Mercoledì, 28 Ottobre 2020
Politica / Italia

Più soldi, meno diritti: luci e molte ombre dell'accordo europeo nato col freno tirato

I soldi del Recovery Fund non vengono da Marte: da dove arrivano questi finanziamenti? O meglio da dove arriveranno visto che il fondo entrerà in funzione solo dal 2021? E quale sarà il "costo" di questo impegno? Facciamo chiarezza

Il premier Giuseppe Conte sarà domani mercoledì 22 luglio alle 12:00 in Parlamento per riferire l'accordo raggiungo al consiglio europeo sul Recovery fund. Un accordo che permetterà all'Italia di ottenere sussidi e prestiti più di ogni altro paese europeo passando da Stato contributore netto a beneficiario degli aiuti. Secondo le stime diffuse da Palazzo Chigi all'Italia spetterebbero sussidi per oltre 81 miliardi e prestiti per circa 127 miliardi.

Di questa torta di aiuti, un primo anticipo da 6 miliardi potrebbe arrivare non prima del primo semestre 2021 e l'Italia pertanto potrebbe vedersi costretta ad attivare il Mes per avere qualche miliardo da spendere già nel 2020. C'è tuttavia una una clausola inserita nel testo di compromesso che permette al Governo di contabilizzare una parte delle spese sostenute nell'anno in scorso - a partire dallo scoppio della pandemia - come spese del Recovery fund e vedersi poi rimborsata dall'Ue.

Tuttavia come ha ben sottolineato il senatore Pd Tommaso Nannicini i soldi del Recovery Fund non vengono da Marte: "Arrivano dal futuro - spiega - Vanno spesi con responsabilità e consapevolezza: lavoro, non assistenzialismo; occupazione di giovani e donne, non aziende decotte. Meno task force, più coraggio. Non ci sarà una seconda volta".

Appunto, da dove arrivano questi finanziamenti? O meglio da dove arriveranno visto che il fondo entrerà in funzione solo dal 2021? E quale sarà il "costo" di questo impegno?

Accordo europeo: che cosa è stato deciso

Per spiegarlo meglio occorre fare un passo indietro. Il Consiglio Europeo nel maxi-vertice concluso dopo una maratona di 92 ore, ha negoziato il bilancio di lungo termine dell'Ue per il 2021-27: si è trovato un accordo per destinare mille miliardi di risorse agli investimenti per i paesi dell'Unione che potranno essere potenziati grazie ad uno strumento, il Next Generation Eu che prevede 750 miliardi di euro tra prestiti (360 mld) e trasferimenti (390 mld) da finanziare con emissione di titoli di debito comune.

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Complessivamente una 'potenza di fuoco' di 1.824 miliardi di euro.

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Per ripagare i debiti contratti dalla Commissione per finanziare il Next Generation Eu si prevede di introdurre dal primo gennaio 2021 una serie di misure tra cui una tassa sugli imballaggi di plastica non riciclata in ragione di 0,80 euro al kg. Alla Commissione è inoltre demandata la proposta per intrudurre un dazio ambientale per proteggere l'industria Ue da una concorrenza extra Ue che non ha gli stessi standard ambientali europei. In arrivo anche  Si prevede anche - entro il primo gennaio 2023 - un "tributo digitale", l'estensione dello scambio di quote di emissioni all'aviazione e al settore marittimo, ma anche una tassa sulle transazioni finanziarie.

Nuovo debito a parte, il bilancio Ue potrà contare su tre principali fonti di ricavi: dazi doganali e sugar tax, l'armonizzazione dell'Iva e i contributi nazionali che forniscono la maggior parte dei ricavi. E qui vi sono alcuni cambiamenti.

Accordo europeo: che cosa cambia

La battaglia negoziale ha visto protagonisti del vertice i Paesi cosiddetti 'Frugali' che sono riusciti ad aumentare i rispettivi rebates, gli sconti al contributo al bilancio comunitario, che non hanno più ragion d'essere dopo la Brexit, essendo stati concessi in ragione dell'esistenza del rebate del Regno Unito ottenuto da Margaret Thatcher negli anni Ottanta ("I want my money back"). La Danimarca invece ottiene uno sconto annuo di 377 mln di euro; l'Olanda di 1,92 mld; l'Austria di 565 mln, più che raddoppiato; la Svezia di 1.069 mln; la Germania di 3,67 mld. 

