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Martedì, 30 Novembre 2021

Davvero ci spaventa più una pubblicità "sessista" di un pestaggio omofobo?

Ci eravamo rassegnati al fatto che il Parlamento non avesse votato il Ddl Zan perché non era la riforma ideale per difendere la comunità gay e transessuale dalle violenze e dall’odio. Si poteva migliorare. Diversi partiti avevano espresso delle riserve su alcuni punti. In particolare ricordiamo gli articoli 1, 4 e 7. Soprattutto l’uno aveva fatto rumore. Era quello in cui venivano ricapitolate le definizioni che avrebbero dovuto chiarire il resto del documento. Invece avevano fatto imbestialire alcune femministe e portato Italia Viva a sollevare dubbi sull’utilità di quell’articolo. Addirittura l’onorevole Lucia Annibali, in un’intervista a Today, aveva ammesso come quel testo fosse sì passato alla Camera ma, nella loro idea, solo per poterlo poi modificare in Senato. Tutto perché il concetto di identità di genere divideva. E allora va bene: via il Ddl Zan, ricominciamo daccapo e mettiamo da parte il concetto di identità di genere per lascialo alla libera interpretazione dei giudici.

Lo capiamo, ci fidiamo di chi governa e accettiamo il voto dei nostri rappresentanti parlamentari. Proviamo anche a tenere salda la nostra credibilità nei confronti della politica. Quantomeno uno ci prova. Ma poi arriva sempre una dichiarazione, una smentita, un comportamento capace di trasformare una posizione seria in una barzelletta. L’ultima è che lo stesso Senato che ieri ha stracciato la legge Zan, oggi ha votato in modo quasi compatto (190 voti favorevoli e 34 contrari) il Decreto legge Infrastrutture nel quale, c’è da non crederci, si parla di identità di genere.

Il comma 4 bis sull'articolo 1 (introdotto con un emendamento approvato alla Camera) stabilisce che:

“è vietata sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell'appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all'orientamento sessuale, all'identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”.

E dovremmo credere che il concetto di identità di genere fosse un problema giuridico? No, è l’ennesima presa in giro. Sono riusciti a far arrabbiare tutti. Sono arrabbiati i sostenitori del Ddl Zan, che vedono in queste poche righe una presa per i fondelli da parte di chi ieri aveva pontificato sulla “discriminazione delle terminologie” e oggi vota una legge con quella dicitura in mezzo secondo.

Sono infuriate le associazioni Pro Life che, per bocca di Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, gridano al bavaglio: “Da oggi avremo sulla nostra testa la scure della censura e del bavaglio sui temi quali il gender, l’ideologia Lgbt e l’identità di genere. La discriminazione voluta dal Ddl Zan alla fine è diventata realtà, semplicemente sotto falso nome”.

Ma c’è da arrabbiarsi anche per un’altra cosa. Indipendentemente dal merito della questione, siamo di fronte all’ennesima ipocrisia della politica, che un giorno dice una cosa e il domani fa tutto il contrario di quanto dichiarato il giorno prima. Non abituiamoci a questo e prendiamo consapevolezza di una cosa. Questa ennesima figuraccia è la prova che a nessuno interessava il Ddl Zan. Era solo il terreno perfetto per lo scontro tra partiti. La posta in gioco? Il consenso. E vincono tutti: Salvini che in Senato ha salvato la Patria da una “legge inutile” e il Pd che nei sondaggi vola. Ma è deprimente dover ammettere che i partiti hanno litigato su una legge che fosse da deterrente per i crimini d’odio, mentre è stato unito nel creare un divieto alle pubblicità. Davvero ci spaventa di più uno spot elettorale che un pestaggio?

Alla fine chi ci rimette sono i milioni di gay e trans che chiedevano un po’ di giustizia di fronte a denigrazioni e pestaggi, ma potranno consolarsi con questo Dl, che proteggerà i loro fragili occhi da qualche cartellone pubblicitario un po’ troppo politicamente scorretto.

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