Mercoledì, 23 Giugno 2021
Lavoro

Randstad, il Covid ha cambiato condizioni concrete di lavoro per 49% dipendenti

Randstad, il Covid ha cambiato condizioni concrete di lavoro per 49% dipendenti

Roma, 5 mag. (Labitalia) - Tra chi ha lavorato di meno e chi di più, chi è stato messo in cassa integrazione e chi purtroppo ha perso il posto, il Covid19 ha cambiato concretamente le condizioni di lavoro del 49% dei dipendenti italiani. Ma, ancora di più, ha rimesso in discussione valori e significato del lavoro stesso. Sebbene cresca la paura di perdere il posto (che oggi è reale per un lavoratore su tre) e aumenti la fedeltà alle aziende che hanno sostenuto il personale durante la pandemia, ben il 21% dei dipendenti ha in previsione di cambiare lavoro entro i prossimi 6 mesi. E nell'anno dell'emergenza sanitaria e dello smart working di massa, gli italiani cercano nel datore di lavoro ideale prima di tutto conciliazione tra vita privata e professionale, atmosfera di lavoro piacevole, insieme a un buon stipendio. Il 51% di chi ha continuato a lavorare durante l'emergenza lo ha fatto da remoto e lo smart working è certamente destinato a restare: 4 dipendenti su 10 sono interessati a lavorare con modalità agili.


È quanto emerge dalla ricerca del Randstad Employer Brand 2021, che ha incoronato Ferrari come datore di lavoro più ambito in Italia, sulla base della più completa e rappresentativa indagine globale sull'employer branding.


Condotta da Randstad su oltre 190.000 persone in 34 Paesi del mondo, con quasi 6.500 aziende analizzate in modo indipendente (nessuna si può iscrivere volontariamente per partecipare), la ricerca misura il livello di attrattività delle aziende come datori di lavoro percepita dall'opinione pubblica. In Italia sono state intervistate 6.581 persone di età compresa tra 18 e 65 anni, per indagare i fattori determinanti nella scelta del datore di lavoro ideale, oltre che l'impatto del Covid19 sui lavoratori.


Secondo i lavoratori italiani, i fattori più importanti per un datore di lavoro sono il bilanciamento tra vita privata e professionale (indicato dall'66% degli intervistati) e l'atmosfera del lavoro piacevole (64%), seguiti da retribuzioni e benefits competitivi (61%), sicurezza del posto di lavoro (58%), visibilità del percorso di carriera (54%), solidità finanziaria dell'azienda (51%) e - novità di quest'anno - un ambiente di lavoro "covid safe" (45%), ma anche un contenuto di lavoro interessante (42%) e la possibilità di lavorare da remoto (39%).


Ma queste priorità non coincidono con quelle dei datori di lavoro. Secondo l'opinione dei lavoratori, le aziende italiane invece puntano soprattutto su solidità finanziaria, buona reputazione, ambiente Covid safe e sicurezza del posto, dando poca rilevanza al worklife balance e al clima aziendale, elementi fondamentali per la scelta dell'azienda in cui lavorare.


Ci sono però profonde differenze per età. I più giovani, appartenenti alla fascia d'età (18-24 anni), ricercano soprattutto aziende con un'atmosfera di lavoro piacevole, realtà che offrono possibilità di carriera e ottima formazione; il segmento 25-34 anni guarda prioritariamente alla retribuzione ed ai benefits; gli adulti della fascia 35-54 anni cercano prima di tutto work-life balance, che risulta al primo posto anche per i 55-64enni, tra cui però c'è simile interesse anche per sicurezza del posto e solidità finanziaria dell'azienda.


L'8% dei lavoratori ha cambiato impiego negli ultimi 6 mesi. Per questi si confermano gli stessi fattori per la scelta del datore di lavoro, ma chi ha appena cambiato lavoro dà meno importanza alla sicurezza del posto (50%) rispetto a chi è rimasto con l'azienda attuale (60%).


La pandemia però sembra mettere in discussione alcuni equilibri e priorità nel lavoro. Se quasi un italiano su dieci ha cambiato datore di lavoro nel recente passato, ben uno di cinque (il 21%) ha in previsione di farlo entro i prossimi 6 mesi. E tra i lavoratori colpiti dal Covid19 la previsione di cambiare datore di lavoro sale al 30%.


Il settore in cui gli italiani preferirebbero lavorare è quello dei media, seguito dall'automotive e dei servizi di spedizione. Poi ancora, nei beni di largo consumo, nell'industria aeronautica, nell'Ict, nell'elettronica, nel farmaceutico, nell'eCommerce e nel manifatturiero.


Il canale prevalente per la ricerca di un nuovo lavoro sono i contatti personali, adottati da un terzo degli italiani (32%), seguito dalle Agenzie per il lavoro (23%) e da LinkedIn (20%). Poi altri canali digitali come Infojobs.it (18%), Subito.it (17%), Google (17%), portali di lavoro (17%), social media (13%) e i siti aziendali (12%).


Il Covid19 ha cambiato concretamente le condizioni di lavoro di metà dei dipendenti italiani (il 49% del totale). In particolare, tra questi il 19% degli intervistati ha perso il lavoro, il 14% ha lavorato ad orario e salario ridotto, il 7% ha lavorato più ore del normale, il 4% è stato messo in cassa integrazione. Solo il 43% ha continuato a lavorare normalmente (più gli uomini che le donne, e più dipendenti con istruzione universitaria che gli altri).


Il modo in cui i datori di lavoro italiani hanno sostenuto i propri dipendenti e gestito la pandemia però ha avuto un impatto molto positivo sulla fedeltà. Complessivamente, il 50% dei dipendenti si sente oggi più fedele al proprio datore di lavoro e solo l'11% meno fedele. L'impatto sulla lealtà è indipendente dal genere, dall'età o dal livello di istruzione. E riguarda sia i lavoratori che in questi mesi hanno deciso in autonomia di lavorare da casa (56% di sente più fedele) che quelli obbligati a farlo (51%).


Ben metà dei dipendenti che durante la pandemia hanno continuato a lavorare (il 51% del totale) lo ha fatto da remoto. Di questi, il 33% lo ha fatto in parte (andando in sede/ufficio almeno occasionalmente), il 18% esclusivamente da remoto. Circa un lavoratore da remoto su due è stato coinvolto nella decisione, gli altri non hanno avuto scelta.


Della restante metà di lavoratori che non ha lavorato da remoto, il 23% non lo ha fatto solo perché era impossibile per la sua attività, appena il 2% perché il datore di lavoro non lo ha permesso (anche se sarebbe stato possibile).


La possibilità di lavorare da remoto è considerata da una buona fetta degli italiani, anche se non dalla maggioranza: il 39% si dice attratto dalla possibilità di Smart Working anche in futuro, un interesse che è maggiore tra le donne e i dipendenti con alto livello di istruzione.


La maggioranza dei dipendenti (il 41%) non ha paura di perdere il lavoro, ma un numero considerevole (il 30%) pensa che ciò accadrà nel 2021. Un timore che ha effetto anche sulla prospettiva di mobilità: il 27% dei dipendenti che teme di perdere il lavoro prevede di cambiarlo nei prossimi 6 mesi (contro l'11% di chi non lo teme).


A temere di perdere il posto nel corso dell'anno sono più le donne che gli uomini e dipendenti con un livello di istruzione medio. Tra le varie aree del Paese, appaiono decisamente più preoccupati di perdere il posto nel Sud Italia, rispetto a Nord Est, Nord Ovest e Centro.





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