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Martedì, 28 Maggio 2024

Charlotte Matteini

Opinionista

Draghi sta facendo davvero quello che ha promesso?

Nelle calde giornate estive in cui si sta consumando l’ennesima crisi di governo sarebbe interessante analizzare una delle cause che ha portato alla frattura all’interno della maggioranza. Al di là di motivazioni prettamente elettorali, la frattura tra le necessità del Paese, stretto nella morsa dell’ennesima crisi, e quella di una classe politica sempre più affine alle istanze di corporazioni lontane dal sentire comune, è di fatto arrivata a un punto di non ritorno.  

A distanza di ormai due anni e mezzo dall’esordio della pandemia da coronavirus, proprio nel momento in cui si sperava in una timidissima ripresa, a spostare ulteriormente gli equilibri sono arrivati una serie di eventi che mostreranno concrete ripercussioni economiche tra qualche mese: la guerra in Ucraina e la conseguente crisi del gas, l’inflazione galoppante che sta erodendo gli stipendi, già molto bassi rispetto alla media europea, e i risparmi dei cittadini italiani e non ultimo gli effetti del cambiamento climatico che sta di fatto mettendo in ginocchio gli operatori del settore agroalimentare. Tutti elementi che rischiano di trascinare il Paese nell’ennesima fase di pesante recessione rendendo il prossimo autunno molto caldo dal punto di vista sociale.  

"A seguito di questo nostro documento, ieri il presidente Draghi ha convocato a Chigi un tavolo con le parti sociali, con i sindacati per affrontare proprio alcune delle questioni più urgenti che noi abbiamo indicato: precariato, salario minimo, un piano straordinario di sostegni a famiglie e imprese", ha dichiarato Giuseppe Conte in conferenza stampa, annunciando che M5S non avrebbe votato il Dl Aiuti in Senato. La linea dettata dall’ex presidente del Consiglio, però, non è così lontana negli intenti da quella che due anni e mezzo fa, nel bel mezzo del primo lockdown di marzo 2020, aveva proposto proprio Mario Draghi, allora in qualità di ex presidente della Bce. 

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“È inevitabile una profonda recessione”, scriveva Draghi in un lunghissimo intervento pubblicato dal Financial Times nel marzo 2020, aggiungendo: “Il ruolo dello Stato è proprio quello di usare il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto durante le emergenze nazionali”. 

La linea dell’ex presidente della Bce era molto chiara e poneva gli Stati europei di fronte a un cambio di paradigma, mettendo in discussione quella che fino ad allora era stata la pietra angolare della politica economica di Bruxelles: l’austerità a tutti i costi. Nominato presidente del Consiglio, però, Mario Draghi si è trovato a dover sottostare alle richieste di quello o di quell’altro partito che compongono questa astrusa maggioranza di governo d’unità nazionale, di fatto non mettendo in pista nessuna delle grandi riforme di cui questo Paese necessita. 

La domanda è: dov’è finito quel Mario Draghi che, andando controcorrente, aveva tracciato la via per una sorta di nuovo New Deal considerandolo necessario per la ripresa economica? Perché gli unici provvedimenti approvati in questi ultimi mesi sono solamente bonus una tantum assolutamente inutili per fronteggiare la crisi che verrà? Perché non c’è volontà di lavorare a riforme strutturali che possano modificare le prospettive di futuro di quei cittadini che da anni sopravvivono stritolati dal precariato, privati anche solo della possibilità di immaginare un futuro diverso e migliore, fatto di opportunità e non solamente di costrizioni economiche? La vera domanda che ci si dovrebbe porre in questo momento rispetto al governo Draghi è una e una sola: che cosa è disposto a fare per attutire realmente i disastri che questa ennesima crisi produrrà, per proteggere giovani, famiglie, cittadini? Se una risposta a queste domande esiste ed è concreta, allora continui nella sua azione fino a scadenza naturale della legislatura. Ma se non ce l’ha, allora è davvero il salvatore di cui pensiamo di aver disperatamente bisogno? O forse avremmo solamente bisogno di una classe politica meno inadeguata e più cosciente dei problemi e delle esigenze di chi vive ogni giorno il Paese reale? 

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