Distanziamento istinto protettivo, ma spinta sociale vince: il caso dei pesci

Studio sui Guppy spiega tanto dei comportamenti umani

Distanziamento istinto protettivo, ma spinta sociale vince: il caso dei pesci

Milano, 27 ago. (Adnkronos Salute) - Il distanziamento sociale in presenza di un rischio di contagio? E' un istinto protettivo. Ce l'hanno sia gli animali che l'uomo: in pratica sarebbero 'programmati' per adottarlo, spinti dall'esigenza di evitare di incappare in una malattia infettiva. Eppure, è un istinto difficile da seguire, perché spesso vince un altro impulso, quello che spinge a socializzare con gli altri. Il caso di un piccolo pesce - Poecilia reticulata il suo nome tecnico, noto ai più come Guppy - insegna. A studiarlo per capire meglio come funziona il meccanismo anche nell'uomo è stata una scienziata, Jessica Stephenson, che guida lo Stephenson Lab of Disease Ecology and Evolutionary Parasitology dell'università di Pittsburgh.


L'esperta, in uno studio pubblicato su 'Proceedings of the Royal Society of London, Series B', ha mostrato con un team di colleghi come stare lontano da chi ha infezioni contagiose - non importa quanto ci si senta soli - potrebbe non essere soltanto buonsenso ma un istinto naturale, però il fatto che ci sia questa spinta non significa che gli esseri umani e animali si allineeranno automaticamente. Emblematico è quello che succede fra i Guppy. La scienziata ha esaminato i comportamenti quando nell'ambiente vengono collocati dei componenti della stessa specie con malattie infettive.


Sono state affiancate due vasche, una vuota e una contenente 3 Guppy che rappresentavano un potenziale rischio di contagio. Trattandosi di una specie sociale, molti pesci preferivano l'acquario vicino ai loro simili. Ma alcuni maschi evitavano fortemente il lato della vasca vicino ai pesci avvertiti come un pericolo per la propria salute. In seguito questi pesci più 'distanziati' rispetto agli altri si sono mostrati suscettibili alle infezioni da vermi.


Stephenson e coautori hanno rivisitato questi risultati alla luce di Covid-19 nell'articolo pubblicato in questi giorni sulla rivista scientifica. E spiegano che gli esseri umani nel complesso sono "normali animali sociali in molte delle risposte comportamentali alle malattie infettive", ma benefici come "la sorveglianza globale di queste patologie" possono essere "sprecati se scegliamo i nostri istinti sociali", facendoli prevalere sull'istinto evolutivo che ci dice di stare lontani dalle aree di potenziale infezione.


"Il fatto che la stragrande maggioranza della nostra specie abbia ampiamente sperperato questi potenziali benefici è ancora una volta coerente con il comportamento di altri animali sociali: il costo del distacco sociale stesso può superare il costo di contrarre la malattia", evidenzia Stephenson. "Per alcuni, nessuna quantità di videochiamate 'Zoom' e 'FaceTime' può compensare i benefici persi delle interazioni sociali. Queste decisioni comportamentali frustranti, anche se del tutto naturali, porteranno alla persistenza di Covid-19 fino all'avvento del nostro forse più grande vantaggio rispetto ad altre specie nell'affrontare le malattie infettive emergenti: la vaccinazione", conclude la scienziata.


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