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Lunedì, 24 Gennaio 2022
Crisi economica

I redditi del sud Italia più bassi della Grecia che brucia

Studio del Censis sulla "Crisi sociale del Mezzogiorno": una famiglia su quattro è povera; 39 su 100 sono a rischio. E aumenta sempre di più il gap tra ricchi e persone in difficoltà economica.

In questi anni di crisi economica è cresciuto in maniera esponenziale il divario Nord-Sud e nel Mezzogiorno si sono allargate le distanze tra ricchi e poveri: una famiglia su quattro ha difficoltà ad affrontare anche le spese essenziali ed è quindi materialmente povera. A sostenerlo il rapporto Censis sulla 'Crisi sociale del Mezzogiorno'.

Calabria, Sicilia, Campania e Puglia registrano indici di diseguaglianza più elevati della media nazionale. Il 26% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno è materialmente povero - con difficoltà oggettive ad affrontare spese essenziali o impossibilitate a sostenere tali spese per mancanza di denaro - a fronte di unamedia nazionale del 15,7%. E nel Sud, prosegue il rapporto Censis, sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media nazionale del 24,6%.

Fra i grandi sistemi dell'eurozona "l'Italia è il Paese con le più rilevanti diseguaglianze territoriali". Se si confronta il reddito pro-capite delle tre regioni più ricche e più povere dei grandi Paesi dell'area dell'euro emerge che l'Italia ha il maggior numero di regioni con meno di 20.000 euro pro-capite: sono 7 rispetto alle 6 della Spagna, le 4 della Francia e una sola della Germania.

All'estremo opposto, la Germania ha 10 regioni con oltre 30.000 euro pro-capite, la Francia la sola Ile-de-France, mentre l'Italia ne ha 5 e la Spagna nessuna. Il Centro-Nord (31.124 euro di Pil per abitante) è vicino ai valori dei Paesi più ricchi come la Germania, dove il Pil pro-capite è di 31.703 euro. Mentre i livelli di reddito del Mezzogiorno sono inferiori a quelli della Grecia (17.957 euro il Sud, 18.454 euro la Grecia).

Operai Ilva in corteo

Ilva, operai in protesta

In questo quadro pesa come un macigno un sistema imprenditoriale "già fragile e diradato" che "è stato sottoposto negli ultimi anni a un processo di progressivo smantellamento, costellato da crisi d'impresa molto gravi come quelle dell'Ilva di Taranto e della Fiat di Termini Imerese". Tra il 2007 e il 2011 gli occupati nell'industria meridionale si sono ridotti del 15,5% (con una perdita di oltre 147.000 unità) a fronte di una flessione del 5,5% nel Centro-Nord. Oltre 7.600 imprese manifatturiere del Mezzogiorno (su un totale di 137.000 aziende) sono uscite dal mercato tra il 2009 e il 2012, con una flessione del 5,1% e punte superiori al 6% in Puglia e Campania.

Di riflesso si allargano le distanze sociali. Calabria, Sicilia, Campania e Puglia registrano indici di diseguaglianza più elevati della media nazionale. Il 26% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno è materialmente povero (cioè con difficoltà oggettive ad affrontare spese essenziali o impossibilitate a sostenere tali spese per mancanza di denaro) a fronte di una media nazionale del 15,7%. E nel Sud sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media nazionale del 24,6%.

Le cause? Molteplici. In primis "il persistere di meccanismi clientelari, di circuiti di potere impermeabili alla società civile e la diffusione di intermediazioni improprie nella gestione dei finanziamenti pubblici - spiega il Censis - contribuiscono ad alimentare ulteriormente le distanze sociali impedendo il dispiegarsi di normali processi di sviluppo".

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