Armi italiane in Yemen, un silenzio che uccide: anche oggi il parlamento "ne riparla domani"

La discussione di due risoluzioni sul conflitto, ferme da mesi in Commissione Esteri, è stata rinviata ancora. Grido d'allarme: "Ingiustificato, e oramai ingiustificabile". L'Italia resta a guardare (e fornisce armi) nonostante la più grave catastrofe umanitaria del mondo

Foto: Ansa (repertorio)

Il tema non sembra essere di pressante attualità per il mondo politico italiano. Ma l'Italia c'entra, in questa drammatica vicenda. La discussione di due risoluzioni sul conflitto in Yemen, ferme da ben cinque mesi in Commissione Esteri della Camera dei Deputati, calendarizzata per l’ennesima volta la settimana scorsa e poi spostata a mercoledì, è stata nuovamente rinviata. I fatti: la Commissione Esteri della Camera avrebbe dovuto finalmente discutere, e auspicabilmente votare, due risoluzioni presentate già da diversi mesi, riguardanti la situazione del conflitto in Yemen. Pochi giorni fa, in occasione del quarto anniversario dall’inizio delle ostilità, molti parlamentari hanno ricordato la più grave crisi umanitaria in corso. Ma in pratica la politica resta silente.

Un gruppo di organizzazioni, tra cui Amnesty International Italia, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari Italia, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo e Save the Children Italia, si aspettava "passi avanti significativi che, ancora una volta, non ci sono stati".

Armi di produzione italiana in Yemen: silenzio ingiustificato

Lo Yemen non può più attendere. "Il conflitto in questi anni ha avuto impatti devastanti sulla popolazione civile yemenita. Decine di migliaia di vittime, tra cui tantissimi bambini, continue violazioni di diritti umani, crimini di guerra accertati da esperti internazionali, bombardamenti di ospedali (di pochi giorni fa l’ultimo) e strutture sanitarie al collasso, difficoltà di accesso ad acqua potabile, e l’epidemia di colera" dicono. "Sin dall’inizio del conflitto molte Organizzazioni della società civile italiana hanno sottolineato la propria preoccupazione non solo per la sua evoluzione e le drammatiche conseguenze sulla popolazione civile, ma anche sulla fornitura di armi di produzione italiana ad alcune delle parti coinvolte nei combattimenti".

Paziente rapito da un ospedale di Msf in Yemen e ucciso: sospese le ammissioni 

"Ingiustificato, e oramai ingiustificabile" viene definito il rinvio del dibattito alla Camera dei Deputati. L'appello è chiaro: "Il Parlamento ed il Governo si impegnino affinché il nostro Paese assuma un ruolo attivo di facilitazione della fine del conflitto e non contribuisca invece alla sua continuazione con forniture militari. Mentre molti altri Paesi hanno deciso di sospendere l’invio di armamenti (Germania, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Finlandia tra tutti) l’Italia non può limitarsi ad osservare passivamente l’impatto del conflitto su centinaia di migliaia di civili yemeniti, ma deve al contrario fare scelte forti e concrete".

"Stop alle armi (anche italiane) alle parti in conflitto in Yemen"

L'appello delle numerose organizzazioni contiene un riferimento molto chiaro al commercio di armi, che lega il nostro Paese al conflitto in corso in Yemen: bisogna "imporre (in linea con le risoluzioni del Parlamento europeo del 4 ottobre e 25 ottobre 2018 e nel rispetto della normativa nazionale - legge 185/90 -, del Trattato internazionale sul commercio di armamenti e della Posizione Comune dell’Unione europea sull’export di armamenti) un embargo immediato sulle armi e la sospensione delle attuali licenze di esportazione di armi a tutte le parti nel conflitto dello Yemen, in quanto è presente un chiaro rischio di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario (come testimoniano numerosi episodi di questi ultimi mesi). L’embargo dovrebbe riguardare anche tutti i tipi di armamento presenti nell’elenco comune delle attrezzature militari e delle tecnologie di uso duale dell'Unione europea al fine di garantire che nessun arma, munizione, equipaggiamento militare o tecnologia, o supporto logistico e finanziario per tali trasferimenti sia oggetto di forniture dirette o indirette alle parti in conflitto nello Yemen". La parola passa alla politica: si spera in tempi ragionevoli. In ogni caso è già tardi.

"Così le bombe italiane uccidono civili in Yemen" (eludendo l'embargo europeo a Riad)

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Yemen, quatto anni di guerra "dimenticata"

Lo Yemen, il Paese più povero del mondo arabo, è stato insanguinato dalla lotta tra sciiti e sunniti.  Sono passati quattro anni dall'inizio dei raid aerei in Yemen della coalizione militare araba guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, intervenuta nel Paese a sostegno delle forze governative. I civili continuano a pagare il prezzo più alto della guerra. Sono passati quasi quattro mesi dai colloqui di pace di Stoccolma, tra il Governo riconosciuto dalla comunità internazionale e gli Houthi, durante cui era stato concordato un cessate il fuoco nella città portuale di Hodeidah (sotto assedio da mesi). Accordi che avrebbero dovuto gettare le basi per una pace duratura. Ma nulla di tutto questo è accaduto.

 A quattro anni dall’inizio della crisi si consuma la più grave catastrofe umanitaria del mondo: oltre 24 milioni di yemeniti su 30,5 sopravvivono grazie agli aiuti, quasi 18 milioni non hanno accesso all’acqua pulita e 400mila nuovi casi di colera sono stati registrati solo nell’ultimo anno.

Guerra sui bambini: ogni giorno almeno un morto o un ferito sotto le bombe straniere 

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Commenti (3)

  • È un prodotto come un altro, con il suo mercato e i suoi clienti. Le aziende che producono tali armi hanno dei dipendenti, contribuiscono al PIL...ma chi sostiene certe assurdità in che mondo vive? Capaci poi di avere la scorta o la vigilanza armata nei luoghi/edifici che frequentano.

  • Noi "itagliani" siamo così imbecilli da pensare che se non ce le vendiamo noi le armi, non le vende più nessuno. E ci ritroveremo con fabbriche chiuse e maestranze licenziate. Poi , se non sbaglio, è una faccenda interna al mondo islamico: che se la scalzino loro. Noi cerchiamo di fare un poco di business.

    • Che schifo

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