Venerdì, 26 Febbraio 2021

Solidarietà, vicinanza e relazioni: così Nembro ha superato la pandemia

Sostenere i sacerdoti italiani: un atto di riconoscenza per chi si impegna ogni giorno per la comunità

Un anno che non dimenticheremo, il 2020, un anno in cui il mondo intero ha dovuto affrontare la più difficile delle sfide. Ci sono alcuni luoghi, però, che hanno risentito più di altri della difficile situazione derivata dalla pandemia, luoghi divenuti tristemente noti per il numero di contagi e di vittime, mostrato quotidianamente dai telegiornali.

Chi non ha sentito parlare di Nembro, ad esempio? Chi non è rimasto agghiacciato nel vedere le carovane di camionette militari fare la loro macabra passerella nel piccolo Comune della Val Seriana? Sono bastate poche settimane perché questa comunità perdesse 188 persone, molte delle quali morte da sole in un letto d’ospedale, senza neanche il conforto dei propri cari.

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Superare la pandemia con la forza di una comunità vicina e solidale

Eppure, proprio qui, in uno dei luoghi più straziati dall’esperienza Covid-19, c’è stato qualcuno che ha gestito con impegno e sacrificio l’emergenza in prima linea. Non ci riferiamo, però, all’instancabile lavoro del personale sanitario, né tanto meno alle inevitabili mansioni dei militari, ma parliamo di qualcun altro. Sono stati i due parroci del paese, Don Antonio Guarnieri e Don Matteo Cella, con l’aiuto e la collaborazione della propria comunità, a mantenere unito un paese forzatamente “tenuto a distanza” e a dare un sostegno concreto a tutti coloro che ne avevano più bisogno, mettendo in pratica ciò che lo stesso Don Antonio riesce a riassumere perfettamente a parole: “Desidererei una comunità cristiana più prossima, meno formale e più vicina.”

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Ed è proprio Don Antonio a spiegare l’atmosfera e le condizioni in cui versava una comunità bloccata dalla morsa della paura:

“Ci sentivamo di un’impotenza terribile. A un certo punto abbiamo smesso di suonare le campane. Non potevamo suonare le campane a morto sette, otto o anche dieci volte al giorno, cosa che si assommava al suono delle sirene che continuamente si sentivano per le strade.”

Ma spesso è proprio dalla paura che si trova la forza per reagire. Don Matteo racconta di “un gruppo di giovani, che ha realizzato uno striscione lungo almeno 30 metri, che invocava giustizia per tutti quelli che non sono stati curati e sono stati lasciati soli”. Eppure, il sacerdote dimostra che la giustizia, quando non arriva, può essere cercata altrove, in noi stessi e “in tutte quelle persone che si sono rimboccate le maniche e hanno cercato di rispondere nei fatti alla domanda: cosa posso fare per il bene comune?”

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A Nembro, infatti, la reazione della popolazione è stata esemplare: in tanti si sono spesi per fronteggiare l’emergenza nel segno dell’aiuto concreto e, proprio l’oratorio ha fatto da collante per mantenere vive le relazioni tra i giovani del paese e per organizzare tante iniziative di aiuto alla comunità. Proprio la rete di relazioni e di solidarietà createsi ha saputo tirare fuori il meglio di tutti, soprattutto dei giovani, che si sono resi sempre disponibili nell’aiutare le fasce più deboli della comunità.

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“La vera giustizia” spiega Don Matteo, “è quella di quel signore che ha portato i dializzati positivi al Covid in ospedale perché nessuno li portava più. La vera giustizia è quella del volontario che ogni giorno con il pulmino del Comune andava nelle case e portava i pasti e le medicine agli anziani soli, di chi ha portato i compiti ai bambini che non riuscivano a stampare le schede a casa. La vera giustizia è quella di chi difende la qualità della vita degli altri.”

Come fare la cosa giusta: sostenere i sacerdoti con un piccolo gesto

Gestire la pandemia facendo la cosa giusta: questo è, dunque, l’insegnamento. Piccoli esempi di grandi gesti, che hanno permesso a Nembro di superare, seppure con fatica e sofferenza, i momenti peggiori della pandemia. E, alla fine, anche a Nembro, il peggio è passato. Oggi il paese rimane un esempio di come si possa portare una luce di speranza nel momento più cupo di una comunità, ma non è l’unico esempio, perché altrettanto impegno è quello speso dagli oltre 34.000 sacerdoti italiani ogni giorno nell’affrontare la quotidianità di tante comunità in difficoltà sparse in tutta Italia.

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E allora, esiste un modo molto semplice di ringraziare tutti i sacerdoti per i loro sforzi e per i loro gesti di solidarietà e d’amore incondizionato: fare un’Offerta all’Istituto Centrale di Sostentamento Clero, un sistema che rappresenta la prima forma di sostentamento dei sacerdoti italiani, considerato che questi non percepiscono stipendi né dal Vaticano, né tanto meno dallo Stato Italiano, ma si affidano solo alla generosità della gente.

Donare con il sorriso è il ringraziamento più grande

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Si tratta della raccolta di contributi liberi a livello nazionale da parte dell’Istituto di Sostentamento Clero e della successiva ridistribuzione delle Offerte, garantita in maniera equa tra tutti i sacerdoti, con una particolare attenzione a quelli che hanno più bisogno. Donare è semplice: sul sito www.insiemeaisacerdoti.it/donare si trovano tutte le modalità disponibili, ma farlo con carta di credito sul sito oppure tramite il numero verde 800-825000 è, ovviamente, preferibile per questioni di distanziamento. È previsto anche un piccolo ringraziamento in omaggio per tutti coloro che doneranno tramite sito entro il 31 dicembre: un abbonamento digitale ad Avvenire della durata di 4 mesi.

Sostenere i sacerdoti, dunque, non è un obbligo né un dovere, ma deve essere un piacere, un gesto fatto con il cuore e con il sorriso di chi sente che la presenza e vicinanza dei nostri parroci è importante. Lo stesso sorriso che ci donano i sacerdoti ogni giorno.

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