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Lunedì, 17 Giugno 2024
Il flop

Referendum sulla giustizia, ha votato 1 italiano su 5: cosa succede adesso

Affluenza al 20%, ben lontana dal quorum del 50% più 1. Le leggi oggetto del quesito restano invariate, ma le cose potrebbero cambiare con la riforma Cartabia. Tutti i numeri e gli scenari

Mai così male, mai cosi poche schede nelle urne. I cinque referendum sulla giustizia si traducono in un clamoroso (anche se ampiamente prevedibile) flop. Solo il 20,9% dei cittadini ha votato. Uno su cinque. Numeri lontanissimi dal quorum del 50% più 1 degli aventi diritto. Guardiamo da vicino i dati del Viminale sull'affluenza, cosa ha scelto chi è andato a votare e cosa succede adesso.

Referendum 2022, niente quorum

Secondo i dati del ministero dell'Interno, l'affluenza definitiva (7.903 Comuni su 7.903) per il voto di ieri, 12 giugno 2022, sui 5 referendum sulla giustizia è stata poco superiore al 20,9%.  Mai così bassa. Nel dettaglio i votanti per ogni quesito: 

  • Incandidabilità dopo condanna (legge Severino) - l'affluenza è stata del 20,95%;
  • Limitazione misure cautelari - l'affluenza è stata del 20,93%; 
  • Separazione funzioni dei magistrati - l'affluenza è stata del 20,93%;
  • Membri laici consigli giudiziari - l'affluenza è stata del 20,92%;
  • Elezioni componenti togati Csm - l'affluenza è stata del 20,92%.

I cinque referendum sulla giustizia

Si trattava di referendum abrogativi. Votare "Sì" significa voler cambiare la legge oggetto del quesito, votare "No" invece significa lasciare le cose come sono. Non raggiungere il quorum significa che le leggi oggetto d'esame non vengono modificate.

Se guardiano cosa hanno indicato i pochi italiani che hanno espresso il proprio parere sui referendum, prevalgono i sì:  

  • Incandidabilità dopo condanna (legge Severino) - 53,97% sì e 46,03% no; 
  • Limitazione misure cautelari - 56,12% sì e 43,88% no;
  • Separazione funzioni dei magistrati -  74% sì, 25,9% no;
  • Membri laici consigli giudiziari -  71,9% sì, 28% no;
  • Elezioni componenti togati Csm -  72,5% sì, 27,4% no.

I "sì" di chi ha votato, come detto, non cambiano comunque le cose perché non è stato raggiunto il quorum. Eppure alcune leggi potrebbero lo stesso essere modificate. Non per volontà popolare, ma per intervento del legislatore.

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Cosa succede dopo il fallimento dei referendum

Il responso delle urne ci dice che le leggi restano in vigore come sono attualmente. Quindi adesso la legge Severino rimane nell'impianto attuale, con l’automatismo dell’incandidabilità e della decadenza degli amministratori locali e nazionali in caso di condanna. Per le misure cautelari, resta la possibilità di infliggere il carcere o i domiciliari in caso di rischio di reiterazione del reato. Resta la possibilità per il magistrato di passare dalle funzioni di giudice a quelle di pm (e viceversa). E ancora, avvocati e accademici continueranno a non poter votare per la valutazione dei magistrati. Resta infine l’obbligo di raccogliere almeno 25 firme per presentare la candidatura al Consiglio superiore della magistratura.

Separazione delle carriere, valutazione dei magistrati e candidatura al Csm sono però anche al centro della riforma Cartabia sulla giustizia. Si attende l'ok del Senato, ma si era "congelato" l'iter in attesa dell'esito della consultazione popolare. Per quanto riguarda la separazione delle carriere, oggi i magistrati possono sfruttare quattro passaggi (da giudici a pm o viceversa): con il referendum non ne sarebbe stato possibile nessuno, con la riforma Cartabia solo uno e soltanto nei primi dieci anni di carriera. Sulla valutazione dei magistrati, invece, la riforma apre al voto dell’avvocatura sui magistrati, ma contrariamente a quanto previsto dal referendum non consente diritto di voto agli accademici. La riforma Cartabia prevede poi la cancellazione delle firme per candidarsi (oltre a nuove regole per l’elezione del Csm). Quindi, in sostanza, anche se il quorum non è stato raggiunto, almeno per tre quesiti su cinque qualcosa potrebbe ugualmente cambiare.

Elezioni 2022, chi ha vinto e chi ha perso

Cosa fanno i partiti adesso?

I referendum sulla giustizia erano stati promossi da Lega e Radicali. Il Pd, diviso al suo interno, aveva lasciato libertà agli elettori (Il segretario Letta era per cinque "No" ma davanti alle spaccature interne aveva lasciato libertà di coscienza). 

"Grazie ai 10 milioni di italiani che hanno scelto di votare per cambiare la giustizia. E' nostro dovere continuare a far sentire la loro voce". il laconico commento di Salvini su Twitter. 

Irene Testa, tesoriere del Partito Radicale, all'AdnKronos è meno diplomatica: "Sicuramente ci perdono i cittadini italiani più che i promotori, perché la giustizia è un problema sociale enorme nel nostro paese e questo non è che ce lo siamo inventati noi. Abbiamo visto che questo referendum è stato sabotato e boicottato da più parti, a partire da quella che è stata una decisione politica della Corte Costituzionale, quella di bocciare i tre quesiti (fine vita e cannabis, ndr) che in qualche modo avrebbero portato al raggiungimento del quorum, poi da un'informazione completamente assente. Ci sono stati anche appelli all'astensione: possiamo dire che c'è stato un boicottaggio su più fronti".

''Il centrodestra e, soprattutto, Salvini hanno sbagliato a usare in modo propagandistico lo strumento referendario. E infatti il centrodestra non è stato seguito neppure dal suo elettorato che ha disertato le urne", commenta la presidente dei senatori del Pd, Simona Malpezzi.  "I cittadini - aggiunge - non hanno compreso quesiti estremamente tecnici e complessi; questa è una materia parlamentare su cui il Parlamento ha già lavorato con le riforme Cartabia che sono state approvate e su cui lavorerà questa settimana perché arriva in aula la riforma del Csm".

Le prossime ore - in attesa di capire anche a quale schieramento "sorrideranno" le schede nelle urne per la scelta dei sindaci - saranno ore di chiarimento nella Lega certamente ma anche nel rapporto tra i partiti di maggioranza e proprio la riforma Cartabia sarà un banco di prova non da poco.

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