Domenica, 19 Settembre 2021
L'intervista

Perché l’Afghanistan ci riguarda da vicino 

Un "no" secco al riconoscimento del Governo Talebano arriva da Gennaro Migliore (Italia Viva) che a Today, spiega: "Questione di sicurezza nazionale"

Afghanistan - foto Ansa

"Noi riteniamo che non ci debba essere riconoscimento politico del Governo talebano in Afghanistan perché parliamo di un Governo con al proprio interno oltre dieci persone individuate come terroristi. I rapporti devono essere ridotti al minimo per costruire le condizioni per salvare il salvabile. Se devo scegliere fra salvare una vita e chiudere gli occhi, scelgo di aprire una interlocuzione, ma no ad alcun riconoscimento politico".

A dirlo a Today.it è il deputato alla Camera e membro della Commissione Affari esteri e comunitari Gennaro Migliore (Italia Viva), che spiega come la priorità adesso è non spegnere i riflettori sulla guerra afghana, soprattutto ora che è viva la resistenza sui monti del Panjshir, come anche quella della società civile in protesta. E poi ci riguarda direttamente e da vicino. 

"Su questo tema il Premier Mario Draghi aveva chiesto una convocazione straordinaria, il tema Afghanistan è in cima alle preoccupazioni di Governo, anche per una questione di sicurezza. Io mi occupo da anni di contrasto al terrorismo e credo che la situazione è in mano ai talebani solo apparentemente perché c’è invece un alto rischio di scontro per il controllo e, come si dice in gergo tecnico, l’egemonia del territorio, soprattutto fra Isis K e Talebani. A parte che è anche una questione etica per noi, ma poi gli equilibri potrebbero anche evolversi in modo peggiore. Le varie forze in campo potrebbero trovare punti di intesa individuando un nemico esterno e comune. L’Afghanistan potrebbe tornare ad essere una questione di sicurezza nazionale per l’Italia e l’Europa". 

Gennaro Migliore - foto Ansa-2

Lì adesso c’è una resistenza, con un vicepresidente democraticamente eletto che sarebbe in carica, ma è braccato sui monti del Panjshir. Ci voltiamo dall’altra parte?
"No, non sono passati invano venti anni. C’è una resistenza che è soprattutto civile, fatta di donne che rischiano la vita per il diritto all’esistenza. Tra l’altro, ripeto, ci sono rapporti dell’intelligence che ci dicono come alcuni esponenti del Governo talebano, anche di altissimo livello, siano direttamente collegati ad Al Qaida. La questione verrà discussa anche nel G20 promosso da Draghi. Da parte nostra, è necessario che, di fronte a questa resistenza, non ci sia una quiescenza nei confronti di un Governo come quello talebano". 

Eppure non ci sono state richieste di condanne da parte delle Nazioni Unite. Perché?
"Questo perché, nel momento in cui c’è stata l’azione militare nel 2001, si è trattato più di una estromissione che non di una condanna, visto che Al Qaida aveva trovato in Afghanistan un punto di riferimento importante e raggiunto un livello di influenza enorme. Dopo di che, i talebani, come organizzazione, non sono stati sanzionati. Fu un’estromissione militare  e politica".  

E adesso? 
"Secondo me non ci deve essere riconoscimento del Governo talebano, che è già stato frettolosamente legittimato come interlocutore nel 2018 con l'accordo di Doha. Ci si è fidati di soggetti, la cui parola non valeva nulla". 

Quindi oggi cosa fare per aiutare le donne, giornalisti, minoranze che stanno perdendo i diritti umani? 
"Innanzi tutto non si deve spegnere il faro di attenzione su questa vicenda perché abbiamo bisogno di far sapere a chi resite che c’è qualcuno che sta pensando a loro. Nello stesso tempo è importante definire un piano di iniziative, ma questo sarà oggetto del G20, anche se credo ci siano delle difficoltà dovuta a un diverso atteggiamento da parte di alcuni Paesi rispetto ad altri". 

Il coraggio delle donne afghane in protesta a Kabul

L’Unione Europea cosa può fare?
"Far sentire il proprio peso. Si tratta di intervenire con tutti gli strumenti per garantire diritti umani, a partire dal fatto che chi scappa, non può essere respinto con i muri o i lacrimogeni come sta facendo qualche Stato".  

Lo ha detto l’Onu, ma lo ha detto anche lei poco fa: serve mantenere il dialogo con i talebani per salvare vite umane. Allora Conte non ha detto una cosa così fuori dal mondo quando ha parlato di dialogo. 
"No, no, io non voglio nessun dialogo, io voglio un confronto, ci si deve confrontare come ci si confronta con un sequestratore, ma non significa che lo legittimo, noi stiamo parlando con soggetti che stanno violando i diritti umani. Se devo parlare con qualcuno per far uscire un giornalista sano e salvo da lì lo faccio, ma il dialogo politico è un’altra cosa e significherebbe che hanno vinto loro. Io sono pronto al confronto, non al dialogo".

Cosa direbbe ai parenti dei 53 soldati italiani uccisi? La loro morte è stata inutile?
"No, innanzi tutto serve riconoscerne il sacrificio e il grande rispetto per il dolore che c’è in ogni famiglia, alcune delle quali ho anche avuto l’opportunità di conoscere. Il primo pensiero va alla condivisione di un dolore che non restituirà il loro caro, però penso anche che abbiamo di fronte la necessità di dare delle risposte, che diano senso a quel sacrificio, riconosciuto come elemento fondamentale per il futuro dell’Afghanistan. Porto con me grandissimo rispetto per il dolore, ma dobbiamo anche dire a tutti che quei soldati hanno servito il Paese e ce lo ricorderemo per sempre". 
 

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