Dietro queste cifre si nascondono una serie di dettagli che hanno rischiato di far saltare il banco e che hanno un valore maggiore per i futuri equilibri politici nell'Unione. A partire dal "freno d'emergenza" su cui fino all'ultimo si sono scontrati Olanda e Italia.

Il premier olandese Mark Rutte, infatti, ha chiesto alla vigilia del summit di introdurre un meccanismo che consentisse anche a un solo Paese membro di bloccare i fondi del Recovery fund a un altro Stato membro qualora quest'ultimo non rispettasse gli impegni presi sull riforme. Per accedere ai finanziamenti del Recovery fund, infatti, stando alla proposta elaborata dalla Commissione europea, è necessario rispettare il Programma nazionale di riforme che ogni anno i Paesi membri presentano nel quadro del semestre europeo.

Il legame tra finanziamenti e riforme ha già fatto storcere il naso a chi vede in questo meccanismo la lunga mano dei falchi dell'austerity. La Commissione, di contro, ha ricordato che spetta agli Stati delineare le riforme che intendono attuare, quindi nessuna ingerenza. Proprio per questo, l'Olanda, durante il summit, ha battuto i pugni perché il meccanismo fondi-riforme fosse più stringente: prima ha chiesto che i Paesi del Sud attuassero riforme su pensioni e mercato del lavoro (con la Lega che ha subito accusato i Paesi bassi di voler scardinare Quota100, cavallo di battaglia del Carroccio di governo). Poi, ha proposto che il Consiglio degli Stati membri avesse l'ultima parola sui finanziamenti. È su questo punto che fino all'ultimo, stando ai resoconti di Europatoday che ha seguito da vicino il vertice, Roma e L'Aja si sono scontrare. 

Il compromesso raggiunto prevede che sarà la Commissione a valutare riforme e a sbloccare i fondi del Recovery fund, previa una richiesta di parere da parte del Comitato economico e finanziario del Consiglio Ue, l'organo che riunisce i governi degli Stati membri. In questo processo, un Paese, in casi eccezionali, potrà chiedere di approfondire in sede di vertice Ue se gli impegni sulle riforme di un altro Stato membro sono stati rispettati, sospendendo di fatto i finanziamenti per un certo lasso di tempo. A decidere sarà sempre la Commissione ma il meccanismo consente di fare pressioni sugli Stati del Sud, rallentando fino a tre mesi i pagamenti del Recovery fund la cui rapidità di emissione è invece fondamentale per rispondere alla crisi.

Sia il premier italiano Giuseppe Conte che il premier olandese Rutte esultano, l'uno per aver fatto cadere la proposta di un potere di veto vero e proprio da parte di un singolo Stato membro, l'altro per aver introdotto un livello ulteriori di monitoraggio sulla spesa dei fondi del Recovery fund. Si vedrà a settembre, quando l'Italia presenterà il suo programa di riforme, se questo 'freno' servirà davvero solo in casi estremi (e solo in caso di mancato rispetto degli impegni), o se condizionarà la scelta stessa della riforme da attuare da parte dei Paesi del Sud, Italia e Spagna in particolare. 

Accordo europeo, chi perde è lo stato di diritto

Se il freno di emergenza rappresenterà il timone politico della "nuova Europa", la vera vittima sacrificale dell'accordo europeo appaiono invece i diritti democratici.

Domenica 19 luglio, nel giorno forse più drammatico dei negoziati, il premier ungherese Viktor Orban ha deciso di comunicare ai media la sua vicinanza all'Italia. Chi ha seguito le trattative sul Recovery fund fin dall'inizio, sa bene che i Paesi di Visegrad guidati per l'appunto da Polonia e Ungheria hanno avuto un solo punto d'unione con l'Italia in questi negoziati: l'opposizione all'Olanda. Per il resto, le loro posizioni hanno di fatto rallentato i negoziati e reso più difficile il raggiungimento di un'intesa favorevole ai Paesi del Sud, ossia quella più vicina possibile alla proposta della Commissione europea.

