Lunedì, 1 Marzo 2021

Ora Conte ha paura

Anche se gli alleati hanno promesso un nuovo incarico per formare un altro governo in cambio delle dimissioni oggi, non è detto che questo accada davvero domani. E comunque la strada del ritorno a Palazzo Chigi è ancora stretta. Perché mancano i numeri. Ma ci sono tanti nomi alternativi. Ecco quali

Ora Giuseppe Conte ha paura. La crisi al buio che si apre ufficialmente oggi dopo che il presidente del Consiglio avrà consegnato nelle mani di Sergio Mattarella le dimissioni è nata con una premessa ben precisa: ovvero che il premier punta a un nuovo incarico in tempi brevi per varare il Conte-Ter e tornare a Palazzo Chigi per il suo terzo governo in questa legislatura. Ma se questo è il piano che gli è stato prospettato dagli alleati per rassicurarlo e spingerlo alle dimissioni oggi, non è detto che questo accada davvero domani. E soprattutto, non è detto che il reincarico porti davvero alla formazione di un suo nuovo governo. Vediamo perché. 

Ora Conte ha paura

L'idea del premier dopo le dimissioni delle ministre di Italia Viva era quello di trovare alla buvette del Senato i 14-15 voti necessari a sostituire numericamente la componente della maggioranza che fa capo a Matteo Renzi. Tirare a campare per non tirare le cuoia, direbbero nella Prima Repubblica. E in un primo momento sembrava che andasse tutto per il verso giusto: il governo ha ottenuto la maggioranza relativa in Senato grazie ai senatori a vita e a qualche altro voto "a sorpresa" come quello di Mariarosaria Rossi, ex Forza Italia o quello di Riccardo Nencini del Psi, che prometteva anche di portare altri senatori di Italia Viva spaventati dalle elezioni e dai sondaggi sul partito di Renzi, oltre a quello del senatore rampante vegano e free-vax Lello Ciampolillo, ex M5s.

Quota 156 non garantiva la sopravvivenza al governo, ma nel frattempo altri due voti si erano aggiunti al conto portando l'esecutivo a quota 158, ovvero soltanto a tre voti dalla maggioranza assoluta. In più la componente di Responsabili Costruttori, in mano a due dinosauri della Prima Repubblica come Clemente Mastella e Bruno Tabacci rendeva abbastanza sicuro il premier di potersela con un rimpasto, lo spacchettamento di qualche delega e qualche posto in più al governo. Sembrava facile. Non lo era. 

Perché, com'era prevedibile, il giorno dopo lo scampato pericolo al Senato chi aveva promesso l'appoggio ha cominciato ad alzare il prezzo o a tentennare. In pochi giorni il piano del premier è andato a sbattere contro i numeri. Il primo a farne le spese sarebbe stato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, la cui relazione sarebbe stata bocciata dal Senato con numeri importanti (151 a 162 secondo gli ultimi conti) configurando di fatto una crisi al buio che il premier ha anticipato con le dimissioni di oggi.

Avrebbe potuto guadagnare tempo anche dopo la bocciatura della relazione prima di salire al Colle: due, tre giorni al massimo per tentare di trovare i voti necessari alla sopravvivenza. Gli alleati (ovvero il Partito Democratico e parte del MoVimento 5 Stelle) lo hanno spinto ad anticipare i tempi ed evitare una sconfitta con l'argomento che avrebbe messo in pericolo il suo reincarico. Il problema è che adesso le dimissioni ci sono ma il nuovo incarico è sempre in pericolo. E per un motivo ben preciso.  

Perché Conte rischia di entrare Papa nel conclave e uscirne cardinale 

Ovvero quello che è stato spiegato nei giorni scorsi dai giornali con il famoso proverbio "Chi entra papa in conclave, ne esce cardinale". Che Oltretevere sta lì per sintetizzare come spesso i favoriti per l'ascesa al soglio pontificio finiscano per non essere eletti. Nella fattispecie, già a partire da giovedì, quando si apriranno le consultazioni, alcuni dei partiti che fino a oggi hanno sostenuto il terzo incarico per l'Avvocato del Popolo potrebbero, nel segreto delle stanze del Quirinale, cambiare idea. O prospettare al presidente della Repubblica una soluzione alternativa.

Potrebbero farlo perché nel frattempo gli altri gruppi che a parole hanno sostenuto l'idea delle dimissioni e del nuovo incarico o hanno detto che non è un problema di nomi ma di cose da fare, hanno nel frattempo cambiato idea. Oppure potrebbero farlo perché l'alternativa più probabile (un governo con il centrodestra o le elezioni) gli fa paura più del non mantenere la parola data. Oppure ancora potrebbero farlo perché questa era la loro idea fin dall'inizio: far fuori Conte per cambiare l'inquilino di Palazzo Chigi fino al semestre bianco, poi eleggere il nuovo presidente della Repubblica e andare al voto. 

