Lunedì, 12 Aprile 2021

McKinsey, Draghi e il Recovery Plan: cosa c'è che non va nel contratto da 25mila euro del Mef per il PNRR

Tutta la storia dell'accordo tra la società di consulenza e l'esecutivo. Chi è McKinsey e perché ha accettato un compenso così basso per lavorare al Recovery Plan? Dietro c'è un'opportunità da non perdere: la società di consulenza spesso coinvolta in scandali potrebbe approfittare dell'accesso alle informazioni riservate in futuro

Cos'è questa storia della società di consulenza McKinsey e del governo Draghi che le affida un incarico da 25mila euro per lavorare al Recovery Plan? E cosa c'è che non va nella decisione del ministero dell'Economia di avvalersi di una delle più prestigiose società di consulenza per finire il lavoro sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)? Formalmente è tutto corretto e va sottolineato che anche l'esecutivo Conte e altri governi si sono avvalsi delle capacità di McKinsey e dei suoi concorrenti in questi anni. Ma è il prezzo della consulenza a far capire che i piani del contractor potrebbero essere diversi rispetto a quelli dell'incarico conferito senza gara da via XX Settembre. E questo potrebbe costituire in futuro un problema per gli interessi nazionali. Vediamo perché. 

McKinsey: cos'è la società di consulenza al lavoro sul Recovery Plan di Draghi

La storia comincia quando venerdì su Radio Popolare Andrea Di Stefano, direttore del mensile Valori, racconta che gli esperti di McKinsey e quelli di un'altra società di consulenza sono al lavoro sui dossier del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e si presentano alle riunioni del ministero. Radio Popolare definiva la società di consulenza “una specie di governo parallelo” e “una sorta di laboratorio del neo liberismo e il suo braccio operativo”.

Le sue consulenze spaziano in molti campi dell’economia e della gestione delle risorse e sfociano poi, di fatto, in scelte politiche. Un esempio: quando era alla Casa Bianca, Trump la chiamò per ottimizzare le espulsioni dei migranti.

La radio raccontava poi della multa milionaria pagata alle autorità americane per il suo ruolo nello scandalo degli oppiacei: aveva consigliato alle industrie farmaceutiche una campagna molto aggressiva di vendita di prodotti rivelatisi poi dannosi per la salute. Il rapporto con il governo italiano passa attraverso il ministro per l’innovazione tecnologica Vittorio Colao, un McKinsey Boy, essendo cresciuto nella società prima di diventare un manager di successo. Colao ha già usufruito delle consulenze di McKinsey quando era a capo della commissione istituita dal governo Conte per la fase 2 della pandemia, commissione il cui lavoro poi venne messo da parte dall’allora premier, suscitando l’ira di Colao. Il consigliere economico principale del governo Renzi era Yoram Gutgeld, manager con diversi anni d’esperienza proprio in McKinsey.

La notizia viene ripresa il giorno dopo dal Fatto Quotidiano e da Repubblica. Curiosamente, il giornale di Molinari la relega nelle pagine dell'economia. Il Fatto apre invece con i “consulenti privati sul Recovery” di Draghi e comincia ricordando che nei giorni scorsi si era scritto che Mario Draghi avrebbe scritto da solo, o al massimo con il ministro dell'Economia Daniele Franco, il PNRR che deve stabilire come spendere i 209 miliardi del piano europeo entro il 2026. Secondo quanto scriveva Carlo Di Foggia ci sono però anche altri colossi del settore della consulenza al lavoro sul Recovery Plan e, soprattutto, che alcune sono state coinvolte anche durante il governo Conte (tra l'altro sul Decreto Ristori):

Con la Pa, specie coi ministeri già lavorano le big four contabili (Kpmg, Deloitte, E&Y, Pwc) ma anche quelle della consulenza (Bain & Company e Boston Consulting). Nella prima versione del Piano, quella redatta ai tempi del governo Conte nella cabina di regia a Palazzo Chigi coordinata dal Comitato per gli affari europei (Ciae), qualcuna è stata già coinvolta (per esempio Kpmg e Pwc nelle schede di progetto della parte Sanità).

