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Lunedì, 6 Dicembre 2021
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Primarie Pd, confronto Sky: vince Civati, bene Cuperlo, Renzi fa già il segretario | LE PAGELLE

Civati all'attacco: "Dobbiamo cambiare la legge elettorale e tornare al voto nella primavera 2014". Sì deciso di Cuperlo alla patrimoniale. Renzi da la "sufficienza" al governo Letta e non morde, amministra

Milano, studi Sky, X Factor Arena. Primarie del Pd. Cuperlo, Renzi, Civati. Cuperlo alla sinistra del teleschermo, Civati a destra, Renzi al centro. A nove giorni dal voto – domenica 8 dicembre, per l’Immacolata – I tre candidati alla segreteria, vestiti blu scuro (praticamente cambiavano solo le cravatte; un po’ strettino il modello del rottamatore; viola cazzotto nei denti la cravatta di ‘Pippo’), si sono sfidati nel primo e unico confronto televisivo. Lì, sullo stesso palco dove aspiranti cantanti cercano fama e gloria. Più che grandezza. Che a vederla bene è un po’ come nella politica che, scordatasi dell’utopia e dell’orizzonte, parla per numeri, fa della prassi il verbo e si è accontentata a dir la sua in un mondo totalmente amministrato. Così, un po’ modaiola, un po’ 2.0, dopo un annetto dal confronto per le primarie che ebbero a sancire la vittoria di Bersani alla guida del centrosinistra nelle politiche dello scorso febbraio, la sinistra dell’immediato futuro si è sottoposta alla prova americana (con il podio americano) negli studi di Keith Rupert Dylan Murdoch.

E dei tre, chi ha vinto? Eccovi servito il pagellone.

Civati-4CIVATI VOTO 7 – Le primarie le vince Renzi, è sicuro. Questa sera, tuttavia, ha vinto Giuseppe – Pippo – Civati. Con distacco. Non aveva nulla da perdere e non ha giocato di rimessa. Anzi. Ha attaccato dalla prima all’ultima risposta. Oddio, proprio fino all’ultimo, no. L’appello finale, con quel richiamo al partito dei giovani, da restituire alle nuove generazioni, è parso un po’ banale e gli è venuto maluccio. Ma questo è l’unico neo. Per il resto è andato come un treno. E gli indugi li ha rotti subito. Prima domanda del giornalista-conduttore Gianluca Semprini: “Cosa chiederà al governo Letta il 9 dicembre qualora diventasse segretario del Pd?”. Civati: “Dobbiamo cambiare la legge elettorale, farlo immediatamente. E poi dobbiamo tornare al voto, nella primavera 2014, per creare un governo politico senza ricatti. Dobbiamo trovare l’orgoglio di chi non ha paura del confronto elettorale”. Con tanto di ritorno al ‘Mattarellum’ “perfettibile” (e ci scappa anche la frecciata: “Sulle riforme, da due anni Quagliariello e Violante stanno scrivendo le bozze. Secondo me ormai tra i due c’è del tenero”) e alleanza con Sel. E ancora, sulle unioni civili, coppie di fatto, questione gay, figli e adozioni: “Io sono per l’assoluta uguaglianza, per i matrimoni ugualitari. Non voglio reticenze, né imbarazzi. Sono favorevole anche ad affidi e adozioni”. Altro che “Civil Partnership”, per dirla alla Renzi. Tanto che il sindaco di Firenze si arrabbia e lo rimprovera – “Con la parola matrimoni rischiamo di perdere il giro delle riforme, l’ennesimo – e gli tira le orecchie sulle facili certezze da campagna elettorale. E lui: “Non ho certezze, solo la laicità”. Insufficiente il giudizio su Letta, e sul Pd vecchia maniera, quello di Bersani, per intenderci: “Oggi c’è un Papa che telefona a casa e noi abbiamo un partito che non si fa mai sentire”. Ed infine, su Berlusconi, definitivamente caduto o ancora l’avversario più duro?: “Non è cambiato granché. Si presenterà di nuovo come fanno gli imprenditori dalle mie parti: ‘Berlusconi & figli’, ‘Berlusconi & eredi’”. Fatta la premessa, la battuta da applausi: “Noi facciamo le primarie, loro fanno le ‘ereditarie’”. E allargando il discorso alla partita di governo e domani quella elettorale: “Non mi fido di Alfano. Ha firmato tutto, compreso le leggi ad personam. Ora la ‘personam’ non c’è più ma loro dicono che sono cugini. E sono cugini di campagna. E la campagna è quella elettorale”. Che dire? Era l’outsider e sa che non vincerà. Ma non ha giocato da provinciale. Anzi ha giocato proprio come quelle squadre provinciali senza timore reverenziale, in quelle domeniche che riesce tutto, quando la palla gira che è un piacere e ci scappano un paio di gol a San Siro.

