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Martedì, 28 Maggio 2024

Charlotte Matteini

Opinionista

Di Maio, da piromane a pompiere è un attimo

Sullo sfondo della crisi di governo più grottesca della storia della Repubblica rimane l’Harvey Dent della politica italiana, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Se si potesse riassumere in una sola frase l’epopea politica dell’ex capo politico del Movimento 5 Stelle, autore di una delle numerose scissioni che si sono avvicendate nel corso di questa legislatura ormai agli sgoccioli, la prenderei sicuramente in prestito da Rino Gaetano: “Partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri”.  

Come quella di Picasso, anche la carriera politica dell’ex vicepresidente della Camera si può dividere in netti periodi politici differenti: c’era una volta il Di Maio di lotta, ora esiste solo quello di Governo. Non è rimasto più nulla di quel ragazzo di nemmeno 30 anni divenuto deputato nel 2013 con il Movimento 5 Stelle che si è fatto conoscere nel giro di pochissimi mesi da tutta Italia a suo di bordate politiche e gaffe. Non è rimasto più nulla di quel movimentista che combatteva insieme al sodale Alessandro Di Battista delle battaglie di principio con aplomb ben poco istituzionale.  

Non è rimasto più nulla di quel Luigi Di Maio che chiedeva sguaiatamente l’impeachment del presidente Mattarella, di quello che criticava a distanza l’allora presidente della Bce Mario Draghi - proprio quello stesso Mario Draghi che oggi sostiene convintamente e guarda con occhi pieni di ammirazione dai banchi del Governo.

Una metamorfosi che ha preso il via nel 2018 quando, contro ogni caposaldo del Movimento 5 Stelle che all’epoca guidava in qualità di capo politico, decise di formare un governo con l’arci-nemico Matteo Salvini della Lega. Una deriva che ha trascinato Luigi Di Maio nelle ancor più pericolose sabbie mobili del democristianesimo in piena regola portandolo a formare un governo con gli odiatissimi Partito Democratico e Matteo Renzi. Come se non bastasse, all’inizio del 2021, è accaduto qualcosa che avrebbe fatto accapponare la pelle al vecchio Di Maio del 2013: ministro in un esecutivo con all’interno perfino Belzebù, Forza Italia, seduto tra Maria Stella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna.  

Da incendiario a perfetto pompiere, nel giro di pochissimi anni, Luigi Di Maio ha imparato l’arte del compromesso istituzionale diventandone uno dei principali interpreti, arrivando a imitare e forse surclassare il tanto vituperato Matteo Renzi con una scissione degna del miglior gioco di palazzo. Proprio lui, quello che nel 2017 si scagliava contro i continui cambi di casacche, quello che voleva l’introduzione del vincolo di mandato, quello che dichiarava: “Su di noi abbiamo applicato una regola chiara: chi cambia partito tradisce gli elettori, e quindi deve rimborsare il M5s”E sempre lui, Di Maio, ha guidato per anni il Movimento 5 Stelle con piglio a tratti personalistico e a tratti democristiano abdicando a praticamente tutte le battaglie distintive che avevano portato M5S a raccogliere decine di milioni di voti in tutto il Paese, trascinando il partito nel baratro di una crisi di consensi di fatto irreparabile. 

E’ bastato poco a Luigi Di Maio per passare da incendiario a pompiere. E’ stato sufficiente scavalcare le barricate dell’opposizione, andare a sedersi nei più comodi banchi del Governo di unità nazionale per accantonare tutti i sogni di rivoluzione che l’avevano portato a diventare l’immagine pubblica di quel vecchio Movimento 5 Stelle che nacque da un vaffanculo.  

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