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Sabato, 15 Giugno 2024

Alcoa, in 15 anni incassati 3 miliardi di soldi pubblici. Ora scappa in Arabia

Il Fatto Quotidiano ricostruisce la storia degli ex stabilimenti Efim, una volta dello Stato e nel '95 rilevati dall'azienda americana. Dopo anni di aiuti statali, gli americani fuggono in oriente dove energia e manodopera costano meno. E il Sulcis rischia di morire

Sulle prime pagine di tutti i giornali per 'colpa' delle proteste dei suoi operai. Parliamo dell'Alcoa, azienda americana subentrata allo Stato negli stabilimenti sardi della Efim.

Ora, dopo 15 anni in cui ha incassato 3 miliardi di euro dalle casse pubbliche sotto forma di rimborsi sul prezzo dell'energia (pagato dai cittadini in bolletta), l'azienda americana ha deciso di salutare l'Isola per fuggire in Arabia, "dove manodopera ed energia costano meno". E lì aprirà uno stabilimento da 11 miliardi di euro.

A ricostruire la storia dell'Alcoa e dei soldi (pubblici) incassati dall'azienda statunitense è Il Fatto Quotidiano tramite la penna di Salvatore Cannavò.

"Quella dell’Alcoa - si legge sul Fatto Quotidiano - è una classica storia di profitti privati e perdite pubbliche. Una storia di aiuti di Stato e di Stato incapace, di privatizzazioni che alla fine presentano il conto".

Lo stabilimento di Portovesme, in Sardegna e quello di Fusina in Veneto, vengono dalle partecipazioni pubbliche. "Si chiamavano Alumix e appartenevano all’Efim, struttura nata per guidare le industrie meccaniche, poi diventato un carrozzone con perdite miliardarie. E così, con la sua liquidazione nel 1995 la produzione di alluminio passa alla multinazionale statunitense, l’Aluminum Company of America, Alcoa, terzo gruppo mondiale, un colosso da 61mila dipendenti nel 2011, 25 miliardi di dollari di fatturato, 614 milioni di utili nel 2011 contro i 262 del 2010".

Alcoa, però, comincia nel 2008 a lanciare l’allarme sui costi della produzione in Europa, soprattutto per l’alto costo dell’energia. "L’allarme si traduce poi in dramma quando, nel novembre del 2009, arriva la doccia fredda: si chiude, produrre nel Sulcis non è più conveniente".

Lì inizia la lotta degli operai che arriverà, nel febbraio 2010, a quella che sembra una vittoria: il ritiro della chiusura.

"Purtroppo non è una vittoria perché si tratta soprattutto di una dilazione dei tempi". In pratica, il governo si impegna di nuovo a garantire provvedimenti di agevolazione nella fornitura di energia elettrica.

Ma "le decisioni sono già prese e hanno a che fare con la sanzione che la Commissione europea commina ad Alcoa, e all’Italia, per gli illeciti “aiuti di Stato” concessi nel 2004 e poi nel 2005 dall’allora governo Berlusconi. Aiuti che consistono nel rimborso della salata bolletta elettrica".

In pratica, quando rilevò gli stabilimenti dalla Alumix, Alcoa beneficiò di uno sconto per dieci anni, dal ‘95 al 2005, che non fu catalogato come aiuto di Stato perché si inseriva nel processo di privatizzazione. Nel 2004 e nel 2005 il governo italiano proroga gli aiuti contro i quali, però, si esprime la Commissione che li giudica “illegittimi”. Nel documento pubblico vengono anche indicate le somme che Alcoa riceve, come rimborso, dall’ente pubblico Cassa conguagli: 172 milioni di euro per il 2006, 158 milioni per il 2007, 210 milioni per il 2008 e 16 milioni limitatamente al 31 gennaio del 2009.

Calcolando anche gli anni successivi sarà il ministro Sacconi a parlare di un miliardo di euro di aiuti. Per i dieci anni precedenti si possono così stimare circa 2 miliardi.

"Alcoa, quindi, per produrre alluminio in Italia ha usufruito di un sostegno dallo Stato di circa tre miliardi".


"Quando capisce che però la pacchia è finita – la Commissione inizia il suo procedimento di infrazione nel 2004 – la multinazionale Usa inizia a guardarsi intorno. E, infatti, già a dicembre del 2009 viene siglata l’alleanza con la saudita Ma’aden per la costruzione di un enorme sistema integrato di produzione di alluminio sulla costa orientale dell’Arabia Saudita con un investimento di circa 11 miliardi di dollari. La produzione si trasferisce, quindi, laddove la manodopera e l’energia costano molto di meno".

Fonte: Il Fatto Quotidiano →
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