Si trattava di una fase di lavoro bottom up (dal basso verso l’alto). McKinsey deve fornire analisi dei dati e di impatto sull'occupazione e sul prodotto interno lordo dei progetti del Recovery Plan e confrontare il piano italiano con quello degli altri paesi europei. Dall’analisi di questi dati, dice il Fatto, può dipendere la scelta politica. L'articolo di Repubblica fa sapere che il contratto tra la società e il ministero dell'Economia guidato da Daniele Franco è stato firmato nei giorni scorsi per accelerare la riscrittura del piano italiano e colmare i ritardi accumulati nei mesi scorsi. E aggiunge che “dalla consulenza McKinsey dovrebbe ricevere soltanto una sorta di rimborso spese. Ma i ritorni per la multinazionale potrebbero esserci a valle dell’operazione, quando bisognerà mettere a terra tutti i progetti approvati”.

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Il contratto di McKinsey con il Mef: 25mila euro per la consulenza sul Pnrr

A questo punto il caso McKinsey è scoppiato. Sinistra Italiana con Nicola Fratoianni, l'ex ministro Fabrizio Barca e il Partito Democratico con Francesco Boccia chiedono di chiarire al ministero e parlano di “notizie gravi”. Fratelli d'Italia promette un'interrogazione mentre Carlo Calenda parla di polemiche inutili visto che la guida rimane ai ministeri mentre la Lega di Salvini si tiene lontana dalla polemica. Allora interviene il Mef con un comunicato pubblicato sul suo sito in cui il ministero puntualizza che “la governance del PNRR italiano è in capo alle Amministrazioni competenti e alle strutture del MEF che si avvalgono di personale interno degli uffici” e quindi che McKinsey non è coinvolta nella definizione dei progetti, i cui aspetti decisionali “restano unicamente in mano alle pubbliche amministrazioni coinvolte e competenti per materia”. McKinsey però, alla fine ammette via XX Settembre, lavora “all’elaborazione di uno studio sui piani nazionali “Next Generation” già predisposti dagli altri paesi dell’Unione Europea e un supporto tecnico-operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano”. Il contratto - fa sapere Daniele Franco - “ha un valore di 25mila euro +IVA ed è stato affidato ai sensi dell’art. 36, comma 2, del Codice degli Appalti, ovvero dei cosiddetti contratti diretti “sotto soglia””. Quindi, senza gara e senza consultare concorrenti.

In pratica tutto è confermato, compreso l'esiguo compenso e la possibilità di trarre vantaggi da parte della società di consulenza in futuro dal lavoro svolto nell'occasione. Della decisione di Franco (e di Draghi, evidentemente) non erano stati informati i leader di partito né gli altri ministri. Sul web intanto circola il rapporto della Corte dei Conti sul ruolo delle società di consulenza nelle privatizzazioni quando Draghi era direttore generale del Tesoro. A pagina 60 si legge della tendenza dei comitati per la governance ad avallare i pareri delle società di consulenza, “senza svolgere la funzione d'indirizzo che il quadro normativo gli attribuisce”. La Corte parla anche di una “cerchia ristretta” per gli advisor coinvolti nei progetti tecnici che riguardavano società come Telecom ed Enel. Nel dossier della Corte si ricorda che i consulenti o contractors vennero chiamati per gestire le privatizzazioni tra il 1994 e il 2008: 32 società sono state chiamate con vari ruoli per un totale di 163 incarichi. Scrive ancora il Fatto: 

Una lista che comprendeva i colossi del settore (Deloitte, Kpmg, E&y), ma anche società specializzate e numerose banche italiane ed estere, compresi i gruppi Usa Rotschild, Morgan Stanley e Goldman Sachs (che poi hanno aperto le porte ai dirigenti del Tesoro, lo stesso Draghi è finito poi in Goldman uscito dal ministero).

