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Sabato, 15 Giugno 2024
Trattativa Stato - Mafia / Roma

Morto Loris D'Ambrosio, collaboratore di Napolitano

Il Quirinale ha annunciato la scomparsa del "fedele servitore dello Stato". Fu tra i collaboratori di Falcone. D'Ambrosio era finito al centro della questione relativa alla Trattativa Stato-mafia. Il pool di Ingroia aveva intercettato le sue telefonate con l'ex ministro Mancino.

“Annuncio con animo sconvolto e con profondo dolore la repentina scomparsa del dott. Loris D’Ambrosio, prezioso collaboratore mio come già del mio predecessore”. Lo scrive in una nota il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano sottolineando che “è stato infaticabile e lealissimo servitore dello Stato”.

D'Ambrosio, 65 anni, è stato fino a poche settimane fa uno degli 'uomini oscuri' del Quirinale, un "fedele servitore dello Stato", come lo ha definito Napolitano nel comunicato di commiato al suo collabroatore.

Un uomo da 'dietro le quinte' fino al momento in cui sono uscite le intercettazioni tra D'Ambrosio e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino nell'ambito di quella che è nota come la 'Trattativa Stato - Mafia'.

Sono state proprio le telefonate tra D'Ambrosio e Mancino, intercettate casualmente dal pool di Antonio Ingroia, a far scoppiare lo scontro tra il Quirinale e i pm di Palermo.

Il consigliere, l’uomo che raccoglieva sfoghi e richieste dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, in una delle conversazioni intercettate dalla Dia ha riferito particolari mai rivelati ai magistrati che il 20 marzo scorso lo avevano interrogato come persona informata sui fatti. Perché lui, D’Ambrosio, fu tra i più stretti collaboratori di Giovanni Falcone.

Per questo motivo il 16 maggio, il sostituto procuratore Nino Di Matteo ha chiesto di risentirlo, sempre “come persona informata sui fatti”. Ma D'Ambrosio davanti ai magistrati è stato in silenzio.

L'INCHIESTA - Nicola Mancino, ex ministro dell'Interno tra il giugno del 1992 e l'aprile del 1994, sarebbe stato inserito tra gli indagati nell'inchiesta dei pm di Palermo sulla famosa "Trattativa Stato-Mafia". Mancino, incalzato dai pm che gli chiedono conto del suo comportamento nei mesi "delle stragi", prova a chiedere aiuto direttamente al Quirinale nella persona del consigliere giuridico Loris D'Ambrosio.

LE TELEFONATE MANCINO - D'AMBROSIO - E' il  marzo 2012 quando D'Ambrosio riferisce di aver parlato "con il Presidente e anche con Grasso", il procuratore nazionale antimafia.Tutti sembrano avere interesse che i 'big' della politica italiana non vengano coinvolti nel famoso "patto" cercato dallo Stato italiano con la mafia.

GLI INDAGATI - Nell'occhio del ciclone, con Mancino, ci sono Giovanni Conso, all'epoca ministro della Giustizia, accusato di false dichiarazioni mentre di "attentato a un corpo politico" si parla nei confronti di Calogero Mannino, ex ministro dell'Agricoltura, degli allora ufficiali dei Carabinieri Antonio Sburanni e Mario Mori, nonché al senatore Marcello Dell'Utri e ai boss Totò Riina e Bernardo Provenzano.

TRATTATIVA STATO-MAFIA - La famosa "trattativa" sarebbe stata - in questi casi ovviamente il condizionale è d'obbligo - una negoziazione che iniziò dopo l'attentato al giudice Falcone. In cambio della fine delle stragi, lo Stato avrebbe garantito un'attuazione delle misure detentive previste dal 41 bis: il famoso "carcere duro".

Una trattativa che, secondo le motivazioni della sentenza del processo a carico di Francesco Tagliavia, fu "assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia".

E proprio in quanto contrario a questa "trattativa", venne ucciso il giudice Borsellino. Quindi, stando alle rivelazioni di alcuni pentiti, tra i quali Spatuzza e Brusca, l'inizio del confronto tra Stato e mafia sarebbe da cercare proprio nei due mesi tra la bomba di Capaci e quella di via D'Amelio.

