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Giovedì, 2 Dicembre 2021
Politica

Così il capo di Stato ha dato vita al "colpo tecnico" di Mario Monti

Decapitare il governo Berlusconi e con il benestare del gotha dell'imprenditoria, in primis De Benedetti, dare le redini dell'Italia vittima dello spread al professore. Il piano di Giorgio Napolitano è raccontato così nel libro di Alan Friedman

Agosto 2011, Carlo De Benedetti è a Saint Moritz, in vacanza. Poco distante, in una casa in affitto, c’è Mario Monti. Amico del padre dell’Ingegnere, amico di Carlo. Così il Professore chiama l’Ingegnere: “Ho bisogno di parlare con te”. E De Benedetti: “Vieni da me, facciamo due chiacchiere nel mio studio”. Mario raggiunge Carlo e rompe subito gli indugi: “È possibile che Napolitano mi chieda di fare il primo ministro. Tu che ne pensi?”. De Benedetti: “È una questione di timing, se te lo chiede a settembre lo fai. Se te lo chiede a dicembre, non farlo più; perché non c’è il tempo, è una roba che devi fare subito”.

Tra amici si fa così, ci si confida. Si fa così per gli amori, il lavoro, i figli. Se tuttavia c’è di mezzo l’Italia e le istituzioni, la questione si complica parecchio. Perché Napolitano ha sondato il polso di Monti quando alla guida del paese c’era Silvio Berlusconi? L’inchiesta è firmata da Alan Friedman nel libro Ammazziamo il Gattopardo (in uscita per Rizzoli il 12 febbraio), le cui anticipazioni – in forma di videointerviste – sono state pubblicate dal Corriere della Sera.

Per rispondere alla domanda, dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Giusto di due mesi, nel giugno 2011. Il Cavaliere allora era in sella a quello che sarà il suo ultimo governo. Con lui non c’è più Fini e si ritrova con una maggioranza dimagrita. All’epoca andavano di moda le corse lungo il Transatlantico dei ministri-podisti timorosi che l’esecutivo andasse sotto. Andava di moda, inoltre, imbavagliare il Parlamento con questioni di fiducia e maxi-decreti. 

Insomma c’era un Governo con una maggioranza azzoppata. Ma c’era, soprattutto, la morsa della crisi economica. Intendiamoci, la crisi c’è ancora e la sua stretta continua ad uccidere, ma all’epoca lo spettro della Grecia – la sindrome da default – era talmente vicino da allarmare l’Unione. In quei giorni c’era un altro sport che andava di gran moda: il salto in alto dello spread tra i titoli di stato italiani, i Btp, in rapporto con i Bund tedeschi. Quei massimali che facevano tremare le casse dello Stato. Preoccupazioni fortissime che si tradussero nella famosa lettera della Banca centrale europea in cui si imponevano all’Italia misure drastiche per risolvere il nodo della finanza pubblica. Una missiva firmata, praticamente, da Germania e Francia. Era sempre l’agosto 2011. Era dopo le risatine tra la Merkel e Sarkozy rivolte a Berlusconi.

In questo quadro, prima della crisi di Governo dell’autunno dello stesso anno, in vantaggio di cinque mesi sulla nomina del prof della Bocconi – ed ex commissario europeo – a capo dell’esecutivo tecnico (16 novembre 2011), Napolitano, inquieto, mise in piedi una serie di consultazioni segrete e preliminari. E in queste cominciò a verificare la possibilità del cambio di mano al vertice. E le attenzioni ricaddero sull’amico Monti (a cui da del ‘tu’), già nominato dal Capo dello Stato senatore a vita (9 novembre 2013). L’uomo, in teoria, in grado di lanciare una corda al Paese e trainarlo fuori dalla palude.

Ad avvalorare la tesi, il lavoro di Friedman riporta le conversazioni tra Romano Prodi e Monti, appunto. Giugno 2011, il due volte premier è a colloquio con l’ex commissario: “Mario, non puoi fare nulla per diventare presidente del Consiglio, ma se te lo offrono non puoi dire di no. Quindi non ci può essere al mondo una persona più felice di te”. Così anche Corrado Passera che in quei mesi stava lavorando ad un piano economico di rilancio del Paese. Documento che consegnò a Monti il quale lo sottopose al Quirinale, visto che la trattativa era ben avviata e il Prof in “stand-by”. Racconti, parole e virgolettati confermati dal diretto interessato. Friedman: “Lei non smentisce che, nel giugno-luglio 2011, il presidente della Repubblica le ha fatto capire o le ha chiesto esplicitamente di essere disponibile se fosse stato necessario?”. Monti: “Sì, mi ha dato segnali in quel senso”. E più tardi, al Tg1, lanciata la bomba: “E' assurdo che venga considerato anomalo che un presidente della Repubblica si assicuri di capire se ci sia un’alternativa se si dovesse porre un problema”.

FI E M5S CONTRO NAPOLITANO - Questi i fatti ricostruiti nel libro. Da qui in poi, uscite le anticipazioni, le polemiche. Durissime quelle di Forza Italia. “Squarci inquietanti” per Maurizio Gasparri. Dello stesso avviso Renato Brunetta e Paolo Romani: “Ci domandiamo se sia rispettoso della Costituzione e del voto degli italiani preordinare un governo che stravolgeva il responso delle urne, quando la bufera dello spread doveva ancora abbattersi sul nostro Paese. Chiediamo al Capo dello Stato di condurre innanzitutto verso i propri comportamenti un’operazione verità. Non nascondiamo amarezza e sconcerto, mentre attendiamo urgenti chiarimenti e convincenti spiegazioni”.

