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Martedì, 7 Dicembre 2021
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Primarie Pd, Renzi parla già da segretario

Nel confronto con Civati e Cuperlo Matteo Renzi ha fatto ‘solo’ il segretario, non proprio vecchio stile ma quasi. Istituzionale, ha dato qualche picconata su privatizzazioni, Europa, spending review e legge elettorale

Lo scorso anno, di questi tempi, il Pd viaggiava su numeri da record. C’erano di mezzo le primarie per la leadership del centro-sinistra, la sfida a cinque e poi il testa a testa Renzi – Bersani. Fatti i confronti televisivi, le polemiche aspre, montati e smontati i gazebo, Bersani, da trionfatore del derby tutto in famiglia, era sicuro (lo dicevano i sondaggi, lo dicevano tutti) di vincere. C’era solo da capire come sarebbe andata in Lombardia, l’Ohio delle politiche dello scorso febbraio. Al massimo si trattava di fare un accordicchio con Monti. Ma il grosso era fatto.

E invece… Erano le 16 del 25 febbraio quando, all’uscita dei primi verdetti verosimili, a Largo del Nazareno si profilò all’orizzonte l’ingresso del tunnel. La porta dell’incubo, quel “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto”. Da lì il tentativo fallito di Bersani e la sua idea del governo di minoranza; da lì, la stroncatura di Marini alla presidenza della Repubblica; da lì, i 101 franchi tiratori che impallinarono Prodi proprio quando il Quirinale era ad un metro. Da lì, un partito frantumato e le inevitabili dimissioni di Pierluigi Bersani.

Un anno dopo il Pd è tornato lì, dove ha cominciato a perdere: le primarie. E la questione è sempre la stessa, le elezioni. Con un paio di nota bene belli grossi. Il primo, lo scorso anno si sceglieva il candidato premier: oggi, dopo 12 mesi, a Palazzo Chigi c’è un governo guidato dall’ex numero due del Pd (per altro la prima volta per uno dei ‘dem’). Secondo, banale ma fondamentale: non sono previste elezioni, non si tratta, come lo scorso anno, della scadenza naturale del Parlamento e quindi del Governo. Per questo, e sta qui il fondamentale, se si parla di elezioni ora il concetto va necessariamente completato con l’aggettivo ‘anticipate’.

Ma perché le elezioni anticipate ora che Letta, decaduto Berlusconi e con Forza Italia all’opposizione può finalmente lavorare a mani libere, senza azionisti di rifermento? Per via delle primarie, ma soprattutto per via del fatto ineludibile che, da questa consultazione interna ma aperta a tutti (che per alcuni è una contraddizione in termini, per altri il simbolo di una nuova democrazia partecipativa), Matteo Renzi si prenderà il Partito democratico. Era il punto e il pericolo numero uno lo scorso anno. È sempre il punto, ma tra nove giorni lo sarà da segretario. Fatta la premessa, via al dibattito circolare, perché sempre uguale: appena Renzi si prenderà il partito farà le scarpe a Letta, all’amico pisano. Voce e scenario tanto chiacchierato da sembrar vero, tanto che alla fine sembrava averci creduto anche Renzi: “Caduto Berlusconi, con Forza Italia all’opposizione, il Pd deve essere il faro dell’agenda di governo. Deve fare quel che dice il partito. Perché è maggioranza nella maggioranza, gli altri sono partitini. Così o altrimenti ci arrabbiamo. Così o….finish”.

“Finish”, parola che il sindaco di Firenze ha rimarcato ovunque. Fino a ieri sera. Fino a quando, non è salito, assieme a Cuperlo e Civati, sul palco dell’X Factor Arena. Poi, dopo le presentazioni di rito e i sorrisi,  ha fatto il bravo? No, ha fatto ‘solo’ il segretario, non proprio vecchio stile ma quasi. Istituzionale, ha dato qualche picconata su privatizzazioni, Europa, spending review e legge elettorale. Ma il grosso della polemica – dal sì deciso alla patrimoniale al richiamo forte per le politiche del lavoro di Cuperlo, la richiesta di elezioni anticipate di Civati (primavera 2014) – l’ha fatto fare a gli altri.

Addirittura è arrivato a dare la “sufficienza” al Governo Letta, e si è detto pronto – benché sia uno che a cui piace parecchio tirare rigori e far gol – a servire l’assist vincente al premier, “perché il campionato si vince se giochiamo di squadra”.

Ecco, da ieri sera per Renzi è arrivato il momento di fare il segretario del partito numericamente più importante del Paese. Il ‘rottamatore’ ma, dopo la prima versione, quelli del cerchio magico duri e puri, dopo la volta degli ex, di quelli della seconda generazione ed infine dopo i pentiti alla Franceschini, calato, per forza di cose nei panni del ‘rottamatore’ istituzionale. A cui, spesso, così per fare un nome a caso, telefona direttamente Napolitano, il principale parafulmine dell’esecutivo Letta.

Il tutto con un piccolo particolare: Renzi va di minacce alla “finish”. Poco dopo parla Alfano e, da vicepremier, leader del Nuovo centrodestra, tira fuori il “quid”. E gli aut-aut, i suoi: “Abbiamo i numeri per far vivere o morire il Governo”. A Renzi e al Pd la scelta, il ‘che fare’. Tradotto: Alfano, che si vuol piano piano prendere i moderati italiani non vuol passare alla storia come costola o salvacondotto della sinistra. Per questo, per non finire schiacciato nella morsa di sinistra, ha rimandato a dopo l’8 dicembre, dopo la fine delle primarie, la nuova piattaforma programmatica di Governo, l’accordo sui fondamentali per il 2014.

E lo stesso ha fatto quest’oggi Letta. Venuta fuori Forza Italia dalla maggioranza, Il Capo dello Stato ha proposto una nuova verifica sui numeri in Parlamento. Un segno di discontinuità con ciò che è stato, le larghe intese, e quello che sarà, un accordo Pd-moderati-centristi. E Letta ha accettato di buon grado: il governo ne uscirà più “forte”. Perché? Facile. La nuova fiducia arriverà dopo l’Immacolata, con Renzi che tratterà con Letta e Alfano i punti della nuova ricetta di Palazzo Chigi a cui sarà costretto a vincolarsi. In definitiva, ad oggi, davanti al sindaco di Firenze ci sono due strade: o il patto d’acciaio, di non belligeranza per almeno tutto il 2014 o la sfiducia. Renzi per adesso pare abbia scelto la via della prudenza.

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