologie completamente differenti tra di loro: noi 'socialese stretto' loro 'aziendalese stretto'. Da li è partita una contaminazione che ha generato innovazione".


"Le cooperative sociali - ha sottolineato nel suo intervento Alessandro Messina, direttore generale di Banca Etica - confermano di essere imprese efficaci ed efficienti nell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate e nella capacità di resistere e crescere anche nei periodi di stagnazione o recessione economica. Banca Etica ha sempre dedicato grande attenzione al finanziamento delle cooperative sociali, cui è destinato circa il 30% dei crediti accordati. Per migliorare ancora la qualità della collaborazione stiamo studiando modelli innovativi di valutazione dell'impatto socio-ambientale che si trasformano in un asset strategico per le stesse cooperative finanziate".


A chiusura lavori il sottosegretario al Lavoro, Steni Di Piazza, ha commentato: "E' positivo ascoltare che le imprese sociali segnano un incremento di occupazione, soprattutto in un momento particolarmente delicato e non solo per il nostro Paese: basti pensare che nel mondo le prime 8 persone più ricche del mondo hanno un reddito pari a quello 3,5 miliardi di persone. L'impresa sociale sta dando un segnale importante nella redistribuzione del reddito e nell'inclusione delle persone svantaggiate. E' ora compito del legislatore pensare a nuove figure d'impresa, che si possano porre tra Stato e mercato: una sorta di 'nuova colonna' di imprese che facciano profitto per la comunità e in restituzione ai cittadini. Una nuova figure giuridica in costruzione che mi piace chiamare 'impresa di comunità'".


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