Domenica, 28 Febbraio 2021

Coronavirus: esperti, 'frena aumento morti infarto, normalità per fine anno'

Monzino Milano, paura contagio ha quadruplicato decessi ma con appelli trend si è invertito

Coronavirus: esperti, 'frena aumento morti infarto, normalità per fine anno'

Milano, 4 dic. (Adnkronos Salute) - Sono in calo le morti da infarto causate da un mancato accesso agli ospedali per paura del contagio da coronavirus. La buona notizia arriva dal Centro cardiologico Monzino (Ccm) di Milano, che rileva una confortante inversione di tendenza: "Se nel periodo 20 febbraio-30 marzo di quest'anno il tasso di mortalità per infarto è aumentato di 4 volte, passando dal 5% al 19%, da aprile la curva ha iniziato lentamente a scendere", riferiscono gli esperti dell'Irccs del cuore, primo ospedale italiano per numero di interventi di angioplastica coronarica, procedura salvavita in caso di infarto acuto. "Se la tendenza continuasse", secondo gli specialisti il dato "potrebbe riallinearsi ai valori pre-Covid entro la fine dell'anno".


In aprile i medici del Monzino Antonio Bartorelli, responsabile della Cardiologia interventistica, Giancarlo Marenzi, responsabile dell'Unità di Terapia intensiva cardiologica, e Nicola Cosentino dello stesso reparto avevano lanciato l'allarme con uno studio osservazionale: "Dallo scoppio dell'emergenza Covid-19 in Italia - avvertivano - oltre al significativo aumento della mortalità per infarto acuto dei pazienti ospedalizzati, si è evidenziata una notevole diminuzione dei ricoveri per questa patologia". Bartorelli ricorda che "nei primi mesi della pandemia i pazienti con infarto si presentavano con un ritardo medio di 4 ore. Se in epoca pre-Covid il malato raggiungeva il nostro Pronto soccorso in media dopo 3 ore dalla comparsa dei primi sintomi, questo intervallo di tempo si è dilatato fino a 7,5 ore con il diffondersi del virus". E nello studio, che ha confrontato le ospedalizzazioni per infarto miocardico acuto in Italia nella settimana dal 12 al 19 marzo 2020 con quelle dello stesso periodo del 2019, è stata calcolata "una diminuzione del 48% dei ricoveri per questa patologia".


"Purtroppo, in Italia come nel resto del mondo - sottolinea il cardiologo - la gente rimandava il più possibile l'accesso all'ospedale per paura del contagio, e chi arrivava da noi con ritardo aveva in molti casi una condizione già compromessa, che inevitabilmente rendeva meno efficaci gli interventi salvavita come l'angioplastica coronarica. Oppure in molti casi il paziente rinunciava del tutto a farsi curare, come dimostra il notevole aumento osservato in Lombardia delle morti secondarie ad arresto cardiaco nei 40 giorni successivi al primo caso di Covid-19, registrato il 20 febbraio 2020. E' verosimile che molti di questi casi fossero dovuti a infarti acuti non trattati", ritiene Bartorelli. Ora però il dato positivo: "Il grido d'allarme dei cardiologi e le campagne informative di società scientifiche e ospedali sono riuscite a frenare questa tragica escalation di decessi", sottolineano gli esperti del Ccm.


"Dopo il paralizzante shock iniziale - commenta Bartorelli - la gente ha capito che i centri cardiologici specializzati si sono organizzati per curare anche le emergenze in sicurezza. Abbiamo fatto rete a livello regionale e noi al Monzino, in quanto hub cardiologico (ospedale di riferimento per pazienti cardiopatici non Covid), abbiamo creato percorsi e aree separate Covid-free, riuscendo a contenere al minimo il contagio fra pazienti e mantenendo allo stesso tempo il massimo standard di cura".


"Tuttavia - precisa lo specialista - ancora non c'è piena consapevolezza di quanto è stato fatto a livello organizzativo e di ricerca per proteggere i pazienti cardiopatici dal virus, e la pubblica opinione è ancora intimorita dalla pressione esercitata dal virus sul sistema ospedaliero nel suo insieme. Gli accessi sono migliorati come quantità e come tempismo, ma si deve fare ancora meglio per allinearsi agli standard di guarigione pre-Covid. Quindi dal Monzino rinnoviamo l'appello di aprile: rivolgetevi subito al Pronto soccorso appena appaiono i primi sintomi che possono far pensare a un infarto acuto", esorta il cardiologo.


"L'emergenza pandemica, con il correlato impatto di migliaia di ricoveri Covid correlati, ha 'sfigurato' i connotati di molti ospedali, anche quelli con unità operative afferenti all'area delle alte specialità - afferma Luca Merlino, direttore generale del Monzino - Negli ultimi anni, purtroppo, l'ambito delle alte specialità è stato trattato in modo eccessivamente ideologico, in termini di suddivisione dell'offerta tra erogatori pubblici e privati e di numero di unità operative quasi sempre considerate in eccesso numerico. Poco si è parlato di qualità e di efficacia delle attività erogate, temi timidamente introdotti dal Pne (Piano nazionale esiti), ma ancora poco considerati come strumento di programmazione e di valutazione sia a livello centrale che periferico".


"Durante questo periodo di grande e mai prima sperimentata emergenza - riflette il Dg - si è capito che per alcune patologie (cardiovascolari e oncologiche ad esempio) bisogna individuare dei centri ospedalieri e dei percorsi che siano in grado di erogare un minimo vitale di servizi, che siano garantibili anche in periodi di forzato e inevitabile utilizzo anomalo ed emergenziale della rete ospedaliera. Mi auguro che il modello degli hub & spoke, o ancora meglio di nodi essenziali e imprescindibili nel contesto di una rete di offerta di servizi, sia consolidato anche quando l'emergenza Covid sarà terminata, con l'obiettivo di poter ottimizzare l'offerta delle prestazioni di alta specialità, perseguendo obiettivi non solo di risparmio, ma soprattutto di miglioramento della qualità e dell'efficacia dei servizi anche favorendo lo scambio di know-how e permettendo, come sta accadendo oggi nei centri hub, ai professionisti di altri centri di accedervi e di potervi gestire i loro pazienti, in un contesto più sicuro e con migliori dotazioni tecnologiche".


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