CUPERLO VOTO 6,5 – È partito maluccio. Un po’ troppo ingessato. Un po’ troppo accademico visto il format. E come tutti gli accademici imbrigliato nei secondi, nel minutaggio serrato che non gli bastava mai, in domande-temi troppo grandi per chi non può fare a meno dell’analisi. Rischiando di perdere le conclusioni. In questa prima parte, rimarrà solo l’amore per la sua cagnetta e per la “vespa nera”. Pian piano, però, è entrato nel giochino, ha anche smesso di sforare il gong e di rincorrere il finale. E comincia a strappare applausi quando parla di lavoro: “Dalla crisi si esce puntando su una politica del lavoro. Un tema che va messo al primo posto” partendo da un nuovo paradigma: “Non è un problema di offerta ma di domanda”. Sui diritti e le unioni civili sposa la linea Civati e cita Jefferson: “Chi accende la sua candela con la mia riceve luce senza lasciarmi al buio”. Debole sulla spending review, considera più che sufficiente l’operato del governo Letta, anche se le critiche non mancano e gli chiede un cambio di passo. E tuttavia quando si parla di patrimoniale è il più deciso dei tre. Renzi dice sì, ma dopo che la politica ha dato il “buon esempio”. Anche Civati è d’accordo, ma dopo “l’anagrafe dei patrimoni”. Gianni Cuperlo, invece, qui spinge sull’acceleratore: “Vedo che i miei avversari sono piuttosto prudenti su questo tema. La mia risposta invece è un netto si, è giusto avere una patrimoniale in un Paese che soffre come l’Italia. Non per colpire la ricchezza ma per redistribuirla”. Poi il delfino di D’Alema, quando si parla di riforme istituzionali, picchia deciso contro Renzi: “Hai proposto la legge elettorale sul modello del ‘sindaco d'Italia’. Come segretario mi impegnerei con tutte le mie energie per impedire derive presidenzialiste. Ma tu Matteo sei in grado di impegnarti su questo fronte?” Punto sul vivo, arriva la risposta di Renzi: “La mia non è una proposta costituzionale, può diventarlo ma non sono affezionato al modello. Non mi mettere in bocca parole che non sono le mie ma tue”. È l’unico sussulto tra i tre, e lo provoca Cuperlo. Si riaddormenta un po’, ma nel finale sale in cattedra. Prima inserendo nel suo Pantheon Enrico Berlinguer e Rosa Parks, poi, nell’appello conclusivo, cita Calvino e la “profezia della sinistra”, senza non c’è cambiamento.

RENZI VOTO 5 – Il sindaco non strappa la sufficienza. All’X Factor Arena, prima della sigla iniziale, era dato per l’assoluto favorito. Intendiamoci, la tv è il suo pane e Renzi non avrebbe deluso, se fosse stato alla prima. Tuttavia, alla fine, è stato il solito Renzi. Quello che gli italiani sono abituati a vedere ovunque. Che si muove con scioltezza, a favore di telecamere, con mani e braccia che accompagnano il discorso e sembrano entrare nei salotti della case degli italiani. Il solito, ma stavolta un po’ più sulle sue. Più contenuto, senza mordere. Lo scorso anno,  quando nello stesso studio si presentò con Bersani, Vendola, Puppato e Tabacci, sbranò gli avversari e sbaragliò la concorrenza. Lo scorso anno doveva inseguire e teneva la mano sempre sull’impugnatura della mazza chiodata. Questa sera, Renzi, la mano l’ha messa sul freno a mano. Ha fatto l’Alain Prost della situazione, che ha vinto quattro mondiali di Formula 1, ma da ‘professore’. Di conserva, vincendo molto ma spesso aspettando gli errori degli altri. Gli appassionati di lui si ricordano la costanza, anzi la costanza nella velocità uguale a se stessa. Ma non i sorpassi e i lampi, gli spazi di follia, di Gilles Villeneuve; che ha vinto tutto (solo la morte l’ha battuto) senza vincere quasi niente in pista. Ecco questa sera, a due metri dalle urne, Renzi si è dimenticato la sua tempra alla Villeneuve. Perché? Perché ragiona già da segretario. Si muove da statista, da numero uno del più grande partito italiano. Con tutte le responsabilità e il peso che il ruolo esige. Quindi non c’è da sorprendersi se promuove, anche se con una “sufficienza”, il governo Letta. E non c’è da meravigliarsi quando ha in un certo senso ribadito la fedeltà a Letta e Napolitano: “Non voglio il posto di Letta. A me piace tirare i rigori, tirare in porta e fare gol. Ma se un compagno è solo davanti alla porta preferisco fare un assist. Perché l’idea vera è che solo giocando insieme si vince lo scudetto”. In tutto questo non sono mancati sprazzi da rottamatore prima maniera. Sull’Europa, calcando un po’ di vento grillino e per ultimo berlusconiano: “Dobbiamo mettere in discussione il trattato di Maastricht, dico no all’Europa dei ragionieri, che di fronte al disastro di Lampedusa si è girata dall’altra parte”; sulle privatizzazioni alla Telecom e all’Alitalia; sulla spending review che “si fa mettendo online ogni singola spesa, non facendo i professoroni coi numerini”. E tuttavia, in un ora e mezzo di confronto, non ha mai dimenticato il profilo istituzionale. Lo scorso anno fece di tutto per non mostrare solo la sua vocazione da ‘rottamatore incallito’, a dir che era anche altro. Arrivato a prendersi l’ufficio al Nazareno, ha abbandonato le grida del ‘loggione’ (della Scala). Tra Villeneuve e Prost, ha scelto la lezione del ‘professore’ francese.

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