Complessivamente lo Stato ha speso per incarichi ai consulenti 2,2 miliardi di euro, quasi il 2% di quanto incassato dalle privatizzazioni (120 miliardi). Non solo, perché al lavoro sul piano ci sono anche Ernst & Young, Pwc e Accenture mentre le altre società come Kpmg e Deloitte lavorano già con ministeri e pubblica amministrazione.

Draghi e McKinsey: cos'è questa storia del Recovery Plan e della società di consulenza

La multinazionale di consulenza strategica McKinsey ha sede a Chicago, è stata fondata quasi cent'anni fa, e conta ora più di 9mila consulenti dislocati su 98 sedi in 57 Paesi. Oltre ai rapporti con l'Arabia Saudita di Bin Salman si è raccontata anche la storia dei 573 milioni di danni pagati agli stati americani perché la società di consulenza ha suggerito modi per “potenziare” le vendite dell'antidolorifico OxyContin di Purdue in un momento in cui il mercato legale per i farmaci a base di oppioidi si stava restringendo a causa di un'ondata di pubblicità negativa durante la crisi degli oppioidi in America, ovvero la strage silenziosa che dalla fine degli anni ’90 ad oggi ha provocato oltre 400mila decessi per overdose di antidolorifici, eroina e fentanyl, un potente analgesico oppioide sintetico. Secondo le accuse, il gigante della consulenza strategica è responsabile di aver aiutato le case farmaceutiche produttrici a “sovralimentare” le vendite di oppioidi, contribuendo così all’overdose di decine di migliaia di persone.

Ma nell'occasione, come ha spiegato Mario Seminerio su Phastidio, la consulenza chiesta a McKinsey dal ministero dell'Economia per il Recovery Plan non è nulla di strano per un governo che vuole presentare alla Commissione Europea un piano corretto e in linea con quello degli altri paesi e che vuole avere un benchmarking che gli permetta di considerare i pro e i contro di ogni scelta strategica. Però, aggiunge Stefano Feltri su Domani, i 25mila euro di spesa permettono al ministero dell'Economia di affidare il contratto senza alcuna gara a evidenza pubblica.

Il Tesoro si richiama all’articolo 36 comma 2 del codice degli appalti relativo ai contratti “sotto soglia”. Quella cifra irrisoria, 25mila euro, garantisce l’assenza di trasparenza: il ministero non deve neppure comunicare se ha preso in considerazione offerte concorrenti e non deve giustificare la decisione. 

Feltri ricorda che non appena è scoppiata la pandemia McKinsey si è messa a disposizione del governo americano e ha spuntato un contratto da 12 milioni di dollari per l'assistenza completa nel management dell'emergenza, pur non avendo competenze specifiche in campo sanitario. La società di consulenza tagliato i prezzi delle attività anti-Covid-19, come quella di 27mila euro (prima costava 42mila) per il Leadership Counseling: un partner McKinsey che si dedica “part time” al cliente, più contenuti, grafici ricerche. In un'inchiesta dei mesi scorsi ProPublica ha scritto che McKinsey ha una seconda linea di ricavi per le sue attività con il settore pubblico: "L’azienda riesce a vendere i dati che ottiene da un progetto governativo ad altre agenzie. Costruisce un database centrale con lavori anonimizzati, così che i futuri team di consulenti possano usarli per cominciare progetti simili".

Tradotto: poiché non c’è un vero coordinamento tra i ministeri e i settori della pubblica amministrazione, quel servizio lo offre McKinsey. Ora entra al ministero dell’Economia per gestire il Recovery Plan, un domani potrà farsi assumere dal ministero dello Sviluppo per migliorare le sue interazioni con quello dell’Economia o dall’Anas o Autostrade per interagire meglio con quello delle Infrastrutture. Perché McKisney diventa l’unico soggetto ad avere sia la visione d’insieme che la conoscenza di dettaglio dei singoli progetti e dei funzionari che li gestiscono. 

McKinsey si avvantaggerà dall'accesso alle informazioni necessarie per il suo lavoro? La società assicura di avere chinese walls che evitano di farla cadere in conflitti di interesse. C'è da sperare che questi muri siano davvero così alti.

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