Giovedì, 23 Settembre 2021
L'intervista

Le lunghe ombre cinesi sull'Afghanistan

In Oriente si guarda ai talebani in modo interessato. Guglielmo Picchi, già presidente del Comitato per la politica estera dell'Ue, lo spiega a Today: "In ballo c'è la nuova via della seta". Ecco perché la Cina punta al corridoio di Wakhan

Soldati cinesi nello Xinjiang, al confine tra Cina e Afghanistan - Foto Epa

In questo momento l’Afghanistan rappresenta un territorio molto ambito. Se c’è preoccupazione a livello internazionale per le ritorsioni dei talebani nei confronti dei “nemici interni” e degli oppositori, è pur vero che nel Paese adesso si apre una partita prettamente economica, nella quale non c’è spazio per gli ideali religiosi e i disegni politici. L’ombra più invadente è quella della Cina. Serve la politica certo, ma per trovare accordi con i talebani. Ora ci sono loro, ma ci sarebbe potuto essere chiunque. A Pechino interessa solo perseguire i propri interessi.

"Cosa vogliono i cinesi? Non hanno interesse per i talebani, ma per la lingua di terra che corre lungo l’Afghanistan: il corridoio di Wakhan. Fu uno stratagemma inventato a cavallo fra l’800 e il 900 da parte di russi e britannici come possibile zona cuscinetto tra i due territori dell’impero, così da evitare scontri armati. Una sorta di confine. Arriva fino alla Cina e da lì i cinesi possono comodamente passare per Afghanistan, Iran, fino alla Turchia. E’ una rotta commerciale lungo la quale, una volta costruite strade e ferrovie, i cinesi possono arrivare al cuore dell’Europa attraversando appena tre Paesi".

Guglielmo Picchi - foto Ansa-2

Cambia di molto la prospettiva della guerra in Afghanistan ad ascoltare le parole dell’onorevole Guglielmo Picchi, già presidente del Comitato per la politica estera dell'Ue e oggi deputato leghista e membro della commissione Esteri di Montecitorio. E’ lui a spiegare direttamente a Today come oggi l’Afghanistan rischia non solo di essere una polveriera per gli estremismi, ma anche la prossima bandierina nella campagna coloniale cinese. Così Pechino, come fa già da anni in Africa, si prepara a mettere le mani sui 300 chilometri presidiati dai talebani, ma utili alla Cina, che potrebbe “strangolare” la valle abitata da circa 15mila pastori e costruire la nuova via della seta. Lo ha già fatto in diversi Paesi africani, dove gli emissari di Xi Jinping hanno stretto accordi commerciali, investendo miliardi di dollari che i governi africani dovranno restituire nei prossimi anni.  

Non dimentichiamo che in questo momento c’è un’urgenza in Afghanistan. Quella dei diritti umani e di una resistenza braccata sui monti del Panjshir.
"Purtroppo devo registrare che dopo diverse settimane, di fronte alla resistenza afghana guidata dall'ex vicepresidente dell’Afghanistan e leader della resistenza Amrullah Saleh, è mancato ogni sostegno e ogni forma di solidarietà. Mi pare che l’unico ad avere fatto qualcosa è Matteo Salvini, che ha incontrato l’attuale ambasciatore afghano a Roma. A parte questo è mancata anche la solidarietà alla grave crisi umanitaria". 

Cosa può fare la politica internazionale? 
"Togliendoci ogni cappello di ogni tipo, è intanto possibile una forte risposta diplomatica ai talebani, che non dobbiamo sottovalutare, anche se si presentano con una certa mitezza. Sono ricercati dall’Fbi e considerati terroristi dall’Onu. Bisogna percorrere la strada dei corridoi umanitari per continuare ad operare in Afghanistan".

Quindi lei è d’accordo con i corridoi umanitari invocati a sinistra.
"Noi avevamo il dovere di salvare chi aveva lavorato con l’occidente, lo abbiamo fatto in modo caotico, non certo per colpa nostra ma degli Stati Uniti e alla fine siamo riusciti a portare via decine di migliaia di persone. Ma dobbiamo lavorare con i Paesi confinanti quali Uzbekistan, Tagikistan, Iran e Pakistan. Un ponte aereo per portare le persone in Europa non è praticabile. Primo perché è più semplice logisticamente e poi perché i ponti aerei, come li pensa la sinistra, sono infattibili. Daremo ai talebani una lista di nomi di cui loro si servirebbero per compiere vendette e dire a noi che non li hanno trovati in casa". 