Polemiche a cui si è subito accodato il Movimento 5 Stelle: “Tra ieri e oggi, due rivelazioni a mezzo stampa sottolineano le ingerenze di Napolitano negli equilibri di governo e nelle fasi processuali della trattativa stato-mafia (la richiesta di un provvedimento disciplinare nei confronti di Nino Di Matteo). I fatti sono gravissimi, ma il Comitato ha una fretta maledetta di insabbiare tutto entro domani. È Inaccettabile. Dalle notizie apprese oggi può dipendere il futuro del governo e di questa legislatura (se accertate). Il comitato avvii le indagini e lavori senza pregiudizi”, ha affermato Luigi Di Maio, deputato 5 Stelle e vicepresidente della Camera.

FI VERSO L’ IMPEACHMENT – La ricostruzione ha fatto talmente rumore che in Forza Italia c’è già chi, come il senatore Augusto Minzolini, ha ipotizzato un sostegno alla richiesta di messa in stato d'accusa del capo dello Stato presentata dal M5S. "Di fronte a queste nuove rivelazioni andrà valutata sempre con maggiore attenzione - non fosse altro come occasione per ricostruire quei mesi e gettare una luce di verità sulla Storia del nostro Paese -  la procedura di impeachment nei confronti del presidente Napolitano promossa da altri gruppi politici in Parlamento". Ipotesi, questa, decisamente scartata da altri forzisti, come il senatore Andrea Mandelli, che tuttavia chiede un “approfondimento” sulla verità emersa nel libro di Friedman.

LA REPLICA DI NAPOLITANO – A questo punto Napolitano, visto il polverone, è intervenuto energicamente nel dibattito. Lo ha fatto inviando una lettera al Corriere. Si tratta di “fumo, solo fumo”. E in questo, il Presidente, ha negato il disegno complottista contro Berlusconi. Non ho nessuna difficoltà a “ricordare di aver ricevuto nel mio studio il professor Monti più volte nel corso del 2011 e non solo in estate” perché “era un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria” e perché appariva “una risorsa da tener presente e, se necessario da acquisire al governo del Paese”. I “veri fatti sono noti e incontrovertibili”, “si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008”. Da qui alle dimissioni del Cav e ad una “larga convergenza” su Monti.

IL PD CON IL COLLE - Le cannonate di Forza Italia, la levata di scudi, in difesa del Presidente – che da Strasburgo, una settimana fa, riferendosi ai governi Monti e Letta, ha sottolineato stizzito che “sono stati presentati quasi come inventati per capriccio dalla persona del presidente della Repubblica” – da parte del Pd affidate al portavoce della segreteria Renzi, Lorenzo Guerini: “Lascia sinceramente sconcertati la polemica aperta da Forza Italia nei confronti del presidente della Repubblica. E’ singolare che si trasformi in complotto la normale attenzione di un capo dello Stato nei confronti delle istituzioni che rappresenta, soprattutto in un momento di difficoltà quale quello a cui si fa riferimento”.

LETTA: "ATTACCO VERGOGNOSO" - Passano i minuti ed arriva anche la nota del premier: “Nei confronti delle funzioni di garanzia che il Quirinale ha svolto nel nostro Paese in questi anni, in particolare nel 2011, è in atto un vergognoso tentativo di mistificazione della realtà. Il Quirinale, di fronte a una situazione fuori controllo, si attivò con efficacia e tempestività per salvare il paese ed evitare quel baratro verso il quale lo stavano conducendo le scelte di coloro che in queste ore si scagliano contro il presidente Napolitano”.

Raccontato la cronaca, polemiche annesse, permangono sul tavolo alcuni problemi. Che il ruolo del capo dello Stato sia meramente quello dell’arbitro disinteressato è pressoché una barzelletta. Il Presidente della Repubblica è – e deve essere – un arbitro interessato. È il ruolo che glielo impone. È bene non prendersi in giro e non fare le ‘verginelle’. Tuttavia, nella fattispecie, c’è materiale di discussione. Al di là delle buone intenzioni.

Primo: la manovra extraparlamentare condotta dal Quirinale (per intenderci, anche l’accordo sull’Italicum è stato redatto lontano da Montecitorio e Palazzo Madama) rientra nella logica della Realpolitik?

Secondo: con l’austerity di Monti e dell’Europa l’Italia ha abbracciato la scialuppa di salvataggio, si è spostata di qualche metro dal baratro. Di contro – con l’economia che è rimasta ferma, inchiodata – quella strada ha negato le elezioni, come ha sottolineato il Fatto Quotidiano

“In un periodo, tra l’altro, in cui il Movimento Cinque Stelle era lontano dalla popolarità del 2013 e Bersani sembrava avere la vittoria in tasca. Infine, con Monti a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi - ai minimi storici di popolarità – poté nascondersi da buon Caimano per poi riemergere a ridosso delle elezioni, tornando a nuova vita – l’ennesima – nonostante ora Forza Italia ora gridi al colpo di Stato”.

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