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Martedì, 7 Dicembre 2021
Lavoro

Violenza su donne: Consulenti, più lavoro per combatterla, disagio aumenta esposizione


Roma, 24 nov. (Labitalia) - Situazioni di disagio e dipendenza economica, nulla o bassa autonomia, livelli di scolarità bassi influenzano l'esposizione a rischio di violenze per le donne, impedendo a queste di "uscire" fuori da situazioni pericolose per la loro incolumità. Al tempo stesso, i bassi livelli di scolarità non favoriscono l'esternazione e la denuncia di tali situazioni, concorrendo alla costituzione di un clima omertoso e di silenzio, che diviene esso stesso fattore ulteriore di insicurezza. Il legame tra inclusione educativa, occupazionale ed economica e l'esposizione al rischio di una violenza che, prima ancora che fisica, è soprattutto di carattere psicologico ed economico, rappresenta un elemento indiscusso, che tuttavia le statistiche riescono a cogliere solo parzialmente. E' uno degli aspetti che emergono dal report della Fondazione studi consulenti del lavoro, elaborato su dati Istat in occasione della 'Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne', e che sarà presentato domani, 25 novembre, a partire dalle 17, nel corso degli Stati generali dei consulenti del lavoro presso il Palazzo dei Congressi di Roma.


L' "effetto sommerso", derivante dalla bassa consapevolezza delle donne rispetto alla gravità dei comportamenti attuati nei loro confronti, ma soprattutto la bassa propensione alla denuncia, rischia infatti di rendere a livello statistico una fotografia molto alterata della realtà.


Ma fornisce, secondo i consulenti del lavoro, indicazioni comunque utili. Se si osservano i dati sulle violenze - fisiche e sessuali - a danno delle donne (Istat, 2016) emerge infatti una maggiore incidenza del fenomeno tra le donne più istruite, (fattore ricollegabile alla maggiore propensione alla denuncia), tra quelle che lavorano in posizioni professionali più elevate e, all'opposto, che sono in cerca di occupazione.


Nel corso della propria vita, infatti, ha subìto una violenza fisica o sessuale, il 42,5% delle donne con titolo di studio secondario, il 35,3% superiore, il 26,7% di quante hanno al massimo la scuola media. Specularmente, ai vertici della piramide professionale, si riscontrano i maggiori livelli di rischio: tra le dirigenti, imprenditrici e professioniste sono circa il 40,3% a dichiarare di essere incorse in un episodio di violenza nel corso della vita, percentuale che decresce con riferimento ai livelli operai (32,7%).


Ma tra quante sono in cerca di occupazione, presumibilmente in una situazione di dipendenza economica da cui vogliono uscire, il dato aumenta al 37,2%, collocandosi al di sopra della media. Anche considerando gli episodi intercorsi nell'ultimo anno, si registrano le stesse tendenze. Segnala una violenza fisica o sessuale il 5,6% delle donne con titolo terziario contro il 4,2% di quelle con titolo secondario di primo grado, il 7% delle imprenditrici e professioniste e il 5,8% tra le donne in cerca di occupazione: percentuali sempre superiori alla media (4,5%). A questi gruppi si aggiungono le studentesse - giovani donne, presumibilmente più propense a denunciare - dove la quota di quante segnalano episodi di violenza nei loro confronti sale al 10,9%.


Tali dati possono essere soggetti a diverse chiavi di lettura. La maggiore emancipazione professionale, da un lato, si sottolinea nella ricerca dei consulenti del lavoro, rende le donne più consapevoli dei comportamenti maschili (maggiore capacità di individuare la violenza come tale), dall'altro lato, le proietta su una dimensione - e stile di vita - più dinamici in cui i livelli di esposizione al "rischio" aumentano (frequenza di viaggi da sola, rientri notturni a casa, molestie in contesti lavorativi). Pesa, poi, la maggiore propensione a denunciare rispetto a chi possiede titoli di studio più bassi. Si coglie pertanto come, sia nel caso di molestie sul lavoro, che di vere e proprie violenze, siano proprio le donne più emancipate quelle che risultano statisticamente più esposte ai rischi. Al tempo stesso però i dati dell'Istat sottolineano la maggiore frequenza proprio tra le donne senza un'occupazione evidenziando (nella presumibile sottostima del fenomeno) le criticità e i maggiori rischi che derivano da situazioni di disagio economico ed occupazionale, in cui la donna rischia di essere in molti casi dipendente economicamente dal proprio persecutore.


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