Intanto però non c’è stata una condanna netta al governo talebano.
"
Il fatto eclatante, lo dico con dispiace e senza compiacimento, è l’inesistenza della politica estera europea. Forse ci sono dei presupposti minimi per una politica estera e una difesa europea, su questo si deve riflettere perchè continuare a parlare di Europa come lo si fa adesso è inutile". 

Dunque, parafrasando, ci vorrebbe più Europa? 
"Non avrei nulla in contrario, ma bisogna farla con gli europei. Io frequento la politica estera da anni, e quando hai quell’ideale poi lo devi realizzare. Invece quando ti siedi ad un tavolo con un tedesco, o con il ministro degli esteri francese, “Più Europa” resta uno slogan perché poi il tedesco fa le cose in favore della Germania e il francese per la Francia. Servirebbe anche un esercito perché non può essere rappresentato dai due battaglioni da 10mila persone di oggi". 

Tornando all’Afghanistan, questo Governo va riconosciuto?
"Assolutamente no, non riconoscere il Governo Talebano e le dico anche che portare l’ambasciata italiana a Doha è un errore perché diventa una forma surrettizia di riconoscimento. Abbiamo già gli strumenti diplomatici per seguire le vicende afghane. Un conto è distaccare un funzionario o tenere del personale alla vecchia ambasciata. Altro conto è ricostruire l’ambasciata nella capitale del Qatar, Paese implicato nell’insediamento del nuovo governo afghano. E’ un grave errore che ha un chiaro messaggio nel linguaggio diplomatico e cosa ancora più grave è che non è stato concordato con i partner europei. Come vede anche noi non siamo molto bravi a praticare il “Più Europa".

L’alternativa qual è? 
"
Lasciare la costituzione dell’ex ambasciata con funzionari vari in Afghanistan". 

Ma cosa fare per aiutare le donne, giornalisti, minoranza che stanno perdendo i basilari diritti umani? 
"
Siamo molto disarmati. Sappiamo bene che l’opzione principale sarebbe ritornare là e ricacciare i talebani sulle montagne, ma evidentemente non è praticabile, quindi l’unica cosa che posso dire, è che dobbiamo dare voce a queste persone, ricordare che esistono, sostenerli. Il lavoro che ho fatto anche io, portando la voce della resistenza in Parlamento e tenendo alta la sensibilità. Poi c’è l’iniziativa politica di Draghi, ma serve in Parlamento un ampio dibattito sulla politica estera, possiamo dare un mandato forte al Presidente Draghi su che cosa deve fare e non limitarsi al G20 dell’accoglienza". 

Ma oggi un Afghanistan unito, è un pericolo nazionale? 
"Più che unito, non sappiamo che cosa succede. La premessa nostra è la sicurezza. Lì c’è gente divisa in fazioni e il problema è che rischia di durare poco, ma nel frattempo si può costituire un quantitativo di gruppi terroristici non tracciati e di cui ignoriamo l’esistenza". 

Cosa possiamo dire oggi ai parenti dei 53 soldati italiani uccisi in missione? La loro morte è stata inutile?
"
Due consapevolezze. La prima è che quella è una zona dove noi dobbiamo essere presenti ( che non significa militarmente) perché fondamentale per la nostra sicurezza e lo sviluppo del futuro dell’economia mondiale. Anche i più riottosi lo hanno capito. La seconda, e più importante, è che oggi oggettivamente ci sono le donne, magari con niqab, ma ci sono e sono in piazza sapendo quello che rischiano. Una generazione che ha assaporato la libertà e non vi vuole rinunciare e non solo nei centri urbani, ma anche nelle zone più remote. E’ la cosa più importante da guardare perché è la prova dell’importanza del sacrificio che abbiamo pagato". 
 

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