Orban e soci, infatti, si sono da subito opposti al piano di Bruxelles per il criterio di ripartizione degli aiuti che cambiava l'ordine dei paesi che beneficiano dell'appartenenza all'Unione Europea: Polonia e Ungheria sono tra i maggiori beneficiari netti del bilancio Ue (ossia ottengono più risorse di quelle che inviano all'Ue), mentre l'Italia è un contributore netto (spende per il bilancio Ue più di quello che riceve). Con il Recovery fund, la Commissione europea ha deciso di privilegiare l'Italia, assegnando la gran parte delle risorse con un meccanismo di calcolo che è andato a scapito proprio di Polonia e Ungheria (le cui economie sono state tra le meno toccate in Europa dal coronavirus). 

Se sembrava un principio giusto a tutti quello di privilegiare la solidarietà verso i Paesi Ue più colpiti dalla pandemia, Polonia e Ungheria si sono opposte. Dietro l'opposizione iniziale dei paesi Visegrad si nascondeva però un tema forse più spinoso: il legame tra fondi Ue e rispetto dello stato di diritto. In sostanza, la Commissione ha chiesto di inserire un meccanismo legale per bloccare l'erogazione dei fondi per chi ha procedure aperte per violazione delle norme europee sullo stato di diritto (Polonia e Ungheria per l'appunto). In questo modo, Bruxelles avrebbe avuto un'arma di ricatto nei confronti di Varsavia e Budapest per chiedere loro di rispettare i principi della libertà di stampa e dell'indipendenza della magistratura, per esempio.

Tra i fautori di questo meccanismo c'erano diverse forze politiche, dai liberali come l'olandese Rutte e il francese Macron, ai governi di centrosinistra (Spagna e Italia compresi). L'Italia si è schierata con Polonia e Ungheria per portare i Visegrad al proprio fianco nelle trattative con i frugali e a favore di un meccanismo forte sullo stato di diritto è rimasta solo Olanda.

Se le formule inserite nel testo del presidente del Consiglio Ue Charles Michel sono abbastanza vaghe da accontentare tutti, nei fatti si rinuncia a meccanismo efficace sulla condizionalità dello Stato di diritto. Una vittoria per Orban, un campanello d'allarme per chi guarda a Bruxelles come scudo dei principi democratici. 

In una estrema sintesi che annoveri vincitori e vinti occorre spostare lo sguardo sui tagli che colpiranno il programma di sanità trasnfrontaliera e lo strumento di ricapitalizzazione delle imprese che vengono azzerati. Così come vengono ridotti i fondi destinati alla Ricerca e alla Coesione Europea, alla gestione delle frontiere (-20 mld) e alla sicurezza e difesa (-10 mld).

Tra gli sconfitti la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen che troverà molti meno soldi per portare avanti la sua agenda improntata al Green new deal: l'obiettivo della neutralità climatica da raggiungere entro il 2050 rischia di diventare carta straccia.

Un compromesso al ribasso che colpisce infine - ma non meno duramente - il Parlamento europeo, unico organo elettivo dell'Unione Europea, e il suo presidente David Sassoli che aveva minacciato più volte il veto se dalla trattativa tra i capi di Stato fosse emerso un accordo meno incisivo di quello elaborato da Bruxelles. 

Ora, dopo l'unanimità raggiunta in Consiglio, dovrà esprimersi il Parlamento Europeo che può approvare la posizione del Consiglio o respingerla facendo saltare un compromesso che da più parti è stato definito storico. Come ricorda il corrispondente di Radio Radicale David Carretta mai l'Ue aveva deciso di indebitarsi per stanziare trasferimenti fiscali tra paesi.

A pagare il conto del Recovery Fund saranno Germania, Francia, Paesi Bassi ma si tratta di un "investimento nel mercato interno e una prova solidarietà senza precedenti. L'Italia farebbe bene a dar prova di una responsabilità, anch'essa senza precedenti".

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