LE INTERCETTAZIONI - Oggi, le telefonate intercettate dalla Dia, racconterebbero del tentativo, se non di insabbiare l'inchiesta, di sottrarla ai pm di Palermo. Solo grazie all'intervento del procuratore nazionale Pietro Grasso, non sarà così. Ecco però alcuni stralci, ripresi dal quotidiano La Repubblica, delle intercettazioni tra l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino, e il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio.


D'Ambrosio (D): "Io ho parlato col Presidente e ho parlato anche con Grasso".

Mancino (M): "Sì". D: "Ma noi non vediamo molte... molti spazi purtroppo, perché non..., adesso probabilmente il Presidente parlerà con Grasso nuovamente... eh... vediamo un attimo anche di vedere con Esposito... (il procuratore generale della Cassazione, ndr)... qualche cosa... la vediamo insomma difficile la cosa, ecco...(...) Dopo aver parlato col Presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po'... lo vedrò nei prossimi giorni. Però, lui, lui proprio oggi dopo avergli parlato, mi ha detto: ma sai, io non posso intervenire. Capito, quindi, mi sembra orientato a non intervenire. Tant'è che il Presidente parlava di... come la Procura nazionale sta dentro la Procura generale, di vedere un secondo con Esposito".

M: "Ma io Esposito l'ho sempre ritenuto molto debole, non è forte".

D: "Però se ne sta andando fra un mese, quindi sa...".

M: "Ma figuriamoci, ma...".

D: "Però, ecco, questo è quello che vede il Presidente, adesso evitare il contrasto".

DOVE VOGLIONO ARRIVARE I PM - Mancino è agitato, si sfoga, per ora è solo un testimone nell'inchiesta ma ha paura di essere incriminato dai pm di Palermo per la trattativa fra Stato e mafia.

M: "Anche se... non so dove vogliono arrivare questi, che vogliono fare".

D: "Ma è chiaro che... che non si capisce ma non si capisce neanche più la trattativa se devo essere sincero. Io l'oggetto della trattativa mica l'ho capito, no... mi sfugge proprio completamente".

M: "Io personalmente ritengo di avere, diciamo, le mani pulite, la coscienza tranquilla (...) Uno che deve dire, quello che dice Martelli (l'ex ministro della Giustizia, ndr)? Ma Martelli non è fonte di verità".

D: "Certo, ma io comunque riparlerò con Grasso, perché il Presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so... francamente... lui è ancora orientato a non fare niente, questa è la verità".

M: "No, perché poi la mia preoccupazione è ritenere che dal confronto con Martelli... Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico un'implicazione diciamo sul piano processuale ".

D: "Ecco, insomma, noi ecco, parlando col Presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa...".

I RETROSCENA DELLA LETTERA - Come riporta La Repubblica, "le telefonate fra Mancino e D'Ambrosio cominciano il 25 novembre del 2011 e continuano fino al 5 aprile scorso. Il giorno prima - il 4 aprile - il segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra invia una lettera al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito chiedendogli informazioni "sul coordinamento delle inchieste fra le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze sulla trattativa". Il giorno dopo Mancino si preoccupa soprattutto che quella lettera resti segreta. E chiama ancora una volta D'Ambrosio".

M: "Io ho avuto questa lettera, ma siamo sicuri che non si diffonde notizia...".

D: "Se adesso ha pazienza, gliela leggo...".

M: "Sì".

D: "Io a lei ho dato una comunicazione meramente informativa, mentre Marra ha scritto al procuratore generale, ma dopo che io avevo avuto i miei contatti, anche con il nuovo procuratore generale".

M: "Ho capito".

D: "Accompagnando la sua nota dalla condivisione del Presidente (...) . Io ero dell'idea di non mandare nulla, poi Marra ha detto: ma mandiamo la lettera in cui ci limitiamo a dire che abbiamo trasmesso. Dico: guarda che così può essere interpretata anche come un voler scaricare su Mancino la responsabilità. (...) Per cui in realtà quello che adesso uscirà, se esce, esce la lettera del Presidente, esce la lettera di Marra a nome del Presidente. E cioè che gli dice: dovete coordinarvi. Tu Grasso, cioè, fai il lavoro tuo, ecco".

Ma alla fine Grasso bloccò tutto.

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