Ma questo non è lo scenario peggiore per il premier dimissionario. Perché, come ha ricordato oggi Marzio Breda sul Corriere della Sera, Mattarella potrebbe davvero, dopo le consultazioni con i partiti, conferire a Conte un mandato esplorativo per cercare una nuova maggioranza, esattamente come fece Giorgio Napolitano con Pier Luigi Bersani nel 2013. Ma Conte potrebbe nel frattempo fallire l'obiettivo scoprendo di essere diventato lui il problema che blocca la formazione di un nuovo governo. Per gli stessi motivi elencati sopra. A quel punto dovrebbe rimettere l'incarico nelle mani di Mattarella e per lui sarebbe finita. Nel senso che non potrebbe certo ottenerlo di nuovo.

Certo, potrebbe presentarsi alle prossime elezioni alla testa del suo partito o con il M5s o in coalizione con grillini e Pd. Ma intanto uscirebbe provvisoriamente di scena da sconfitto. E, a dispetto dei sondaggi che danno la sua popolarità molto alta, gli italiani odiano gli sconfitti. E così, mentre Conte ragiona intorno all'ipotesi di un governo di salvezza nazionale e spera di far uscire allo scoperto 12 o 15 responsabili, i retroscena raccontano che le strade da prendere sono diverse e un altro premier è possibile. Potrebbe essere una nuova figura espressione del MoVimento 5 Stelle o del Partito Democratico che rimetta insieme la maggioranza che reggeva Conte, Renzi compreso.

"Un altro premier è possibile"

A parole grillini e Dem hanno escluso finora l'ipotesi. Nei fatti la strada è percorribile. I nomi in campo sono tantissimi: Dario Franceschini (il preferito del senatore di Scandicci), Nicola Zingaretti, Roberto Gualtieri dalla parte del Pd; Stefano Patuanelli o addirittura Luigi Di Maio per il M5s. Oppure la preferenza potrebbe andare a un premier "terzo" come in effetti era lo stesso Conte all'epoca del patto tra Di Maio e Salvini. E qui la margherita ha petali infiniti da sfogliare. Altrimenti la via da battere potrebbe essere quella del governo tecnico. Il nome che circola più insistentemente è quello di Mario Draghi, ma Repubblica oggi ne fa anche altri: 

Larghe intese e mandato a termine. Una squadra che avrebbe al vertice l’ex presidente della Corte costituzionale Cartabia o più probabilmente un economista come Cottarelli o l’attuale Governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Una compagine di questo tipo dovrebbe portare alle elezioni anticipate a giugno.

La Stampa invece dice che a parole giurano tutti sostegno ma l’avvocato del popolo ora non si fida. Perché non può essere certo che le componenti parlamentari che gli hanno assicurato sostegno dopo le dimissioni in vista del varo del Conte-Ter mantengano la parola. In teoria il gruppo dovrebbe formarsi appena in tempo per partecipare alle consultazioni al Quirinale, dove dovrebbe garantire l'appoggio al Senato. Nella pratica, sostiene il quotidiano, anche Conte "è stato informato delle voci che circolano sulla mossa che avrebbe in serbo Renzi: chiedere a Luigi Di Maio di prendere in mano il governo". Se questo accadesse davvero la mossa del cavallo avrebbe l'effetto di mettere il M5s con le spalle al muro (l'alternativa sarebbe sostenere un loro uomo a Palazzo Chigi o andare al voto uscendone ridotti a un quarto) e di mandare lo stesso Conte in soffitta. O al ministero degli Esteri, in uno scambio di ruoli che sarebbe malvisto un po' ovunque. 

Intanto il Corriere scrive che fino a notte ieri sera Conte ha limato il suo appello europeista "al senso di responsabilità di tutto il Parlamento" e oggi, dopo le dimissioni,  lo lancerà, con un intervento davanti alle telecamere o nel corso di una conferenza stampa. Secondo il quotidiano la chiamata sarà rivolta a tutte le forze che hanno a cuore il destino dell'Italia per formare una legislatura costituente e promettere un pacchetto di riforme sulla legge elettorale e un Recovery Plan condiviso. L'obiettivo è quello di arrivare a 175 senatori raccogliendo ben 15 nomi sotto il simbolo del Maie per rendere inoffensivo Renzi anche in caso di rientro di Italia Viva nella maggioranza. Per lui questo sarebbe un lieto fine. Ma i bei finali esistono nei film, non in politica. Per questo adesso Conte ha paura. 

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